Il Viaggio 
di Marcello Paci
Sinossi
Ho scritto un racconto dal titolo IL VIAGGIO che si situa in un tempo, l’Autunno del 1943, e in un luogo, la via consolare Flaminia. Si narra un fatto vero, il ritorno nel suo paese dell’Umbria, da Roma di mio padre. Gli accadimenti sono frutto di fantasia, che prende origine da quanto stava accadendo in Italia in quel momento storico. È un viaggio anche nella storia del tempo passato che l’attraversamento dei luoghi e delle città evoca. Si raccontano suggestioni ed emozioni che occorrono nel lungo viaggio in gran parte a piedi che il protagonista insieme ad altri compie attraversando i luoghi di un Lazio minore e poi Le città e la natura dell’Umbria. Protagonista accanto agli uomini è la via consolare Flaminia. Infine un viaggio di maturazione dei protagonisti.
A Roma
Era uscito di casa in via dei Pastini che ancora non albeggiava in quel giorno d’autunno che sapeva quasi di primavera. Prese per via delle Paste, da lì in piazza S. Ignazio e dopo pochi passi si ritrovò in via del Corso. Lo percorse verso l’Altare della Patria, passò davanti la chiesa di S. Marcello.
Lui non frequentava le chiese, non le aveva mai frequentate. Gli anni dell’adolescenza non avevano previsto per lui l’oratorio, ma i cantieri di lavoro del padre e dello zio Silvio. Di più, l’aria che si respirava in casa in Umbria, non era certo clericale. Il nonno Attilio era nato quando il Papa stava ritirandosi in Vaticano, a seguito dell’ingresso in Roma dei bersaglieri del generale Cadorna, che posero fine al suo potere temporale. E quando fu il tempo di prendere coscienza delle condizioni della sua classe di appartenenza di operai e proletari, aveva aderito al nascente Partito Socialista. Negli anni a venire gli uomini della famiglia avrebbero fatto tutti la medesima scelta. Ma quella mattina, passando davanti la chiesa di S. Marcello, Zeno avvertì l’impulso di entrare. Lì per lì scacciò il pensiero, ma il passo, senza volerlo si fece più lento, e quasi contro la sua volontà si volse verso la breve scalinata che dava accesso al tamburo dietro il portale. Poca gente anziana nelle bancate, per lo più donne. A destra, in una cappella laterale, vide numerose persone, inginocchiate davanti un Cristo Crocifisso, circondato da dovizie di candele ed ex-voto. Sulla balaustra, una scritta per visitatori occasionali, ricordava che si trattava di un Crocifisso miracoloso. Raccontava che i romani vi si rivolgevano singolarmente per grazie personali, e la comunità tutta per avere sostegno nelle calamità della natura, nelle pestilenze, nelle guerre e nei saccheggi: ultima difesa dall’odio degli uomini. Nelle occasioni più nefaste veniva portato in processione per le strade della città, e la preghiera e i canti accomunavano tutto il popolo, magari anche quelli causa delle calamità, com’era accaduto in occasione del sacco di Roma da parte dei Goti di Alarico. In quel frangente si vide una folla di romani e barbari dietro altro simulacro. Allora si trattò di una reliquia che una monaca difese con la propria vita dalle manacce di un soldataccio barbaro e questi, confuso da tanto coraggio, consegnò la suora e la reliquia ad Alarico, perché decidesse del loro destino. Questi, per risposta, fece portare entrambi in processione per le strade di Roma, insieme e davanti ad un popolo in preghiera di barbari e romani, uniti dalla comune fede, quasi a suggellare l’indecorosa fine di Romolo Augustolo, nascosto a Ravenna, e con lui dopo alcuni anni dell’Impero Romano d’Occidente.
Zeno si ritrovò a guardarlo quel Crocifisso, con meravigliata intensità, sembrava che gli chiedesse qualcosa. Ma cosa? Non preghiere, non ne conosceva e comunque sarebbero state estranee al suo credo socialista. Gli avevano insegnato a rigettare la religione, trappola per i poveri, inventata per far sopportare loro i soprusi, con la promessa di un mondo migliore dopo la morte. Ma quell’uomo in croce sembrava ancora soffrire dopo duemila anni, somigliava ai manovali più sfruttati dei cantieri. Non riusciva a sentirlo estraneo o peggio nemico. Se ne andò un po’ scombussolato, ma con qualcosa dentro che sapeva di nuovo, di una nuova frontiera da esplorare prima o poi. Pensò che doveva ricordarsi in futuro di quel Crocifisso e di quella Chiesa e per intanto si disse che al prossimo figlio dopo il primogenito Tarquinio, e sperava sarebbe stato maschio come il primo, avrebbe dato il nome di Marcello. Così come una cosa nuova, in contrasto con la tradizione di rinnovare i nomi di quelli di casa, o della moglie Regina, che per il primo figliolo aveva rinnovato il nome del padre, morto in guerra.
Riprese il cammino verso piazza Venezia, l’appuntamento era lì, a sinistra della scalinata dell’altare della patria, accanto i ruderi di quella che era stata una porta d’ingresso al foro, porta Ratumena o Fontinalis, in prossimità delle mura serviane, e prima del miglio aureo della via Flaminia. Un tempo la strada consolare passava di lì, veniva dal foro e proseguiva diritta in quella che fu chiamata nei secoli a venire via Lata, e attualmente via del Corso. Ora non c’era più traccia dell’antico selciato che forse giace sotto l’asfalto, ma molte cose raccontavano ancora la Roma di quel tempo. Come gli ambienti sotto la chiesa di Santa Maria in via Lata, all’altezza di palazzo Doria-Panfili, un tempo cantina dei principi, ma prima, abitazione-prigione dell’apostolo Paolo nel suo soggiorno romano in attesa del martirio.
A quell’appuntamento, Zeno si recava per incontrare Silvio, lo zio paterno. Li univa, oltre il rapporto di parentela e la comune fede socialista, il lavoro nei cantieri. In quegli anni nella campagna romana a costruire gli edifici che avrebbero ospitato Expo 42. Socialisti, come scelta di campo, come consapevolezza della appartenenza di classe, di adesione ideale ai principi, ma non prassi quotidiana di lotta e opposizione al regime. Non ne avevamo il tempo, la necessità del lavoro per il sostentamento delle famiglie era prioritaria, poi la loro natura era lontana dalla radicalizzazione delle posizioni, lasciavano ad altri, a coloro che per censo e cultura potevano permetterselo, l’impegno totale. La loro missione era quella di fare il lavoro di artigiani nel quale erano stati educati. Nonostante tutto questo, un rapporto dei carabinieri del loro paese in Umbria li aveva segnalati come oppositori del regime. Se n’era accorto Zeno, per le lamentele della zia Romelia, presso cui appunto, in via dei Pastini aveva preso alloggio con la moglie Regina e il figlio Tarquinio. La Romelia e il marito di lei Bernardo, lavoravano entrambi con funzioni diverse presso l’albergo Anglo-Americano che sorge vicino a palazzo Barberini e a via Rasella. Costoro non si interessavano di politica, quindi avevano scoperto con apprensione crescente alcuni individui aggirarsi nella strada a chiedere informazioni sui nuovi ospiti del loro appartamento. Si trattava di poliziotti in borghese, poliziotti che furono visti guardare le finestre dell’appartamento e parlare con i commercianti della strada su quella famiglia che dall’Umbria aveva preso dimora lì. Non c’era nulla da scoprire, oltre l’adesione ideale ad un partito avverso al regime. Iniziative e prassi rivoluzionarie erano possibili per pochi, coraggiosi certamente, ma anche privilegiati, che potevano astenersi dal lavoro ed avere in altro modo i mezzi di sostentamento per sé e la famiglia. Era ignoto a costoro il peso delle “caldarelle” sulle spalle, con le piaghe che causavano, o i geloni sulle mani e sui piedi, d’inverno. Cosi era stato per un certo tempo anche per Umberto, padre di Zeno e fratello di Silvio. Aveva fatto la sua parte, poi dopo un incidente sul lavoro, aveva preso a zoppicare e il bastone era diventato suo compagno inseparabile. Dunque aveva prima diminuito, poi cessato di lavorare e si era potuto dedicare alla politica nelle città dei cantieri e poi nel suo paese dove si era ritirato. Complice in qualche modo l’Angelina, la moglie silenziosa, proprietaria di due campetti al paese, che con il suo lavoro procuravano il sostentamento alimentare alla numerosa famiglia, quando la muratura non bastava. Così Umberto poté dedicarsi al partito di Turati e poi di Nenni. Al paese gli fu affidata la sezione del partito, che poi fu a lui intitolata. Quando morì, alle esequie fu letto da un compagno, Mondo il barbiere, il telegramma che aveva mandato la direzione del partito da Roma, con sotto in calce la firma di Pietro Nenni. Il mestiere di muratore Zeno l’avevo appreso dal padre Umberto ma soprattutto dallo zio Silvio, che aveva solo figlie e con quel nipote si legò d’affetto e se lo portò dietro, in giro per l’Italia, nei cantieri che seguiva da assistente della grande impresa Costanzi. Manovale prima, poi muratore, dopo capomastro, infine assistente ai lavori, questa era la carriera nell’edilizia e questa avevano seguito quelli della famiglia, muratori da generazioni. Anche Zeno avrebbe percorso quella trafila e per la vicinanza con lo zio Silvio, pur non avendo risparmiata la dura gavetta, percorreva le tappe più celermente del normale. Lo aiutava anche una disposizione del carattere, fatto di pazienza, di ascolto, di empatia che favoriva il rapporto con gli ultimi arrivati. Erano loro a legittimare il ruolo gerarchico che aveva acquisito con l’esperienza maturata accanto a Silvio. Zio e nipote nei contatti che avevano avuto nelle settimane precedenti avevano deciso che era tempo di tornare al paese, ma si era nel corso di una guerra, il viaggio sarebbe stato lungo e pericoloso. In più quelli erano giorni difficili, la guerra, sconfitta dopo sconfitta, aveva fiaccato l’entusiasmo iniziale della gente o meglio di quelli più sensibili alla propaganda del regime, o per sincera adesione o per tornaconto personale di affari e carriere. Il popolo da sempre rimaneva in disparte, avvezzo a ritenere che le guerre fossero per loro una calamità. Ma Mussolini sembrava uomo della provvidenza, sino ad allora gli era andato tutto bene, aveva acquisito prestigio personale lui e con lui l’Italia. C’erano state riforme sociali, il fenomeno drammatico dell’emigrazione si era ridotto, la grancassa del regime pubblicizzava le nuove terre e le ricchezze che quelle conquiste coloniali promettevano. Nuova terra per i contadini veneti e meridionali, oltre quella della bonifica pontina e di alcune zone della Sardegna e della Basilicata. Per i più acculturati l’Impero solleticava orgogli nazionali, sepolti per duemila anni e ora riproposti con fantasmagoriche parate lunga via dell’Impero, dove erano stati posti bassorilievi raffiguranti le regioni del mondo sotto il dominio di Roma, che lo stato fascista, senza dichiararlo apertamente, sognava di riconquistare. E queste cose facevano breccia anche nei più semplici, ancorché a livello emotivo, subcosciente. Li facevano sentire partecipi di qualcosa di grande che loro non capivamo bene, ma che in ogni caso prometteva benessere. Contribuiva il sistema poliziesco con il quale il regime controllava i cittadini, strumento di dissuasione efficace per prevenire manifestazioni e comportamenti non in linea con il pensiero dominante di allora. Poi però la guerra si era messa male, le batoste in Albania, in Africa, infine in Russia avevano fatto perdere il sostegno del popolo. Morivano gli italiani al fronte, e ora anche sotto i bombardamenti dei nemici.
Zeno lavorava alla costruzione dell’Expo 42 ma con la guerra i lavori furono sospesi e lui fu richiamato sotto le armi. Carrista in Albania per la guerra contro la Grecia. Laggiù c’era anche un fratello, si chiamava Alceste, fante al fronte. La Regina e Tarquinio erano tornati al paese in Umbria, a Sigillo, dalla mamma di lei che era bidella della scuola elementare e telefonista del paese. Poi Alceste morì in combattimento al fronte. Gli dettero anche una medaglia alla memoria, per lo sprezzo del pericolo con cui era andato all’assalto di una postazione nemica. La medaglia era di bronzo, come si addiceva ad un figlio del popolo, per il quale non ci si poteva sprecare più di tanto. Poi quando cambiò il regime, non fu nemmeno più il caso di ricordare quell’onorificenza. Quel soldato morto era solo un disgraziato che aveva combattuto dalla parte sbagliata, soldato della guerra fascista e di loro era meglio non ricordarsi. Una “damnatio memoriae” che oltre i capi, spesso sopravvissuti, colpiva anche gli sventurati che ci avevano perso la vita. Comunque con la morte di Alceste, Zeno fu fatto rientrare in patria, in virtù di una legge che tendeva a preservare le famiglie da eccessivi lutti. Chi sa quali motivazioni? Forse per evitare rivolte, o un affievolimento dello spirito patriottico, o ragioni economiche: non togliere braccia e fonti di reddito alle famiglie. Tornò in Italia, lo misero di riserva in una caserma presso Civitavecchia, dove lo colse l’otto settembre. Gli ufficiali della caserma uno dopo l’altro si dileguarono nelle settimane successive, seguendo l’esempio del re e dello Stato Maggiore delle Forze Armate. I soldati rimasti in balia di loro stessi attesero per alcuni giorni ordini da qualcuno, non venne nessuno. Se ne andarono a gruppi o da soli, Zeno tra questi. Riparò dallo zio Silvio che aveva ancora una responsabilità nel cantiere interrotto dell’Expo 42. Ma da ultimo avevano deciso il ritorno a casa. Quando Zeno raggiunse di sera via dei Pastini per preparare la roba per il viaggio era ormai ottobre inoltrato. Fu accolto con timore e malvolentieri dalla zia Romelia che temeva fosse diventato un clandestino quel nipote che lei sapeva militare. Dalla caserma aveva portato con sé delle armi: una pistola e due bombe a mano, le aveva nascoste nelle tasche del pastrano. La mattina, come detto, si era alzato di buon’ora, ed era uscito senza salutare i parenti che ancora dormivano e che non si sarebbero doluti della sua assenza. Arrivò al luogo dell’incontro, lo zio Silvio era già lì. Poca gente in giro. Attraversarono velocemente la piazza, passarono sotto il famigerato balcone da cui si erano celebrati i trionfi del regime, sino all’ultimo della dichiarazione di guerra che avrebbe portato lutti e distruzione alla nazione. Bisognava farsi vedere in giro il meno possibile, potevano incappare in pattuglie di tedeschi che avevano occupato la città. “Che ne sarà” pensava Zeno “delle nostre truppe ancora in servizio per la scelta coraggiosa dei loro comandanti?”. Non seppe darsi una risposta, solo brutti presentimenti. Presero per il Corso diretti a Piazza del Popolo. Camminavano veloci per allontanarsi quanto prima dal centro. Una volta superata Porta del Popolo, si sarebbero trovati fuori dalle mura aureliane. Da lì avrebbero proseguito lungo la Flaminia a piedi e magari con qualche mezzo di fortuna per duecento chilometri, sino ad arrivare a Sigillo, il loro paese. Zeno avrebbe riabbracciato la moglie Regina e il figlio Tarquinio, Silvio la moglie Serafina e le tre figlie. Passarono sotto i portici della galleria Umberto, di fronte c’era palazzo Chigi con davanti la colonna dedicata a Marco Aurelio. Raccontava un’altra guerra, quella vittoriosa dei romani contro i Marcomanni ed altre popolazioni di barbari che insidiavano il confine nord-orientale dell’Impero sul Danubio. Gli sconfitti erano rappresentati ancora più giganteschi e feroci di quanto probabilmente fossero nella realtà, a maggior gloria dei legionari che li avevano battuti. Costeggiarono il grande palazzo della Rinascente e proseguirono sino ad arrivare a Piazza del Popolo. Si fermarono sotto l’obelisco centrale, solo un attimo, per tirare fuori un po’ di pane e companatico dalla gavetta. Quel tascapane che oltre ai soldati lo usavano anche i muratori con dentro il cibo della giornata di lavoro. Silvio l’aveva preparato la sera, ne dette un po’ a Zeno, ne prese un po’ per sé, e mangiando continuarono la loro strada.
Un tempo la piazza che stavano lasciando ospitava la chiesa, le dimore, gli orti degli agostiniani in Roma. La chiesa di S. Maria del Popolo c’era ancora, ma tutto il resto era scomparso, per la ristrutturazione che ne aveva fatto il Valadier nel settecento con la creazione della grande piazza centrale e della prospicente salita del Pincio. Era scomparso in particolare il lungo loggiato che circondava lo spazio centrale tutto affrescato dal Pinturicchio e dalla sua scuola. Erano scomparse le dimore dei frati, dove aveva soggiornato per alcuni giorni l’agostiniano Martin Lutero, venuto a Roma presso la casa madre del suo Ordine, e fuggitone dopo aver realizzato di non aver trovato ciò che era venuto a cercare. Tornato a casa in Germania elaborò e poi scrisse parole pensate a Roma e rimaste in bocca senza nessuno che volesse ascoltarle. Le chiamò tesi e cercò in Germania chi potesse ascoltarle, forse il vescovo di Wittenberg, la città del suo monastero. Ma per primi le ascoltarono i principi tedeschi. Gutenberg con quella cosa che aveva proprio allora inventato, le stampò. E fu Riforma
Fuori dalle mura aureliane
Attraversarono la porta e furono fuori Roma. Lì la Flaminia continua diritta continuando l’asse viario del Corso, e corre all’incontro con il Tevere che raggiunge dopo alcuni chilometri. Zeno si volse indietro a guardare la città, cinta dalle imponenti mura aureliane che il magister militum, generale Stilicone, aveva provveduto a rinforzare per difendere Roma dai barbari, al tempo dell’imperatore Onorio. Non ce n’era stato bisogno sino ad allora, perché dopo Brenno nessuno aveva più osato, o meglio era stato in grado, di minacciare la città. Neanche Annibale con la capitale in ginocchio si era azzardato.
Zeno non conosceva tutte quelle antiche storie. Si chiedeva invece con quali macchine avessero tirato su le pietre, magari a forza di braccia, ché la mano d’opera non sarà mancata e comunque le avevano fatte solide: resistevano da duemila anni. C’erano voluti i Savoia per buttarle giù in alcuni tratti, dopo le cannonate di Porta Pia. Nelle nuove aperture ci fecero passare le strade che andarono costruendo dentro la città, in modo da farle assumere le sembianze di una città europea, con anonima impronta torinese. Per il resto le mura conservavano le antiche porte che davano passaggio alle strade consolari. Queste, partendo dal Foro, collegavano il centro dell’Impero con tutto il mondo conosciuto. Quella che avevano attraversato dava passaggio alla Flaminia, consolare che percorreva il Lazio, l’Umbria, per terminare in un primo tempo a Fano, FanumFortunae, nelle Marche, e successivamente a Rimini, Ariminum, in Romagna. La percorrevano, un tempo, le legioni della Repubblica e dell’Impero, per conquistare il mondo. Le calpestarono poi le orde dei barbari che posero fine al sogno, e dopo di loro altri eserciti, a spartirsi quello che rimaneva dell’antica bellezza. Pellegrini infine a visitare i luoghi della fede e le nuove pietre che riedificavano la perduta grandezza. E fu la nuova Roma dei Papi sovrapposta ai ruderi imponenti del passato. Dopo furono i palazzi umbertini e i recenti monumenti del regime. Un’accozzaglia di stili architettonici che seguono il succedersi dei tempi, e invece di disturbare fanno l’incredibile bellezza di Roma.
Poche parole tra loro mentre camminavano di buon passo. La via lasciava alle spalle le poche case che ancora raccontavano la grande città e si consegnava alla campagna ricca di buona terra che Zeno aveva imparato a conoscere da bambino quando seguiva la madre nei campi del lavoro. Si fermarono a bere ad una fontana sul ciglio della strada. Ce n’erano lungo le vie consolari, da secoli, raccoglievano e distribuivano l’acqua delle colline e dei monti intorno, servivano per ristorare i legionari in marcia e poi i pellegrini che andavano a pregare sulla tomba di Pietro e a ricevere la benedizione dal Papa. Silvio e Zeno indossavano abiti da viaggio di velluto pesante con un pastrano sulle spalle per la pioggia e la notte, scarponi militari Zeno e nelle ampie saccocce le armi che aveva portato con sé. La folta capigliatura di entrambi, che era un tratto genetico di quella famiglia, si muoveva al vento che spirava da sud e minacciava di portare pioggia. Corpi asciutti, muscolosi per via del lavoro, procedevano agili lungo il ciglio della strada. Zeno precedeva lo zio Silvio, gocce di rugiada bagnavano i suoi baffi. Piaceva alle ragazze, Zeno, con i suoi baffi e il modo di camminare. E i calli sulle mani di muratore non confliggevano con l’eleganza dei suoi modi e del parlare. Per questo non si era sottratto a qualche avventura in giro per le città d’Italia dove arrivava per il lavoro dei cantieri. Poi aveva conosciuto la Regina e si era mantenuto fedele, anche perché la consorte era donna gelosa e tosta, non sarebbe passata sopra ad eventuali debolezze. In un’occasione corse un serio pericolo. Erano arrivati in paese i fratelli di una ragazza con cui Zeno aveva discorso in quel di Pisa e sembra che lei soffrisse troppo, perché loro non si andassero ad accertare delle intenzioni di quel fantasma umbro che era transitato nella loro città. Capirono e se ne tornarono da dove era venuti. Era comparsa già la Regina nella sua vita anche se non erano ancora sposati. E comunque lei non ne seppe nulla e fu meglio così, altrimenti di Tarquinio e del possibile Marcello non se ne sarebbe fatto nulla, una pratica non esperita. Ogni po’ incontravano uomini in bicicletta che andavano a Roma per lavoro. Poche automobili con il peso sul tetto del gasogeno che sostituiva la benzina. Passò anche una colonna di camion militari tedeschi, diretti a Roma. Non si occuparono di loro, transitarono oltre. I due si guardarono senza parlare, e tirarono un sospiro di sollievo. Continuarono lungo la strada ed arrivarono al Tevere. Lì la Flaminia attraversava il fiume su un ponte rimasto lo stesso dai giorni della battaglia tra Massenzio e Costantino: ponte Milvio. Un tipaccio Massenzio, superbo e pieno di sé, aveva dalla sua il Senato. Si era insediato da tempo a Roma, con la potente guardia pretoriana a difenderlo. Si sentiva l’unico, il vero capo dell’Impero. Non così Costantino, più concreto, riflessivo, lungimirante. Senza idee di grandezza dichiarate od ostentate, ma quando fu il tempo le avrebbe tirate fuori e che idee! Da cambiare il mondo, meglio e più di quanto era riuscito a fare prima di lui Diocleziano. Il regolamento di conti non andò bene a Massenzio. Costantino ne fece strage e come raccontano di Annibale contro Flaminio sul Trasimeno, da cui le acque del lago rosse per giorni del sangue dei legionari, così fu del Tevere per il sangue dei pretoriani di Massenzio. Attraversarono il ponte e proseguirono lungo la strada che per un lungo tratto correva lungo la sponda del gran fiume. Quando furono nella zona del Foro Italico si imbatterono in un camioncino dove stavano finendo di caricare legna tagliata nei boschi circostanti. Si fermarono e chiesero al conducente indaffarato se gli occorresse un aiuto, in cambio la richiesta di un passaggio per il tratto che avrebbe fatto nella direzione del loro camminare. Questi era diretto nella zona di Grottarossa. Doveva portare legna ad un casale lungo la via. Salirono sul camion, dietro, in mezzo alla legna, ché, davanti, accanto al guidatore, non c’era posto. Era uno di quei camioncini a tre ruote con la parte posteriore più ampia, aperta, dove si caricavano le cose da trasportare, e davanti un abitacolo piccolo ricavato sopra il motore che poteva ospitare il guidatore e poco più. Così, solo un po’ occultati, erano comunque contenti, per il riposo del corpo e la minore visibilità rispetto al camminare a piedi lungo la strada. A destra il Tevere aveva smesso di correre, perché si allargava in una sorta di lago artificiale a causa della diga che avevano eretto poco più a valle. Vi si formava una grande riserva d’acqua, che era anche una difesa della città in caso di piene, come sovente era accaduto nei secoli passati prima della costruzione dei muraglioni. A sinistra la strada correva a ridosso di una rupe che si estendeva per chilometri in lunghezza. Era evidentemente una scelta costruttiva degli ingegneri romani, come a cercare un supporto roccioso cui ancorarla, infatti anche in Umbria e nelle Marche si ritrovava quella cosa. Ma lì appena fuori Roma la rupe era crivellata di anfratti e caverne che lasciavano pensare ad un loro più antico utilizzo come ripari o addirittura abitazioni di popolazioni primitive. Forse il selciato di pietre cubiche della strada consolare ricopriva un tratturo preistorico, via di comunicazione di quella antica gente. Arrivati su un rettifilo comparve in lontananza un grosso casale di tufo con altre costruzioni annesse che proiettavano la loro ombra sulla rupe vicina. Il camioncino si fermò lì.
Nel casale di Grottarossa
Dal casale uscì un uomo basso e tarchiato che salutò il legnaiolo e con l’aiuto di loro due presero a scaricare la legna e ad accatastarla in una caverna che fungeva da ripostiglio. Avevano guadagnato quel passaggio dando una mano al camionista e ora al locandiere a sistemare la legna. Così furono invitati ad una sosta per un po’ di ristoro. Seduti tutti e quattro intorno ad un tavolo posto vicino al bancone che governava la locanda bevvero vino e mangiarono pane con salsicce secche. L’oste era più anziano di loro e mentre mangiavano prese a raccontare della grande guerra che aveva combattuto da soldato. Raccontò delle sofferenze, delle privazioni, dei morti intorno a lui. Si era salvato fortunosamente, ed era tornato a casa scheletrito per la fame e il freddo che aveva sofferto. Si era trovato nella rotta di Caporetto. Gli austriaci con i tedeschi che erano venuti a dar manforte, avevano attaccato con furia incontenibile dopo un bombardamento micidiale dell’artiglieria. In qualche settore gli italiani avevano provato a resistere, poi si verificò uno sbandamento generale. Furono raggiunti, si difesero con le armi, molti morirono colpiti dal fuoco ravvicinato, altri, tra cui lui, furono fatti prigionieri. Li avevano portati in campi di concentramento in Austria, erano centinaia di migliaia. Lì continuarono a patire, come e più della trincea: fame e privazioni. Trattati male dai carcerieri, e soprattutto dalla patria che li considerava imbelli, e traditori. Così si proibiva ai familiari e anche alla Croce Rossa di inviare pacchi viveri e altri generi di conforto. Quelli che in qualche modo venivano mandati erano fermati alla frontiera italiana. Morirono migliaia di uomini in quei campi, prima che la fine della guerra consentisse ai sopravvissuti di tornare a casa, malvisti dalle autorità. L’Oste parlava e le parole uscivano con ardore come di ferita profonda non guarita. Continuarono a raccontare di guerre, di quella ancora in corso, di politica, che poteva essere cosa non prudente, ma anche l’oste era socialista, così si abbandonarono a sognare il futuro prossimo, ormai in pace, dove i loro ideali di pacifismo, di fratellanza tra i popoli si sarebbero dovuti per forza realizzare. Fumavano sigarette coloniali a buon prezzo, e la stanza si riempì dell’odore profumato del tabacco. L’oste non sembrava voler porre fine a quel cenacolo, era mattino, oltre le consuete faccende di riassetto non aveva altro da fare e non c’era da preparare un gran che in cucina, perché i clienti della locanda si erano rarefatti in quel torno di tempo periglioso. Quando l’oste ebbe finito di parlare, i due aspettarono in silenzio senza aggiungere altro, non sembrava loro opportuno e gentile alzarsi, ringraziare ed andarsene, se questi avesse avuto ancora voglia di stare con loro. Passò qualche altro istante, l’oste si alzò dalla sedia e si mise a riordinare il tavolo dove avevano mangiato, e mentre era intento a questa faccenda disse loro che forse era opportuno che si rimettessero in viaggio. Nel frattempo se n’era andato il camionista che doveva tornare a Roma per altre incombenze. Così anche loro si accomiatarono, ringraziando per il ristoro e rimandando ad altra occasione, a Dio piacendo, quella gradevole conversazione. L’oste li salutò, chiese se volessero portare con loro qualcosa da mangiare, ma questi rifiutarono. Avevano già profittato troppo della sua gentilezza. Si salutarono da compagni socialisti, con la speranza di un tempo migliore, quanto prima.
Lungo la Flaminia alla volta di Sacrofano
Ripresero la strada, accanto correva la ferrovia. Vi passavano trenini della linea Roma-Viterbo che partivano dalla stazione di piazzale Flaminio. Servivano ai pendolari che dal territorio laziale si recavano il mattino a Roma per fare ritorno a casa, la sera. La linea ferrata era stata costruita ai primi del novecento, poi ammodernata negli anni successivi. In ampi tratti i costruttori avevano utilizzato come basamento dove stendere le rotaie il selciato della Flaminia, che si rivelò essere di buona fattura e in grado di sostenere il traffico dei treni, come ulteriore prova del valore degli ingegneri romani. Presero a camminare sul ciglio della strada, il sole era ormai alto nel cielo e le ore del mattino correvano, bisognava allungare il passo. Quando sentivano rumori di camion in arrivo lasciavano la strada e proseguivano per la campagna intorno. Il paesaggio era piacevole a vedersi, l’avrebbero sentita e goduta di più quella sensazione, se non avessero avuto da camminare con passo alacre e con la preoccupazione di brutti incontri. Dovevano anche essere pronti ad approfittare di qualsiasi occasione che gli si fosse presentata per proseguire il viaggio con altro mezzo che non fosse le loro gambe. Forse il treno che ad intervalli regolari vedevano transitare vicino a loro, o una vettura di qualsiasi tipo, magari come quella che li aveva trasportati la mattina. Sarebbero passate anche delle corriere, ma discorrendo di questa possibilità decisero che sarebbe stato pericoloso salirci, più soggette quelle a controlli nelle fermate canoniche. I tempi erano difficili con i tedeschi che stavano calando in Italia dal Brennero ad aggiungersi a quelli già presenti che si erano affiancati ai nostri per contrastare lo sbarco in Sicilia e le altre possibili offensive sulla penisola. In più si sentiva parlare della ricostituzione del partito fascista e quelli che aderivano avevano vendette da consumare e assoluta intransigenza con coloro che avevano aderito al governo del sud di Badoglio e del Re, o che comunque non si mostravano entusiasti della ristabilita alleanza con i tedeschi. Nonostante questi discorsi e i pensieri preoccupati che generavano non potevano fare a meno di ammirare il lavoro nei campi ai quali i contadini erano intenti. Raccoglievano l’uva ancora sui tralci dopo l’iniziale vendemmia di fine agosto, erano grappoli maturi, alcuni sbeccati dagli uccelli. E si sentiva nell’aria quando passavano vicino ai casolari, il profumo del mosto che si spandeva dalle cantine. Immaginavano le grosse botti di quercia che cominciavano a ribollire e prima il gran lavoro dei contadini sull’uva appena colta. A Zeno veniva in mente la figura silenziosa della madre in cantina, intenta a riporre nell’ampio vascone l’uva raccolta nel campo della Dorìa e in quello del Rosciolo, i due campetti che le avevano lasciato i suoi come dote, quando si era sposata con Umberto. Testarda nella scelta, nonostante le avessero preferito il figlio di un possidente che la voleva in moglie. Silenziosa, rispettosa ma testarda, e non ci fu niente da fare, si prese il suo Umberto e ci mise al mondo dieci figli. Li vide scomparire molti, uno ad uno, chi ancora bambino, chi in guerra, gli altri a fare i muratori in giro per l’Italia. Chi poté venne a morire sul letto della madre dove erano nati, e lei silenziosa li accolse uno ad uno come quando erano venuti al mondo. Non lacrime sul suo viso, ma schianti dentro che non facevano rumore, solo aggiungevano una ruga in più, sino all’ultima quando se ne andò anche Umberto. Sul far dell’alba continuò ad andare nel campetto del Rosciolo quello più vicino al paese, sino alla fine, quando le forze l’abbandonarono e rimase in casa in attesa di ricongiungersi con i figli e Umberto di lì a poco. Ma Zeno non conosceva tutte le cose che sarebbero accadute e che in gran parte non avrebbe visto. La vedeva allora in quel giorno di ottobre ancora giovane in cantina a pestare con i piedi nudi l’uva raccolta nel vascone. Da un pertugio usciva il liquido colorato che si raccoglieva in recipienti preparati lì accanto. Poi sarebbe stato versato nelle grandi botti dove il mosto sarebbe andato riempendosi di vita. Bolliva di felicità il mosto per sé e per il conforto che avrebbe dato agli uomini. Una volta pronto sulle loro tavole, avrebbe accompagnato il cibo, e nelle lunghe sere d’inverno sarebbe sceso come balsamo nelle viscere, regalando un tepore al cuore e alla mente che li avrebbe accompagnati al breve sonno prima di iniziare il giorno dopo, la stessa fatica di ieri. Zeno era il primogenito, il più amato, anche se l’Angelina non lo lasciava vedere e quell’amore Zeno se lo portava addosso come una coperta, sempre. Se lo portava addosso le mattine d’inverno con la “caldarella” sulle spalle che lacerava la pelle, in guerra su quei carri che i generali chiamavano armati ma erano poco più che scatole di latta. Una volta arrivato a Sigillo sarebbe passato da lei, dopo aver abbracciato la Regina e il figlio, avrebbe salito le ripide scale che portavano al cucinone, l’avrebbe trovata lì accanto al fuoco del camino con quel lungo tubo di ferro forato in punta, con cui soffiando attizzava il fuoco. Lui l’avrebbe chiamata: “mamma come state?”, lei l’avrebbe guardato e sottovoce, come un mormorio: “sei tornato!”. Dentro, ad entrambi si sarebbe sciolto come un grumo di dolore, il dolore della vita che in quel momento trovava ristoro.
Attraversarono Labaro e Prima Porta, costeggiarono il grande cimitero sorto da poco tempo che raccoglieva i defunti non più tumulabili nel cimitero monumentale del Verano. Da quando avevano lasciato le mura aureliane, erano passati davanti a due case cantoniere. Erano queste, postazioni dell’Anas succedentesi qualche decina di chilometri l’una dall’altra che ospitavano un cantoniere con la sua famiglia, a guardia e manutenzione del tratto di strada affidata. Ricordavano le mansiones di duemila anni prima che con analoga e forse maggiore efficienza svolgevano lo stesso ruolo. Allora saranno stati schiavi invece di stipendiati dello Stato. Da un po’ la strada aveva abbandonato la rupe sotto la quale aveva corso in quei primi chilometri e si affacciava sulla campagna aperta circostante. Un territorio pianeggiante mosso da bassi rilievi, non ancora colline, con casolari sparsi da cui i contadini muovevano per il lavoro nei campi. Non grandi paesi o città in quel territorio del Lazio che guardava a nord-est, come se la vicinanza con Roma avesse impedito nei millenni la costruzione di qualcosa che potesse competere o rivaleggiare con la metropoli. E se ci avevano provato mal gliene incolse. Bisognava arrivare a Civita Castellana parecchi chilometri più avanti, per incontrare un centro abitato con dignità di cittadina. Per intanto Silvio e Zeno continuavano a camminare alacremente lungo la via e dopo meno di due ore arrivarono a Sacrofano-Malborghetto.
Sul treno della linea Roma-Viterbo
Avevano percorso in tutto venti chilometri dall’uscita di piazza del Popolo. Non avevano incontrato nessuno lungo la via oltre a qualche carro agricolo trainato da buoi e sopra contadini che si recavano al lavoro nei campi. Quando sentivano a distanza il rumore di mezzi meccanici, camion o autovetture, lasciavano la strada prima del loro apparire. Ora arrivati a Sacrofano decisero di fermarsi per riprendere fiato e pensare come proseguire. Di lato alla strada correva la linea ferroviaria, e oltre, un monumento dall’aspetto di un imponente casale. Non era un casale ma una costruzione romana del IV secolo a.C., più esattamente un tetrapilo, un arco tetra fronte, come l’avevano battezzato gli archeologi. Un tempo al di sotto degli archi si incrociavano due strade: la Flaminia e la Veientana. Poi nel corso dei secoli, il monumento era diventato chiesa, poi residenza degli Orsini in alternanza con i Colonna. Ancora, stazione di posta, osteria, fino al suo recupero originario di pochi anni prima. Era mattino inoltrato, Zeno e Silvio si fermarono a ridosso del monumento per riposarsi un po’ e pensare a come proseguire il viaggio. A pochi metri c’era la stazione ferroviaria, i treni passavano sull’unico binario nei due sensi, alternandosi con brevi soste nelle stazioni. Si avvicinarono alla stazione e studiarono la situazione. C’era poca gente in giro, non militari o chiunque altro avesse titolo per chiedere chi fossero e dove stessero andando. Non erano malfattori, ma Zeno formalmente era ancora un militare che indossava abiti civili. D’altra parte quale era in quel momento l’autorità cui far riferimento? Il re se n’era andato a Brindisi con tutto lo stato maggiore. Il Duce aveva proclamato la Repubblica al Nord, e in Italia scorrazzavano tedeschi e truppe alleate in guerra tra di loro. Così quelli che avevano potuto, dismessi gli abiti militari, se ne stavano tornando alle loro case. Fortunati coloro che si trovavano nel territorio nazionale, potevano trovare il modo di tornarsene o almeno provarci. In quella generale confusione c’era il pericolo dei tedeschi che si sentivano traditi e in più occasioni avevano dimostrato di non essere teneri con i camerati di ieri, ora diventati traditori ai loro occhi. L’editto di Badoglio era suonato oscuro su come le nostre truppe si sarebbero dovute comportare. Era già arrivata qualche voce su rappresaglie in Iugoslavia e nelle isole greche a danno delle nostre truppe. E fresco era il ricordo di quanto era successo poche settimane prima a porta san Paolo, con il sacrificio di un distaccamento di nostri soldati con in testa i Granatieri di Sardegna. C’erano anche un numero minore di Carabinieri, Lanceri di Montebello, cavalieri del Genova Cavalleria e soldati della Sassari oltre a civili. Si erano opposti all’ingresso dei tedeschi in Roma. Alla fine dopo una battaglia strenua dovettero soccombere. Per tutto questo i nostri erano guardinghi, e poi oltre i tedeschi, c’erano in giro sbandati e fuorilegge che in tempi perigliosi proliferano. Le armi che Zeno portava con sé davano loro un qualche conforto, un accenno di sicurezza, la possibilità di un’estrema difesa, in caso di pericolo. O anche per qualcosa di più importante. Videro passare il treno diretto a Roma, portava poca gente nelle altrettante poche carrozze. Balenò nella loro mente un pensiero: poca gente sul treno, una linea ferroviaria secondaria, locale. Si comunicarono il pensiero con gli occhi prima che con le parole. Ci si poteva provare…… L’ora del mattino era tarda, chi doveva andare a Roma per lavoro o altro era già partito da tempo. Aspettarono di vedere arrivare il treno proveniente da Roma diretto a Viterbo. Avrebbero dovuto aspettare perché il binario era unico e i treni sostavano nelle stazioni per alternarsi. Sarebbe arrivato dopo circa un’ora. Silvio e Zeno si avvicinarono. La stazione era piccola, un edificio basso con due aperture, una verso la strada, l’altra verso i binari. Nella stanza una panca per il riposo degli umani e su una parete un’apertura con davanzale, dietro stava il bigliettaio. Oltre loro, nella stazioncina c’erano altre tre persone, acquistarono i biglietti dal casellante che fungeva da cassiere e controllore del traffico, coadiuvato da un assistente che si incaricava di abbassare le sbarre su una strada da presso che attraversava il binario. Con i biglietti in tasca si sedettero sulla panca, mentre gli altri uscirono all’esterno ad aspettare il treno arrivare. Dopo un po’ arrivò sferragliando, annunciato da una campanella elettrica posta sotto la pensilina, gentile riparo per i viaggiatori dal sole e dalle intemperie. Si aprirono le porte delle tre carrozze, Zeno e Silvio salirono su quella di mezzo. Nello scompartimento su un breve corridoio centrale si aprivano quattro settori, in ognuno quattro posti. Si sedettero, oltre loro c’erano altre due persone, non insieme, uno con una valigetta tipo quelle che portano i rappresentanti di commercio e l’altro anonimo, dal volto tirato e pallido. Dopo alcuni minuti si sentì il fischio del casellante che si era avvicinato ai bordi del binario. Aveva indossato il cappello rosso segno di autorità e del ruolo che lo accomunava agli altri di tutta Italia che chiamiamo capistazione, e tutti si mettevano quel copricapo quando si trattava di far partire il treno. Quasi che il berretto rosso avesse come un potere autonomo, il solo che poteva regolare il movimento dei treni e da esso discendesse la dignità e il prestigio per coloro che erano chiamati ad indossarlo. Semplici esecutori di una funzione stabilita altrove, di cui il berretto rosso era il demiurgo. Così quando il treno era partito e il capostazione rientrava nella guardiola, si toglieva il capello e lo riponeva con cura, pronto ad essere ripreso per il nuovo treno in arrivo. Tutto era come la liturgia di una nuova religione che aveva costruito i treni, le ferrovie, le locomotive a vapore e poi elettriche: una religione laica della ragione, dello sviluppo, delle realizzazioni umane progressive e mai dome. Ma siccome il sacro che buttiamo dalla finestra della ragione, deve rientrare perché radicato nell’anima dell’uomo, ecco che si ripresenta con il rito. E quello del capostazione era un rito, e lui un officiante, e quelli intorno, comunque coinvolti, i fedeli. E alla fine di tutto il treno può partire come se avesse ricevuto una benedizione.
Filarono via tra campi e boschi bagnati da una pioggerillina che cominciò a scendere da un cielo nuvoloso, con ampi squarci di sereno. Nella carrozza si stava bene, non faceva freddo, Zeno e Silvio posarono il pastrano sui sedili liberi e presero qualcosa da bere e mangiare dalla gavetta, poi fumarono sigarette. La ferrovia correva, per ampi tratti, accanto alla strada che avevano lasciato per salire sul treno. Dal finestrino videro passare alcuni camion militari diretti a Roma: erano tedeschi! Dopo una decina di chilometri il treno si fermò in un posto chiamato “la rosta”. L’edificio della stazione era una costruzione massiccia tipo fattoria di quelle che si incontrano nella campagna romana, ingentilito da fiori sulle finestre, intorno non c’erano altre case. Sporgendosi dal finestrino videro che al di là della stazione, dalla strada principale, si dipartiva un percorso secondario per un paese che non appariva alla vista: “Riano”. Non scese nessuno dal treno, e nessuno salì. Il treno riprese ad andare, non un gran correre, poco più di una passeggiata veloce. Era così, per le tante curve, per la motrice costruita per il passo del podista, per il tracciato che non sopportava velocità. Così chi aveva fretta si innervosiva, altri no, contenti del trascorrere del tempo che li liberava dall’impegno: come una vacanza dall’assurdità del fare. Il territorio intorno era una “pianura mossa”, cioè non variava di molto l’altitudine del percorso, ma questo si svolgeva in un ambiente caratterizzato da continui rilievi collinari. Procedendo, sempre più vicino appariva il profilo del monte Soratte, imponente pur non essendo altissimo, perché intorno su quella pianura c’era solo quella montagna a svettare verso il cielo. Raccontavano che pochi mesi prima, Mussolini di ritorno da Feltre dove aveva incontrato Hitler per un esame delle sorti del conflitto, a bordo dell’aereo che dicevano guidato da lui, ma le malelingue aggiungevano “sotto lo sguardo attento di un asso dell’aviazione!”, appena sorpassato il Soratte, ebbe la visione di un fumo in lontananza che saliva sul cielo di Roma. Nella testa gli balenò un pensiero che divenne presto certezza: gli alleati avevano per la prima volta bombardato Roma, nonostante il Papa. Dissero poi che sbiancasse in volto, e forse fu allora che in cuor suo pensò di abbandonare il fardello di quella situazione insostenibile in cui si era cacciato. Di lì a poco avrebbe indetto la riunione del Gran Consiglio del Fascismo che lo avrebbe dimissionato e lui non fece niente per evitarlo. Lasciata la località “La Rosta” il treno proseguì la corsa, arrivando dopo pochi chilometri a Castelnuovo di Porto. Lì una nuova fermata, e di nuovo in marcia sino a Morlupo. Erano salite altre persone in quelle stazioni e sulla loro carrozza accanto ai due saliti con loro a Sacrofano, ora sedevano una donna e davanti un ragazzo, ciascuno estraneo all’altro. Sulla giacca del ragazzo troneggiava un gagliardetto fascista. Il giovane, appariva tranquillo, seduto composto, un po’ lontano ma difronte a Zeno e Silvio. Portava con sé uno zaino pesante a giudicare dall’impegno che aveva messo nel toglierselo e deporlo nel sedile accanto. Faceva pensare ad un viaggio importante, forse lontano, con la necessità di portare con sé il necessario per una autonomia di non pochi giorni, come di uno che tenta altrove la fortuna della vita. Gli abiti indosso puliti, i calzoni stirati con cura, probabilmente dalla mano di una madre premurosa, i capelli ben pettinati, con una riga da un lato, sì che quelli della parte più lunga scendevano morbidi sul viso e lui ogni tanto li aggiustava con un movimento della mano, come una carezza delicata. Tutto parlava di una buona condizione familiare, di sentimenti con quelli di casa. Dunque dove era diretto da solo, con quello zaino pesante che sapeva di cosa dissonante da tutto ciò che traspariva dalla sua persona? Una donna da raggiungere, un lavoro lontano da Roma, una sede universitaria, un viaggio? Fu il pensiero che balenò nella mente dei viaggiatori. Sedeva davanti a lui la donna che era salita nella stazione di Morlupo. Signora di mezza età, che si rivelò da subito chiacchierina. Infatti cominciò a dire ad alta voce del tempo, della pioggia, dei brutti momenti che si stavano vivendo, dei… La carrozza era piccola, erano in sei persone lì dentro, anche se in scompartimenti diversi, così le parole erano un invito ad una risposta da parte degli altri, ma solo il ragazzo che le era seduto davanti si sentì obbligato a rispondere con segni del viso atteggiato a contenuti sorrisi e ad un leggero fastidio che l’educazione non permetteva di palesarsi oltre il consentito. Cosi appariva. Silvio e Zeno se ne rimasero tra di loro. Cosi gli altri due ascoltavano senza parlare. Lei raccontava che doveva recarsi a Viterbo da una figlia, sposata lì con il maresciallo dei carabinieri della stazione locale. La figlia aspettava un bambino e lei andava ad assisterla per il parto imminente. Ebbe sorrisi di partecipazione anche da parte degli altri, ma evidentemente non bastavano alla sua necessità di rapporto e avendo davanti a sé il ragazzo cominciò a chiedergli dove fosse diretto lui, così giovane con quello zaino. Non disse niente del gagliardetto sulla giacca che forse non aveva nemmeno notato e che invece i nostri avevano subito visto e la cosa li aveva resi più guardinghi. Alle domande della donna, all’inizio il ragazzo rispose educato, ma a mezza bocca, poi dietro le insistenze di lei rispose ad alta voce udibile da tutti: “vado a raggiungere Mussolini a Salò”. Scese il gelo nella carrozza, Silvio e Zeno fecero finta di non aver sentito, così gli altri due, la donna fece un volto preoccupato e rimase in silenzio. Lui continuò come parlando tra sé, come una confessione, anche se a seguito della domanda della donna. “Vede cara signora, sono diretto a Civita Castellana, mi devo incontrare con un gruppo di amici tutti diplomati al Liceo Visconti. Ognuno con mezzi diversi e da soli per evitare di dover rendere conto a chicchessia. Confluiamo lì e poi andremo al nord dove il duce dopo la liberazione dalla prigione del Gran Sasso, ha ricostituito il partito fascista e ha fondato la Repubblica Sociale. “Continuava a parlare pacatamente, come una dichiarazione rivolta ai presenti che era ad un tempo riconferma per sé della decisione presa. Ma il viso era triste, non c’era fanatismo o entusiasmo, come se quel passo fosse frutto di una scelta razionale, più che del cuore. Una cosa che andava fatta anche se non ci si credeva fino in fondo, come una scelta morale, ideale, senza un fine, senza la speranza di cambiare le sorti del conflitto. Continuò rivolto alla donna che lo ascoltava un po’ sgomenta senza la forza di dire alcunché. “Vede signora noi siamo stati educati ai valori della famiglia, della patria, dell’onore, del coraggio. Abbiamo visto con emozione crescente il nome e la fortuna d’Italia tornare in alto al pari delle altre nazioni: queste finalmente ci rispettavano. Abbiamo allargato i confini del paese, la gente ha cominciato ad emigrare di meno in giro per il mondo, spinti dal bisogno e dalla povertà. I contadini hanno potuto coltivare nuove terre sottratte al secolare abbandono, oppure in quelle vergini d’Africa. È cresciuta una nuova gioventù, con più entusiasmo, e fiducia nel domani. Poi è arrivata la guerra e le cose sono arrivate a questo punto. È crollato tutto, gli americani ci bombardano e ci invadono, i tedeschi stanno occupando da nord il paese, il re ha tradito ed è fuggito al sud a chiedere protezione a coloro con cui eravamo in guerra. La gente sta perdendo tutto: le cose, i valori, la dignità, la vita. Credo che sia il tempo per i giovani di prendere coscienza di quanto accade e di scelte radicali. Noi abbiamo fatto un giuramento di fedeltà e coerenza, non ce la sentiamo di rinnegare quello in cui ci hanno educato e in cui abbiamo creduto, di abbandonare quest’uomo che ci ha guidato nel bene e nel male, osannato fino a ieri da tutti, ed ora da tutti vilipeso, noi restiamo fedeli alla parola data. Altri nostri compagni di scuola hanno fatto la scelta di andare sui monti e combattere dalla parte degli alleati, hanno scelto così e a loro va il nostro rispetto, ci troveremo gli uni contro gli altri ed eravamo tutti fratelli”. Disse queste cose con tristezza, come consapevole della inevitabilità di una scelta qualunque fosse. Per lui era di andare dalla parte che ogni giorno che passava, si mostrava perdente, ma a vent’anni si va a cercar la bella morte se quello è il nostro destino. Scese un’atmosfera pesante nella carrozza, nessuno si azzardò a dire nulla, più di tutti la donna dirimpettaio che appariva quasi sconvolta, nemmeno il suo cuore di mamma poteva muoverla a dire, così fu per gli altri. Il treno intanto continuava il suo percorso alternando i tratti di contiguità con la strada a quelli di inabissamento nei boschi circostanti. Arrivati in prossimità di Rignano Flaminio riapparve il nastro d’asfalto con a lato, per lungo tratto, il lastricato di pietre della originaria via Flaminia, e l’asfalto spesso debordava a ricoprire quelle sante testimonianze. Quasi metafora dei nuovi barbari che dal cielo e dal mare del sud gli uni, dal Brennero gli altri, stavano invadendo il nuovo ed effimero impero orgogliosamente e infelicemente ricostituito, e di cui le parate militari di via dei fori imperiali avevano celebrato i trionfi. La stazione successiva sarebbe stata S. Oreste, poco oltre l’abitato. Da lì il treno dopo una decina di chilometri sarebbe arrivato a Civita Castellana, il luogo dell’incontro dei giovani fascisti. Nei pressi della città la Flaminia incrociava la Cassia. Probabilmente quei ragazzi l’avrebbero percorsa per raggiungere la Toscana e da lì il Nord. Zeno e Silvio pensarono che avrebbero potuto trovare molta gente in quella stazione. Ritennero che fosse più prudente scendere a S. Oreste e una volta scesi ragionare su come procedere.
Alla stazione di S. Oreste
Così fecero e con loro il giovane pallido che era salito con loro a Sacrofano. Quando il treno ripartì, loro ancora sotto la pensilina, videro lo sguardo del giovane fascista che li fissava, come un saluto. A Zeno sembrò di vedervi espresso un dubbio, come un ripensamento, forse il pensiero che sarebbe potuto scendere con loro e poi tornare a casa. Dopo Civita Castellana non ci sarebbe stato più tempo per tornare. Zeno pensò, mosso dalla pietà per quel giovane, che aveva sbagliato a stare zitto, avrebbe dovuto dire parole, tentare di scalfire quella determinazione che non poteva essere granitica. Magari era solo una infatuazione giovanile, una fascinazione che avrebbe avuto vita breve. Ma non lo aveva fatto, aveva avuto timore di non riuscire ad entrare in sintonia con quel ragazzo così diverso da lui per educazione e censo e tante altre cose. Era andata così, ormai non si poteva fare più niente. Provò nel cuore una pena tenace, pensò che non si sarebbe dissolta.
Il terreno era ancora bagnato, ma il sole riapparso tra le nuvole brillava i prati di luce. Vicino si ergeva la mole massiccia del monte Soratte, di cui la stazione di S. Oreste era il riferimento ferroviario. Forse S. Oreste era il paese che si intravedeva in alto tra le falde della montagna. Intorno dominava la vista una campagna coltivata, a tratti collinare, in continuità d’aspetto con quella che avevano fin lì percorso. La presenza dell’uomo era discreta, non invadente, come rispettosa del creato dove Qualcuno lo aveva posto. Non era ancora il tempo della liberazione dalla colpa di aver mangiato l’infausta mela. Quell’affrancamento sarebbe venuto dopo, ne avrebbe risentito anche quell’angolo di mondo. C’era un viottolo immerso nella vegetazione che si dipartiva dalla pensilina. Si capiva che era parte della stazione, conduceva ad un servizio per le necessità dei viaggiatori che erano scesi o che aspettavano il treno. Non cattivi odori, grande civiltà, nonostante l’essenzialità della cosa: una turca nel casotto che aveva un fermino metallico sulla porta all’interno per l’intimità della persona. Un rubinetto che immetteva acqua nel buco della turca per la pulizia dopo i bisogni. Un sacco con polvere di soda bianca forse, o altro, per cospargere il pavimento da usare dagli addetti. Oppure da viaggiatori educati? Fatto sta che l’ambiente era pulito e non maleodorante. La luce proveniva da una mini finestrella chiusa sopra la porta, un’altra senza vetri in prossimità della turca lasciava circolare aria nell’ambiente. Fuori una vaschetta ad altezza d’uomo con un rubinetto per lavare le mani, reduci da faccende necessarie ma non celebrabili. Davanti al casotto ma ad una certa distanza un tavolo di pietra con intorno sedili sempre in pietra, sopra un pergolato da cui pendevano grappoli d’uva nera. A pensarci l’eden non doveva essere molto diverso da questo luogo, nascosto in un anfratto, immerso nel verde della natura, di lato ad un’anonima stazione di campagna. Anche se molti, tutti, avrebbero detto, se gli fosse occorso di vederlo, che si stava parlando semplicemente di un cesso. Lo avevano percorso quel viottolo Zeno e Silvio, seguiti dal giovane pallido, intuendo che alla fine della stradina avrebbero trovato qualcosa che aveva a che fare con l’astinenza dal mattino dei bisogni corporali. Dopo, si sedettero sul tavolo di pietra per ragionare e godere l’amenità del posto e il cibo gratuito che i grappoli pendenti sulla testa garantivano. Tirarono fuori dalle gavette ciò che era rimasto del cibo, l’acqua la presero dal rubinetto a lato. Colsero l’uva e misero tutto sulla giacca di Silvio posta amò di tovaglia sulla pietra: il pasto era pronto. Il giovane pallido che li aveva seguiti con discrezione, chiese di sedersi con loro e mentre arricchiva il desco con parte delle sue provviste, si presentò: “mi chiamo Domenico Ettorre, sono studente di Medicina a Roma, la mia famiglia è di Leonessa di Rieti, ho uno zio vescovo a Nocera Umbra, sto andando da lui.” Raccontò che lo zio oltre che essere vescovo, era, o meglio era stato, un personaggio importante della Chiesa, segretario dell’azione cattolica nazionale, intimo di alti prelati del Vaticano, esponente di una famiglia benestante. Nella sua missione o carriera, se si vuole, era incappato nelle conseguenze del Concordato tra Stato e Chiesa, che aveva inaugurato un nuovo rapporto tra l’Italia e il Vaticano sino ad allora in conflitto. Era nota al regime la sua vicinanza ai circoli antifascisti curiali, e la contiguità con il partito popolare di don Sturzo. Fu chiesta dal governo la sua testa, il cardinale Gasparri la concesse e zio Ettorre decadde dalle sue cariche, in particolare da quella di segretario generale della dell’azione cattolica che di fatto fu soppressa e fu esiliato in periferia a ricoprire il ruolo di vescovo nella diocesi di Nocera Umbra. Nella nuova sede comunque continuò a segnalarsi per la coerenza con i suoi principi che lo avevano allontanato da Roma. Domenico era diretto lì, fuggiasco da una cartolina precetto che era arrivata a casa dei genitori. Gli ingiungeva di presentarsi al distretto militare di Rieti per essere arruolato. “Ma dove?” si era chiesto Domenico” in quale esercito mi manderanno, in questo momento in cui si sta sfaldando tutto? Arrivano i tedeschi dal nord, gli alleati dal sud, il re fuggito con tutto lo stato maggiore a Brindisi, Mussolini a Salò con la Repubblica Sociale. “Così aveva deciso di raggiungere lo zio vescovo a Nocera a chiedergli consiglio e intanto nasconderlo nell’episcopio, sino a quando fosse più chiaro cosa era bene fare. Era salito sul treno a Tor di Quinto e dopo quel bel tratto di strada aveva deciso di scendere a s. Oreste e proseguire a piedi. Era stato anche troppo imprudente, non si fidava a continuare a farsi vedere sui mezzi pubblici, temeva che qualcuno lo denunciasse, era un renitente alla leva. Sapeva che in tempi di guerra poteva incorrere nella pena di morte. Si sarebbe tenuto anche lontano dalle strade, aveva con sé nello zaino delle provviste bastevoli per alcuni giorni, quanti ce ne sarebbero voluti per raggiungere a piedi o con qualche mezzo di fortuna Nocera. La fatica non lo spaventava, né le avversità del tempo. Era giovane, si sentiva forte, d’estate amava camminare per i monti dell’Appennino. Dunque: si poteva fare! Si era confidato con loro, perché avevano l’aspetto di brave persone e anche loro gli sembravano in fuga da qualcosa. Gli offrirono di proseguire insieme, perché la strada da percorrere era la stessa, ma egli declinò l’invito. Pensò che il suo passo era più celere rispetto al loro, lo stare insieme avrebbe rallentato il suo andare e da solo avrebbe fuggito meglio eventuali pericoli. Inoltre credeva che da solo avrebbe dato meno nell’occhio. Queste cose pensava e dopo essere rimasto a consumare il pasto, prese congedo e se ne andò. Zeno e Silvio finirono di mangiare, stettero ancora un po’, poi decisero anche loro di rimettersi in marcia. Zeno si voltò ad imprimere nella mente quel luogo, vi aveva provato un senso di pace, come una pausa dai pensieri che si agitavano nella mente. Riguardavano i pericoli del viaggio, le necessità alimentari e del riposo, e arrivati a casa, se tutto fosse andato bene, cosa avrebbe trovato? Negli ultimi mesi aveva potuto dare e ricevere poche notizie. Per certo sapeva che in paese i tedeschi avrebbero stabilito un presidio militare, e che i giovani in età da cartolina di precetto si nascondevano per evitare di essere arruolati e inviati a Nord nel costituendo esercito della Repubblica di Salò. Si aspettava l’arrivo degli americani che insieme agli alleati stavano risalendo la penisola da Sud, dalla Sicilia dove erano sbarcati, Mussolini ancora a Roma al comando, e da Salerno dove erano sbarcati il giorno della dichiarazione dell’armistizio. Infine avevano saputo che la gente del paese era in animo di sfollare in montagna per evitare bombardamenti e rappresaglie. Ma in quel breve momento di sosta si era dissolto tutto. Loro due, quel giovane con loro, il pergolato che offriva riparo dal sole e cibo per il corpo, quel tavolo di pietra bianca che sapeva di solidità resistente al tempo, come un messaggio di immortalità. Cambiava colore e temperatura al volgere delle ore, come avesse una sua vita, da quando qualcuno lo aveva tirato fuori dal fianco della montagna dove dormiva. Quella fatica dell’uomo era poi diventata arte nel sagomarlo e imbellirlo, togliendone le impurità. Fu come averlo sottratto al mondo inorganico e consegnato al mondo dei viventi. Inserito in quel minimo angolo di mondo, nascosto ai più, era come un gioiello che ingentiliva la natura intorno. Zeno aveva sentito dentro di sé come uno sciogliersi di nodi, una sensazione di benessere, come una pausa dal vivere quotidiano. Il cuore e i sensi placati, il bisogno di lasciarsi andare al circostante che ci avvolge, ci compenetra come in un abbraccio d’amore. Era stato così al primo incontro d’amore con la sua Regina, o nell’abbraccio con i compagni di sventura salvi da una granata esplosa contro il loro carro armato, o quando aveva issato per la prima volta il tricolore sul tetto della casa costruita. A Zeno frullavano in testa quei pensieri, appena abbozzati, non aveva gli strumenti per descriverli compiutamente. Aveva fatto studi sino alla sesta che era una specie di scuola media di oggi. Era stato bravo, intelligente, il migliore di tutti, aveva compreso che c’era un mondo di idee e sapere che lo attirava, ma estraneo alla sua vita, alla sua condizione. Ciononostante la sua mente era pronta a ricevere suggestioni, a cimentarsi con quelle, ad entrarci dentro percorrendo tragitti propri. Dunque si chiedeva se la sensazione provata in quel luogo e le altre simili della sua vita erano semplicemente uno stato di soddisfazione, la felicità di un momento, la liberazione da uno scampato pericolo. Avvertiva che si trattava di qualcosa di più, come un uscire dalle faccende della vita di ogni giorno, come diventare altro da sé. Come liberarsi dalla gravità che ci schiaccia sulla terra, sentirsi parte del tutto, animato dall’amore che muove ogni cosa. Intuire che al di là della ragione, era quello stato d’animo il motore per percorrere la strada della conoscenza.
Sulla strada verso località Sassacci
Da lì, dalla stazione di S. Oreste, la strada, per un lungo tratto correva a ridosso della ferrovia, in qualche tratto quasi a sovrapporsi ad essa. L’avrebbe abbandonata all’altezza di Civita Castellana. Per intanto, in quel tratto di campagna viterbese, si rincorrevano e si lasciavano come di un amore contrastato. Rari, massicci, casolari di tufo nella campagna coltivata a cereali, uliveti, vigneti e piante da frutto. Il nocciolo predominante tra tutte. Intorno ai casolari isolati, pini dall’alto fusto con la chioma ad ombrello, come si vedono a Roma, celebrati dalla musica di Ottorino Respighi. Non ancora i pini d’Arizona che avremmo importato dall’America a guerra persa, insieme alla sovranità limitata e controllata dagli americani. Come sarebbe stato della lingua, delle canzoni, della musica, dei film. È sempre successo così, il vincitore vince con le armi, poi consolida la vittoria con la cultura, i costumi, e tutto il resto, sovrapponendosi e poi emarginando quelli autoctoni. Non così si comportavano i romani che infatti durarono un arco di tempo millenario. Imponevano il latino come lingua ufficiale ma dove trovavano una cultura avanzata consentivano l’uso della lingua locale come il greco per l’Oriente. Lasciavano gli usi e i costumi, la religione, le leggi dei conquistati. Addirittura assimilavano le divinità straniere nel loro Pantheon. Anche per questo dominarono il mondo per così tanto tempo.
Dopo Rignano Flaminio Zeno e Silvio non incontrarono per chilometri altri paesi. Quel tratto di territorio appariva deserto di insediamenti umani oltre ai casolari della campagna. Il terreno era leggermente rilevato rispetto al precedente come si trattasse di un basso altopiano. Che’ infatti la strada sarebbe andata in discesa quando più avanti avrebbe raggiunto il primo paese, Borghetto. Poco movimento lungo la strada, i treni della linea Roma-Viterbo si alternavano con saltuaria frequenza. Quando sentivano avvicinarsi il rumore di camion o altri veicoli pesanti prendevano per la campagna e si sottraevano alla vista. Spesso erano camion militari tedeschi. Si era fatto pomeriggio inoltrato quando arrivarono al bivio per Civita Castellana. Lì la Flaminia correva diritta verso nord-est passando sotto un ponte della ferrovia che in quel punto si dissociava dalla strada per raggiungere Civita e da lì Viterbo. Però nel luogo della separazione, come un saluto, si distaccava dalla consolare un diverticolo che seguiva per un tratto la linea ferrata per raggiungere poi le case di Civita che si intravedevano sulla rupe di tufo che le sorreggeva. Oltre proseguiva diretta all’incontro con la Cassia, la consolare per la Toscana che raggiungeva Siena e Firenze.
Che meraviglia l’antico reticolo viario disegnato dai romani! Collegava l’Urbe con tutto il mondo conosciuto. Intersezioni viarie che univano genti diverse, commerci e culture che si confrontavano e integravano sino a formarne una sola che tutte riassumeva nel nome di Roma. Dopo un paio di chilometri dal bivio arrivarono in località Sassacci. Lì si fermarono presso una locanda a ridosso della strada. Era scesa la sera, erano stanchi, i piedi gonfi dentro gli scarponi militari, chiesero al locandiere se poteva ospitarli per consumare un pasto, si accontentavano di quello che aveva. Li fece entrare. Il locale era ampio, delimitato da mura di tufo, grossolanamente scialbate. Alcuni tavoli senza un preciso ordine, panche al posto delle sedie, un bancone in un angolo, accanto una porticina che presumibilmente dava su una cucina retrostante. Due finestre ai lati della porta d’ingresso da cui filtrava il buio della sera che urgeva dietro i vetri a catturare la fioca luce della penombra del locale. L’oste giudicò che era ormai opportuno accendere un lume per rischiarare la stanza, dette fuoco con un fiammifero allo stoppaccio che alzò sino a raggiungere la lampada a gas che pendeva dal soffitto. Una luce azzurrognola si diffuse per la stanza e ne ebbe sollievo l’umanità raccolta e il mondo esterno che si riempì di speranza all’apparire della luce trasmessa attraverso le finestre. La luce illuminò sulla parete opposta all’ingresso una scala in legno che conduceva ad un piano superiore. L’oste indicò loro una panca più lunga delle altre, all’estremità della quale sedeva un altro avventore che dava mostra anche lui di essere in cammino. Evidentemente l’oste non voleva utilizzare altri posti che mostravano di essere stati già rassettati pronti per l’indomani, vista l’ora che lasciava prevedere non altri avventori per quella sera. Si rifocillarono mangiando pane e formaggio e una zuppa di legumi, bevendo con parsimonia vino bianco. Il compagno di tavolo era un giovane dalla carnagione scura, capelli ricci, naso prominente, un’età poco oltre i vent’anni. Mangiava e beveva silenzioso in quell’angolo del locale. Sorrise timidamente all’arrivo dei due. Oltre loro non c’era altra gente nella locanda-trattoria. Zeno per natura estroverso rivolse parola al giovane e questi mostrò come una gratitudine per quell’attenzione. L’oste viaggiava tra la cucina e il bancone e da lì portava il cibo preparato per i nuovi clienti. Era uomo, l’oste, basso e tarchiato con il volto rubizzo e una grande pancia come di chi si abbandona all’abitudine del vino e di cibi generosi. La campagna circostante era evidentemente generosa dell’uno e dell’altro e forniva materia prima per quel negozio posto su una strada di grande passaggio. Pertanto era da presumere un lavoro cospicuo, forse un po’ diminuito in quei tempi pericolosi, ma bastevole per viverci bene. Poi non aveva a subire le minacce dei malintenzionati, perché il regime tra i vari meriti che lui riconosceva, si era mostrato meno tollerante con le devianze, e decisamente repressivo con quelle delinquenziali. Era solito ripetere questa cosa quando si parlava di politica e la suffragava con l’esempio del suo esercizio al quale non erano mai occorse disavventure da parte di gente che veniva a rapinare, o che, consumati i servizi, se ne andava senza pagare. C’era cresciuto e ci si era invecchiato in quel posto il locandiere, entrato lì da ragazzo come garzone. Si era fatto benvolere dal padrone, lui nato in una famiglia numerosa della campagna nei pressi di Borghetto. Passo dopo passo lo aveva sostituito nel lavoro, sino a diventare lui proprietario quando questi dopo una breve vecchiaia era scomparso. Non era sposato, viveva lì, dormiva al piano di sopra, in una stanza accanto ad altre due che riservava per la sosta notturna dei clienti. Aveva qualche donna del posto che gli dava una mano in cucina e per le pulizie e anche per i suoi bisogni sessuali. Quest’ultimi si esaltavano quando accadeva qualche accidente al passaggio delle quindicine in transito per Roma o da Roma. Talvolta accadeva che si dovessero fermare lì e lui offriva ospitalità in cambio dei loro favori. Erano proprio una bella cosa, giovani e profumate rispetto alle villane con cui aveva a che fare normalmente. Si innamorava pure ogni tanto di qualcuna, e una volta una di quelle gli disse che avrebbe lasciato il mestiere per poi venire a vivere con lui nella locanda. Giuseppe, così si chiamava, le mandava regali del suo orto e della campagna vicina, nel casino di via della stelletta, nei pressi del Pantheon. Con tutto quel ben di Dio ci mangiavano tutte, la sua amata e le compagne, negli intervalli di lavoro. Poi Lisa, questo era il suo nome, ebbe pena di lui. Quel suo dire che avrebbe lasciato il mestiere e lo avrebbe raggiunto lassù a Sassacci era una bugia. L’aveva pensata spinta da un moto di gratitudine e tenerezza per quell’uomo. E dopo l’aveva anche detta la bugia, per farlo contento. Ma ora le sue compagne, parlando tra di loro, lo prendevano in giro, lo trattavano da gonzo e non bastavano i regali che mandava regolarmente a rabbonirle ad essere meno infami. Lisa ebbe pena di lui e gli scrisse che non doveva più mandare niente, che tanto lei non sarebbe mai andata da lui. Lo scrisse e mandò la lettera ma sentì come un dolore nel petto. Ritirare la sua mano da quella, aperta e in attesa di lui, che aveva provato un sentimento per lei. Un sentimento nato come un fiore nell’oscurità. Lo aveva donato quel fiore un uomo rozzo, non bello, mosso dal bisogno sessuale. E una volta era accaduto che, consumata la voglia, sul viso di lei, inaspettata, la mano di lui si era mossa in una carezza. Quella carezza era un’offerta d’amore. Ora lei aveva stracciato quel sentimento e si era preclusa la possibilità di una vita diversa. Pensò che non avrebbe dovuto scrivere quella lettera, ma ormai era fatta, non doveva pensarci più. E così fece. Il giovane che sedeva in fondo al tavolo fu invitato ad avvicinarsi a loro. Dopo i convenevoli di rito, rapidamente s’instaurò un’atmosfera amichevole che diventò occasione di comunione. Così Davide, era il suo nome, prese a raccontarsi. Veniva da Rodi, era riuscito ad imbarcarsi sull’ultima nave che riportava in patria parte della comunità italiana dell’isola. Questa constava di circa ventimila persone, oltre un terzo dell’intera popolazione. Gli italiani erano cominciati ad arrivare nel 1911 dopo la guerra vittoriosa con l’impero turco, che assegnò all’Italia le isole del Dodecaneso oltre Rodi. Poi il regime fascista aveva promosso una campagna di italianizzazione che portò altra gente nelle isole e programmi di grande sviluppo agricolo e civile, con messa a cultura intensiva dei grandi latifondi sottratti ai turchi, eliminazione della malaria, riforma del catasto, scolarizzazione ed altro. Ora diffusasi la notizia dell’armistizio dell’otto settembre, si temeva l’ostilità dell’alleato tedesco tradito, cosi chi poté s’imbarcò. Era rimasta una guarnigione militare, in attesa di ordini che all’inizio vennero contradditori e poi più nulla, come per i più numerosi commilitoni della divisione Aqui a Cefalonia, e per quelli a Corfù e nelle altre isole. Tutti dovevano affrontare le medesime incognite. La sua famiglia ebrea aveva un commercio esclusivo di articoli per uffici e scuole e a seguito di questo privilegio o per sincera fede politica erano sostenitori del regime fascista. Una condizione comune a molti della comunità ebrea locale e nazionale d’Italia, che si sentiva legata al paese per la quale aveva combattuto con sacrificio ed abnegazione nella Grande Guerra. Le leggi razziali del trentotto avevano solo scalfito la fede. Pensavano e dicevano tra di loro, che il Duce le aveva dovute promulgare per accontentare l’alleato, ma da noi non sarebbe successo niente per la gente comune. Sarebbe bastato comportarsi bene e non sarebbe successo nulla. Non era stato così: le scuole proibite, i professori allontanati, e infine le deportazioni. Sopportarono tutto, d’altra parte cos’altro potevano fare? Molti pensarono che in fondo stavano peggio gli ebrei in Germania e negli altri paesi d’Europa, anche quelli in Francia che, se potevano, fuggivano dai tedeschi e dai francesi di Vichy e riparavano in Italia, l’Italia fascista di Mussolini, dove trovavano un riparo più sicuro. Raccontava queste cose Davide e aggiunse che era diretto ad Ancona, città di antica accoglienza per gli ebrei. Al tempo del Papato quando fu deciso di raccogliere gli ebrei dello stato pontificio nei ghetti di Roma ed Ancona, alcuni della sua famiglia si erano stabiliti lì e lì erano rimasti. Dopo tanti secoli i discendenti di quella famiglia erano ancora in Ancona e lui intendeva raggiungerli per avere riparo. Non era sposato, i suoi anziani genitori non avevano affrontato il viaggio, non se l’erano sentita. D’altra parte si pensava che data l‘età avanzata non avrebbero avuto a soffrire dai tedeschi se questi si fossero sostituiti agli italiani nell’isola e nelle altre del Dodecaneso. E poi gli alleati avrebbero vinto la guerra in poco tempo quindi non c’era da temere molto. Comunque fosse andata, il mondo nel quale lui era cresciuto era destinato a finire. Chi sa che ne sarebbe stato degli italiani e dei loro privilegi in quelle isole? Era bene che Davide costruisse la vita altrove, i genitori l’avevano convinto a partire per raggiungere i parenti ad Ancona. Non doveva pensare a loro, se la sarebbero cavata in qualche modo. Così gli dissero, ma altri foschi pensieri non diventarono parole. Arrivarono comunque al cuore di Davide che salutandoli ebbe la certezza che non li avrebbe più rivisti. Dominò la commozione e solo quando la nave si staccò dal molo e loro diventarono progressivamente due punti indistinti, si lasciò andare ad un pianto irrefrenabile. Era sceso il buio sulla locanda, per quella giornata il cammino era arrivato al termine, occorreva il riposo della notte per ritemprare il corpo alle fatiche del nuovo giorno. Zeno e Silvio si erano alzati all’alba avevano percorso a piedi, con il camioncino e il treno, un bel tratto di strada, ora erano stanchi ma contenti che tutto fosse andato bene. Chiesero all’oste un posto per dormire e cosi Davide. Fu data loro una camera con tre lettini al piano di sopra. Andarono a dormire, si sarebbero alzati alle prime luci dell’alba. Cantò il gallo quando era ancora buio, dopo, una pallida luce filtrò dalla finestra della camera. Era l’alba, Zeno era già sveglio, si accinse a svegliare gli altri. A turno raggiunsero il bagno in fondo al corridoio, c’era un lavandino e una specie di buiolo per i bisogni corporali. Uscirono da lì dopo essersi lavati il viso e rassettati i capelli. Controllarono che la barba non fosse troppo lunga da ingenerare sospetti in occasionali incontri con militari o polizia. D’altra parte si limitarono a constatare, perché non avevano nulla con loro di arnesi da barbiere. Una volta vestiti, Zeno si affacciò dalla finestra. Silenzio intorno, cielo coperto, minaccia di pioggia, nessuno lungo la strada. Scesero da basso, l’oste preparò per loro del formaggio e del latte, a parte un orzo scuro appena filtrato con i fondi galleggianti nella tazza. Pagarono il conto, ognuno di alcune decine di lire, uscirono in strada.
Verso il ponte sul Tevere
Poche case intorno, basse, ad un piano, ognuna con un giardinetto davanti e un orto dietro. Presero a camminare. Dopo cento metri trovarono una deviazione che indicava il raccordo con la Cassia, proseguirono lungo la loro strada. La pioggia fine prese a scendere e progressivamente rese il selciato fangoso, gli scarponi si ricoprirono ben presto di un induito grigiastro dato dalla terra bagnata. Si coprirono il capo con un cappellaccio che tirarono fuori dallo zaino. Di lato alla strada incontravano, ad intervalli irregolari, dei capanni, grandi come un’edicola che l’Anas aveva approntato come deposito di materiali. Si riparavano e sostavano lì per un po’, quando la pioggia si faceva più fitta. Giusto il tempo per accendere un fuoco in un angolo del locale adibito a braciere, per asciugare loro e gli abiti prima di riprendere il cammino. Invece a più lunghi e regolari intervalli, avevano incontrato il giorno precedente e anche quella mattina, subito dopo aver lasciato Sassacci, le case cantoniere con le mura dall’intonaco rosso. Si cominciavano a vedere già a distanza le case cantoniere, e i colori di rosso pompeiano e bianco come il travertino riecheggiavano passate grandezze, forse anche per questo erano stati scelti quei colori. Sovente, sul davanti, pini alti con una larga chioma, di quelli che si vedono nei parchi di Roma. Accanto, un garage per il riparo dei mezzi meccanici. Dietro la casa, un forno, un orto e un pollaio per gli animali da cortile. Servivano alla vita del cantoniere che con la sua famiglia viveva lì, quella era la sua casa. Stavano lungo le strade d’Italia le case cantoniere. Sul muro era disegnato un rettangolo bianco dove si leggeva il nome della strada, il numero della statale cui quella corrispondeva, la distanza in chilometri da Roma. Su tutto troneggiava la scritta Anas, l’ente che sovraintendeva la gestione delle strade statali e che aveva eretto quella costruzione. La semplicità della forma e l’assolutezza del colore comunicavano un senso di forza, di sicurezza, di autorità severa, ma anche vigile e protettiva. Rimandava al viaggio di uomini affrancati dalla barbarie, che nella loro scoperta di sé e del mondo, trovavano sul cammino i segni di altri precedenti passaggi: pietre accatastate per delimitare uno spazio di sosta o di preghiera o per porre fine al viaggio con un ultimo respiro. Un testimone, qualunque significato esso avesse, che dava a quelli che sarebbero seguiti, forza per proseguire il cammino, e placare l’angoscia dell’inconosciuto. Lo avevano raccolto quel testimone generazioni dopo generazioni e lo avevano portato oltre. Le case cantoniere raccontavano tutto questo e anche altre infinite cose, quante albergano nella mente e nel cuore degli uomini. Prima delle attuali c’erano state le mansiones e le mutationes romane. Anche allora c’era un ente che governava le strade dell’Impero. Dalla Gran Bretagna al deserto libico, dal Portogallo all’Armenia e a tutte le terre poste dai romani sotto l’impero del diritto e della civiltà. Tutto era cominciato all’alba della nostra storia con le strade che partendo dal Foro raggiungevano le città della Sabina, poi dell’Italia, infine del mondo conosciuto. La Flaminia, l’Appia, la Cassia, l’Aurelia, l’Emilia, la Valeria, e tutte le altre, pavimentate le più, con pietre di basalto, levigate dai passi dei legionari e delle genti, con profondi solchi ai lati per l’infinito passaggio dei carri. Le case cantoniere raccontano anche questo, e accarezzano il desiderio di fermarsi per rinfrancarsi, prima di riprendere il viaggio della vita. Ora giacciono abbandonate e cadenti su strade non più percorse. La vita è esplosa altrove. Nei momenti di stanchezza del vivere ripercorriamole, ci racconteranno le favole delle veglie notturne, nascoste in qualche parte della memoria.
Dopo circa un’ora di cammino arrivarono in prossimità della località Borghetto, la strada era in leggera discesa e abbandonato il bosco fitto di querce nel quale era immersa, si apriva ad una grande pianura dove scorreva magnifico il Tevere. ll paese di Borghetto sorgeva ai margini della pianura dove finiva il rilievo boscoso. Quasi a giustificare una funzione di guardia della strada e di quanto accadeva in lontananza nella pianura. Sull’ultima asprezza della collina, a dominare il paese e la strada si ergeva una rocca in rovina, ma con le mura perimetrali in parte intatte e che secoli addietro doveva apparire maestosa e un po’ sinistra. Forse nella fantasia di viaggiatori acculturati avrebbe potuto rievocare la dimora di un Innominato di quella parte del Lazio, simile a quello descritto da Manzoni. Il paese sottostante, una decina di case in tutto, delimitava a destra la strada che a sinistra aveva, in alto sulla rupe, la rocca. I tre stavano quasi arrivando alla prima casa, quando, dietro la curva, videro, non visti, soldati tedeschi. Tornarono indietro e decisero di salire per un tratturo, nascosto tra le piante, sulla rocca. Si appollaiarono dietro un muro che presentava delle fenditure, dalla più piccola di queste, in modo da guardare e non essere visti, scrutarono cosa succedeva. Prima di riuscire a rendersi conto della situazione, pensarono che poteva trattarsi di un posto di blocco, o di truppe di passaggio che si erano fermate nello spaccio a fare provviste. Quando riuscirono a vedere bene, notarono una decina di camion militari fermi sulla strada, di questi, uno si era portato nel piazzale davanti allo spaccio del paese. Intorno, una ventina di soldati che armeggiavano sul camion, forse a riparare un guasto. C’erano anche alcuni civili, probabilmente locali, che i tedeschi trattavano con modi bruschi e autoritari. Avevano aperto il cofano motore, da quello saliva del fumo bianco, i civili si alternavano a portare stracci ed acqua. Dopo circa un’ora il guasto sembrò essere stato riparato e la colonna militare si mise in viaggio verso Roma. Avrebbe ripercorso la strada che loro avevano calpestato poco prima. Chi sa come sarebbe andato l’incontro se non avessero avuto il tempo di tagliare per la campagna? Davide, a quel pensiero sentì correre un brivido lungo la schiena. Ma forse non sarebbe successo nulla. Quei soldati sembrava avessero fretta, magari, poveracci anche loro, correvano all’appuntamento con la morte. Probabilmente erano diretti al nuovo fronte che si era aperto in Italia contro gli anglo-americani e i loro alleati. Neozelandesi, australiani, canadesi, indiani, marocchini: quest’ultimi sarebbero diventati tristemente famosi. Tutti a risalire la penisola verso il nord. I tedeschi dovevano anche fare i conti con la popolazione, con la sua reazione dinanzi all’invasione che stavano attuando. Si erano già verificate le prime sacche di resistenza ad opera di militari regolari, com’era accaduto nei giorni successivi all’armistizio. Il più drammatico e simbolico, la difesa di Roma consumatasi a Porta San Paolo. Sbarrarono il passo ai tedeschi che si accingevano ad entrare nella capitale. Cosa li avrà spinti al gesto eroico, destinato all’insuccesso, isolati e abbandonati dagli alti comandi, dal re, e dal nuovo governo presieduto da Badoglio? Loro lì per obbedienza alla bandiera e all’onore, e quegli altri fuggiti a Brindisi. Dicevano per organizzare il nuovo stato, o forse e più semplicemente, per salvare la pelle. Le mura di Roma erano state violate una sola volta nella millenaria storia di Roma, ad opera di Brenno e dei suoi Galli Senoni, la volta successiva dopo ottocento anni erano stati i Visigoti di Alarico a penetrare nella città e porre fine all’impero romano di Romolo Augustolo. Poi ci sarebbero stati tutti gli altri da Totila a Carlo V, sino all’ultimo, il nonno del Savoia fuggito a Brindisi. Come redivivi centurioni romani, i granatieri e i loro commilitoni si opposero all’ex alleato, senza più la forza di gettare oltre le linee l’insegna per sbaragliare gli attaccanti nel tentativo di riprenderla. Ma il gesto servì per salvare l’onore di un popolo sconfitto e sbandato. Ma Zeno ebbe un moto di commozione anche per quei soldati tedeschi, alcuni dai visi ancora imberbi. Questi erano stati i più arroganti con i civili costretti ad aiutarli: chi sa perché? Forse l’educazione ferrea di quel regime dispotico li aveva resi fanatici, oppure il timore di non essere all’altezza di un compito non adatto alla loro età, di più la paura inconfessata della morte. Loro non avrebbero saputo dire, non potevano, e poi non avrebbero avuto tempo e modo: sarebbero caduti i più, sui campi di battaglia che avrebbero ancora calcato prima dell’armistizio finale. Non sapevano che la storia li avrebbe condannati all’ignominia, al marchio di torturatori, tutti, anche quei ragazzi imberbi, anche quelli, che due anni dopo si sarebbero opposti, adolescenti, ancora più imberbi, alle armate russe che avanzavano nel centro di Berlino. Si sarebbero immolati nell’estremo sacrificio intorno al loro duce, asserragliato nel bunker della cancelleria. Di lì sarebbe uscito un’ultima volta per passarli in rassegna e gratificarli di una medaglia e di una carezza, per poi suicidarsi in modo da sfuggire alla cattura e uscire alla grande dal teatro della storia. Quell’epopea di lutto, distruzioni ed immani sofferenze avrebbe avuto il marchio del male assoluto, e in quella condanna non si sarebbe salvato nessuno, né i carnefici dei tanti olocausti, né i condottieri delle tante battaglie vinte, ma mai esauste. Ce n’era sempre un’altra da ingaggiare, senza fine, sino al delirio e alla catastrofe finale. “Got mit uns” recitavano i soldati tedeschi sui campi di battaglia d’Europa, d’Asia e d’Africa, e così in altra lingua e per un Dio diverso i camerati giapponesi dell’estremo Oriente. Quella bestemmia cosmica avrebbe decretato la loro fine. Come sempre nella storia, l’assolutezza di quel delirio di conquista che aveva mutuato dal superomismo nicciano la sua linfa, ebbe termine nel Valhalla finale, punto d’arrivo di quella storia di morte e distruzione. Ma quel fuoco è destinato a propagare intorno un bagliore nefasto che non si dissolve, che suona condanna, ma diabolicamente esercita un fascino perverso che sta lì, pronto a storicizzarsi di nuovo, non si sa quando o dove. Perché potrà accadere che le conquiste e il benessere della ragione sarà offuscato dalla tormenta dell’indicibile, dell’irrazionale. Appariranno di nuovo angeli fiammeggianti in cielo ad invocare nuove vittime ed olocausti al dio della guerra. Non così gli italiani, estranea loro, quella determinazione luciferina a rincorrere un’idea di onnipotenza e dominio sugli altri. Forse eredi di un passato glorioso, diluito e ammorbato dai secoli frapposti, senza più il vigore e la fame di chi si affaccia da breve tempo alla ribalta della storia. Appagati da tanta antica grandezza e frustrati dai tentativi infruttuosi di riproporla nei secoli a seguire. Ora il fascismo ci aveva di nuovo provato, ma usciti dal cortile di casa, le parole roboanti si erano scontrate con l’acciaio dei mezzi e degli uomini contrapposti, ed era stato disastro. Zeno, Silvio e Davide, partiti i tedeschi, ripresero il viaggio. Circospetti scesero dalle mura del castello e raggiunsero il paese sottostante di Borghetto. Alcuni del posto avevano fatto un crocicchio nello spazio antistante lo spaccio di generi alimentari e merceria. Discutevano dei tedeschi di poco prima, c’era ancora paura mista a soddisfazione perché non era successo nulla di grave. Qualcuno azzardava dei commenti politici, visto che il pericolo era passato. Condanna per i nuovi invasori, ma non mancavano quelli che aderivano al partito del tradimento da parte nostra, che in qualche modo legittimava l’invasione. Zeno pensò che con quelle premesse si annunciavano tempi ancora più bui data la tendenza degli italiani a dividersi in fazioni spesso violente. Tempi bui oltre la guerra in corso e i tedeschi! Nello spaccio trovarono un sapone e anche un pennello, Silvio aveva con sé un rasoio, dunque ora c’era l’occorrente per una rasatura al bisogno. Di roba alimentare poco, presero del pane, un pezzo di lonza e mezza forma di formaggio pecorino che il negoziante tirò fuori da un cassetto e fece pagare con i prezzi della borsa nera. C’era anche del vino sfuso con cui riempirono una borraccia. L’acqua non era mancata e non sarebbe mancata lungo il viaggio, perché lungo la Flaminia, oltre le case cantoniere, si trovavano ad intervalli quasi regolari, se le falde del terreno circostante consentivano, fontane di acqua sorgiva. Un piccolo monumento di grande utilità, realizzato del regime, di cui si fregiava con regolamentare fascio littorio e anno inciso sulla pietra bianca a partire dalla rivoluzione fascista. Come le case cantoniere, le fontane si riconoscevano a distanza, quelle per il colore rosso pompeiano, queste per il bianco della pietra. Alte come una persona, facevano bella mostra di sé in uno spazio ricavato a lato della carreggiata. Servivano per bere e rinfrescarsi dalla calura estiva, per le abluzioni e la toilette dei viandanti, per ripristinare l’acqua nel radiatore dei mezzi a motore, per le necessità degli animali. Lo sgorgare dell’acqua era perenne, non c’erano ancora quei fastidiosi bottoni che avrebbero messo anni dopo, per limitare lo spreco, avrebbero detto. Accadde quando l’acqua cominciò a servire per l’aumentata popolazione, per le attività dell’uomo, per le fabbriche e l’agricoltura intensiva, per le megalopoli razziatrici di beni di consumo, per le multinazionali che si accaparrarono le sorgenti, da cui la creazione del business delle acque minerali. Allora ancora no, risorsa di una natura benigna che dispensava agli umani con abbondanza, quanto serviva per i bisogni essenziali della vita. Oggi, come le case cantoniere, le fontane sopravvivono ignorate, spesso prosciugate, altre ancora orgogliosamente funzionanti a dispetto dei tempi e della loro supposta inutilità. Ripresero il cammino, dopo qualche centinaio di metri la strada s’immetteva su un lungo ponte sospeso sul Tevere che in quel tratto disegnava grandi volute nell’ampia pianura circostante. Non case intorno, terreno propizio per le colture data la prossimità con il fiume e l’esposizione senza ostacoli ai raggi del sole dall’alba al tramonto. File di alberi delimitavano il corso del fiume lungo la vasta pianura delimitata ad est ed ovest da rilievi collinari boscosi. Oltre quei rilievi, a levante si scorgevano le alte cime degli Appennini. Un paesaggio assoluto, gli eventi geologici nei millenni lo avevano modellato a quel modo, sarebbero occorsi in futuro altri rivolgimenti della natura a stravolgerlo, ma quel giorno agli occhi dei tre uomini in cammino, quel mondo appariva concluso, immutabile nella sua soavità, come se i sovvertimenti passati fossero stati guidati ad un fine di bellezza ed armonia come in quel momento appariva loro. Ancora sul ponte e subito dopo averlo attraversato si volsero ad ammirarne la fattura. Un manufatto antico di centinaia di anni con un’edicola nel punto di mezzo ricca di ornamenti in pietra sormontati dallo stemma pontificio con una scritta in latino che loro non erano in grado di tradurre. L’avevano costruito il ponte, in pietra e cotto, quel materiale bianco ed ocra innalzava muri tra i grandi spazi che i quattro grandi archi delimitavano. Sopra due muretti laterali delimitavano la carreggiata costruita a schiena d’asino, sì che si andava in salita nel primo tratto, per poi ridiscendere superata la sommità. Ampio il passaggio da permettere il transito di carri e vetture, forse anche nel doppio senso se non si temeva di raschiare la spalletta laterale. Lo ammirarono da addetti a quel mestiere, ma non sapevano che da lì a poco aerei della grande armata anglo-americana lo avrebbero bombardato, nel tentativo di ostacolare la ritirata dei tedeschi. Questi dopo la strenua resistenza a Cassino avrebbero cercato di raggiungere un punto più a nord della penisola italiana dove contendere al nemico l’avanzata verso la fortezza germanica. A nulla sarebbero servite le imponenti fortificazioni scavate sul monte Soratte, per ordine del generale Kesselring. La grande battaglia consumatasi a Cassino dove i germanici avrebbero sacrificato un’intera divisione di paracadutisti, li avrebbe spinti a ritirarsi dietro la linea gotica, per organizzare lì una nuova resistenza.
Lungo la valle del Tevere sino ad Otricoli.
Ma in quel giorno il bel ponte era ancora in piedi, era un ponte importante, uno dei pochi che permettevano l’attraversamento del fiume non solo in quel tratto, ma anche a nord, dove i ponti di epoca romana di Gallese ed Orte erano crollati, e a sud, dove si doveva arrivare a ponte Milvio per trovarne un altro. Fu papa Sisto V nel XVI secolo che prese la decisione di costruire un nuovo ponte nella località di Borghetto. La leggenda narrava che lui, giovane francescano in viaggio da Loreto a Roma, arrivato lì, per attraversare il fiume, si rivolse ad un barcaiolo che svolgeva quella funzione. Questi, vedendolo non particolarmente florido nell’aspetto e temendo che non l’avrebbe pagato, pretese il breviario come cauzione. All’arrivo sull’altra sponda il frate disse al barcaiolo che quando sarebbe diventato Papa avrebbe costruito lì un ponte, così gli avrebbe tolto prima il lavoro, poi lo avrebbe fatto impiccare sotto i piloni del ponte, una volta costruito. Ed ancora al tempo che stiamo raccontando sotto il ponte si vedevano dei ferri che si voleva segnassero il punto dove si era verificata l’esecuzione. Lasciato il ponte, percorsero il tratto di strada che correva diritta per alcuni chilometri, sino a raggiungere l’altro lato della pianura, raggiunto il quale, la strada piegava a sinistra a ridosso dei rilievi collinari. Da che avevano lasciato Borghetto non avevano incontrato nessuno lungo la strada. In lontananza si vedevano contadini intenti ai lavori sulla campagna reduce dal riposo estivo. Aravano in alcuni tratti, iniziavano la semina in altri, già preparati e pronti a ricevere il prezioso seme. Stormi di uccelli vaganti nell’aria picchiavano sui campi per quel pasto a buon mercato, prima che la terra avesse tempo di nasconderlo alla vista. Altri uomini erano intenti a raccogliere dalle piante da frutto le primizie della stagione. Ogni tanto il silenzio era rotto dagli uomini che si davano alla voce con quelli distanti, per dirsi cose, per un bisogno di comunione, tra loro, con la terra che lavoravano, con gli alberi che accudivano. I tre si trovarono a rallentare il passo per la fatica che si andava accumulando ed anche per godere della quiete del paesaggio. Si avvicinarono ad una radura in riva al fiume che in quel tratto aveva frenato la sua corsa, sì che appariva a occhi non attenti, immobile. Si fermarono. Erano lontani dalla guerra che imperversava poco distante. Il cielo nuvoloso lasciava filtrare in qualche angolo raggi caldi di sole. Si tolsero le scarpe e immersero i piedi e le gambe nell’acqua del fiume. Un freddo discreto, refrigerante, benefico, su piedi abusati dal cammino. Lo sciabordio dell’acqua sulla pelle era piacevole, avrebbe spinto ad immergere tutto il corpo nel fiume sacro se fosse stata la stagione propizia. Dopo un tempo ripresero il cammino per dirigersi alla volta di Otricoli la romana Ocriculum. Da basso, in prossimità del Tevere sorgevano i resti della città romana. Resti imponenti di edifici pubblici: l’anfiteatro, le terme, un tempio. E poi edifici modesti, dirupati, diffusi in una ampia area, e in mezzo il selciato della via Flaminia che passava di lì. Tutto a riconfermare l’opulenza della città posta sulla consolare e lungo il fiume sacro. Tito Livio racconta che dopo la battaglia di Mevania, l’attuale Bevagna, dove furono sconfitti gli Umbri, solo gli abitanti di Ocriculum, non avendo questi partecipato allo scontro contro i romani, da quelli ebbero il titolo di amici dei romani. Grazie anche a questo, oltre alla favorevole posizione, la città divenne con il tempo centro commerciale importante con un porto sul Tevere e una statio sulla Flaminia per la raccolta e la vendita dell’olio prodotto sulle colline circostanti. Divenne presto anche un centro per la villeggiatura dei ricchi romani. Vi aveva una villa Tito Annio amico di Cicerone, e Pompea Celerina, la suocera di Plinio il giovane. Donna ricchissima dai grandi possedimenti terrieri. Dunque città dedita all’agricoltura, al turismo, ed anche industriale con la fabbrica di coppe a rilievo dette coppe di Popilio, accanto a fabbriche di tegole e mattoni. Nel suo territorio si svolse nel 412 d.C. la grande battaglia tra l’usurpatore Eracliano l’africano, e Marino, il generale dell’imperatore Onorio che uscì vincitore. Le cronache del tempo raccontano che sul terreno si contarono cinquantamila morti. Ocriculum fu poi distrutta alla fine del VI secolo dai longobardi e la città fu abbandonata per essere ricostruita sul colle antistante dove è ancora oggi.
Alla volta di Narni
La strada che stavano percorrendo era in leggera salita, lasciava a sinistra i resti della città romana e a destra si intravedevano le case di Otricoli sulla collina. Per andarci bisognava prendere una deviazione che si distaccava dalla Flaminia e dopo un breve tratto arrivava al paese. I nostri continuarono lungo la consolare. Questa saliva lungo il profilo collinare, sospeso a sinistra sulla pianura dove sempre più lontano scorreva il Tevere, e a destra sopra un vasto territorio delimitato in lontananza dai rilievi pre-appenninici. Non case o paesi in quell’angolo di mondo, solo qualche raro casolare, boschi e in alcuni tratti terreno coltivato. Percorsero alcune decine di chilometri con passo regolare ma lento, data la strada in salita. Fitte boscaglie di alberi a foglia caduca che avevano cominciato a mutare il loro colore dal verde verso i toni del marrone. Accanto, isolati o raccolti in gruppo, pini che in alcuni tratti delimitavano la strada, sempre lussureggianti nonostante il volgere delle stagioni. Qualcuno caduto rovinosamente a terra, quasi una punizione del loro essere cicale, in confronto alle querce che mostravano di non temere nulla, con i loro tronchi possenti, ma umili da accettare la spoliazione nella stagione fredda per poi rinascere più vigorosi all’arrivo della primavera. Forse per questa forza che esprimono, le querce e le loro foglie appaiono nelle decorazioni degli ufficiali di alto grado. Arrivati in cima alla salita, la strada procedeva pianeggiante per alcuni chilometri sino ad arrivare ad un bivio. A destra riprendeva a salire in direzione di Narni, a sinistra scendeva per gettarsi in una vallata stretta, boscosa di sempreverdi soprattutto lecci. In fondo scorreva il fiume Nera che continuando la sua discesa si sarebbe gettato nel Tevere presso Orte. Da Otricoli la Flaminia era entrata in territorio umbro, e il terreno collinare e boscoso l’annunciava. Il distacco dagli spazi ampi delle pianure laziali era deciso, raccontava anche il carattere diverso della gente umbra che più ci si allontanava da Roma più diventava chiuso, a tratti scontroso. Chiusi nelle loro città di pietra, gli Umbri hanno visto fluire la storia lungo la consolare Flaminia che attraversa la regione da un capo all’altro. Se n’erano tenuti in disparte per quanto avevano potuto. Ma se molestati s’erano fatti sentire, come fu per Annibale ad opera degli spoletini. Questi, reduce dal trionfo del Trasimeno, si fece sotto le mura di Spoleto, per proseguire alla volta di Roma, ma ne fu impedito dagli abitanti della città e costretto a cambiare itinerario. Quasi una vendetta degli spoletini per la strage da lui perpetrata sul console Flaminio ed i suoi legionari. Così con il Papa, quando, in anni più vicini a noi, i perugini si rifiutarono di pagare l’aumento della tassa sul sale che il Pontefice aveva deliberato. Ma l’atto di ribellione costò loro la distruzione dei quartieri occidentali della città dove sorgevano i palazzi dei Baglioni signori di Perugia, che finirono in quella occasione il loro dominio, e sulle rovine fu edificata la rocca paolina a vigilare e reprimere altre rivolte. Superarono il bivio e presero per Narni, la strada diventò subito salita. Da quando avevano lasciato Sassacci all’alba, avevano percorso circa venti chilometri. C’era stata la breve sosta nelle acque del Tevere, ma escluso quel tempo, avevano camminato ininterrottamente per quasi quattro ore. I tratti in salita ne avevano rallentato la marcia. Decisero di fermarsi, spostandosi sotto un grande leccio discosto una cinquantina di metri dalla strada, un poco nascosti alla vista di coloro che transitavano, mentre da parte loro avevano una sufficiente visuale. Silvio tirò fuori dallo zaino quanto avevano acquistato a Borghetto e, fatto della sua giacca una tovaglia, apparecchiò per lo spuntino mattutino: pane, formaggio, e fette di lonza. Silvio sentiva su di sé la responsabilità di quel viaggio, nei confronti del nipote e ora anche di quel ragazzo che si era unito a loro. Non più giovane sentiva la fatica più degli altri ma non lo dava a vedere, anche se sulla salita il suo passo diventava più lento e gli altri erano costretti a rallentare. In più era gravato da pensieri che lo turbavano. Quella decisione di rientrare a Sigillo era sofferta, lo spingeva la preoccupazione della famiglia: in particolare della consorte con le due figlie. Queste avevano lasciato Roma da alcuni mesi e non sapeva come si fossero sistemate nel paese. C’erano il fratello Umberto e il padre Attilio che certamente avevano provveduto alle loro necessità, ma mancava la sua presenza. Poi c’era il grande cantiere nella campagna romana dove aveva portato anche il nipote Zeno. L’attività si era interrotta da tempo, da quando il progetto dell’Expo 42 o E42, come veniva chiamato, a causa della guerra, si era interrotto. Lui, capo cantiere, aveva avuto la responsabilità di controllare la vasta area dei lavori, pronto a riprendere l’attività se le cose fossero andate in un certo verso. Le grandi statue, in attesa di essere collocate tra le colonne e le nicchie del Colosseo Quadrato e degli altri edifici completati, giacevano abbandonate per terra e queste e altro materiale erano soggette a continui saccheggi. Per quanto aveva potuto, aveva svolto l’incarico di vigilare, affidatogli dall’ingegnere Costanzi, il titolare dell’impresa che aveva avuto l’appalto di quell’enorme lavoro. Si trattava di costruire una nuova Roma nella campagna acquitrinosa in direzione del mare, aperta verso il Mediterraneo e oltre verso il mondo. Desiderio di un nuovo e prestigioso ruolo della nazione italiana. Nostalgia di un passato imperiale e speranza di un futuro radioso. Non era stato cosi e l’interruzione dei lavori ne fu il simbolo. Ora anche Costanzi e le maestranze si erano dileguati e Silvio, a malincuore se ne tornava al paese, senza abbandonare l’idea di un ritorno, per riprendere in qualche modo il lavoro più entusiasmante della sua vita. Ricordava le albe dorate in sella alla bicicletta dal Quadraro, la nuova borgata romana dove aveva casa, sino alle mura aureliane. Lì all’altezza di porta ardeatina aspettava Zeno che arrivava anche lui in bicicletta da via dei Pastini nei pressi del Pantheon, e insieme salivano su un camion dell’impresa accanto ad altri muratori prelevati prima. Percorrevano la via Imperiale, che li portava al cantiere per la giornata di lavoro. Ma ora era tutto finito, però forse non tutto era perduto, pervicacemente qualcosa glielo suggeriva. Sarà stato il fascino che Piacentini e gli altri architetti del progetto esercitavano su di lui, e che gli facevano pensare che in qualche modo avrebbero completato l’opera maestosa. D’altra parte tutti questi erano vicini al regime e per lui socialista la cosa creava qualche conflitto interiore. La stima e il rispetto che aveva per loro lo aveva portato ad una minore acredine nei confronti di tutto quello che era opera del governo. In particolare per le opere costruttive che realizzava. Lui non se ne rendeva conto, non l’avrebbe mai ammesso, ma chi gli stava vicino lo notava.
A Narni
Guardò con affetto i compagni di viaggio, per primo Zeno, quasi un figlio per lui. Gli aveva insegnato il mestiere, aveva limitato al massimo, per quanto aveva potuto, il periodo di fatica brutale della manovalanza: a caricare sacchi sulle spalle e caldarelle colme di cemento, o a picconare, e spalare. Ora lo aveva fatto assistente ai lavori accanto a sé. E un sentimento provava anche per quel giovanotto, unitosi dal mattino a loro, che aveva l’aspetto di un ragazzo poco più che imberbe. Lontano com’era dalla famiglia e dal suo mondo, diretto ad Ancona verso un futuro oscuro. Ebbe un moto di commozione misto a rabbia. Le cose per la sua famiglia e in generale per tutti non erano così male, se pensava a tutti quelli che in anni precedenti se n’erano dovuti andare in America a cercare fortuna. C’era il regime si, per lui socialista non andava bene, ma erano stati fatti progressi in molti campi, soprattutto si stavano rimarginando le ferite dell’immane disastro della grande guerra. E poi le cose sarebbero cambiate anche in politica. C’era un movimento operaio internazionale che guardava alla Russia con grandi speranze, qualcosa sarebbe successo. Malauguratamente successe qualcosa, ma non quello che si sarebbe sperato! Scoppiò la guerra! All’improvviso il disastro, quell’altro nipote morto in Grecia, Zeno richiamato in Albania, il lavoro compromesso, il futuro incerto. Si scosse e invitò gli altri ad alzarsi e riprendere il cammino. Davide si mise davanti a fare l’andatura sulla salita, che a tratti diventava impegnativa. Camminava e pensava, ed alcuni dei suoi pensieri li comunicava ai compagni di viaggio. Gli accadeva raramente di essere così loquace. Per di più, per tutto il viaggio da Rodi a quel tratto di Umbria che stavano percorrendo si era astenuto da ricercare compagnie occasionali con cui condividere timori o sostegno. Aveva evitato persone e luoghi affollati, anche sulla nave che lo aveva portato a Civitavecchia. Da lì, a piedi e con qualche mezzo di fortuna era arrivato sino a Sassacci. In quella locanda, la bonomia dei due aveva da subito sciolto la sua naturale diffidenza ed ora si trovava a raccontare loro di sé. Nelle parole e nelle espressioni del viso rappresentava Il timore della partenza, il dolore di lasciare i suoi, la preoccupazione per il domani. Non c’era traccia del brivido fascinoso che accompagna l’avventura del giovane che si apre al mondo, per quanto funesto questo possa apparire. Raccontava la sua vita a Rodi, il rapporto con la madre un po’ ossessiva, che vigilava da vicino sui suoi progressi scolastici ed anche sulle avventure amorose. Se lei trovava quest’ultime inadatte per condizione sociale e per il futuro che immaginava per il figlio, riusciva sempre ad intervenire, in maniera occulta ma con successo. Lui non si angustiava troppo, perché quelle storie erano transeunti e l’intervento materno non faceva altro che aiutarlo a liberarsene e dunque renderlo disponibile per una nuova. Gli piacevano le ragazze locali, brune, non alte, formose, e allegre soprattutto. Le vedeva e ammirava in giro per le strade della città o al mare dove scoprivano i loro corpi sinuosi e invitanti. Lui non propriamente bello, e timido il giusto, riusciva a farsi valere dopo il primo contatto difficile. Era un narratore e le storie che raccontava, tratte dai film visti o dai libri letti o semplicemente da sue fantasie, affascinavano le ragazze. La fascinazione che accendeva gli animi di chi ascoltava, quando funzionava, era per lui già una conquista, non finalizzata necessariamente a qualcosa di più. Bastava a rafforzare la sua autostima. Poi il di più, quando accadeva, gli toglieva serenità, come di cosa non controllabile che lo prendeva, al di sopra di sentimenti, pensieri, educazione. Alla fine diventava schiavo del desiderio, ed era sensazione sgradevole da cui liberarsi. Zeno e Silvio lo ascoltavano sorridendo, e guardandosi comunicavano l’un l’altro il pensiero che Davide era un giovanotto fortunato. Loro non avevano avuto tutto quel tempo per gli svaghi e le cose dell’amore. Queste si erano risolte più semplicemente in una cosa che si chiamava famiglia. Dopo alcuni chilometri di salita arrivarono in località Testaccio, un gruppo di case che segnavano il termine della salita e l’inizio di una discesa che oltrepassata Narni sarebbe terminata nella pianura di Terni. La strada in quel tratto era circondata da boschi di lecci e a mano a mano che scendeva si incuneava in una gola tra due alti rilievi che percorreva addossata alla montagna, quasi sospesa sul ciglio della roccia sotto la quale sprofondava il burrone. In fondo correva il fiume Nera e la gola era la parte terminale della Val Nerina, disegnata dal fiume omonimo che nasceva in alto e in lontananza sugli Appennini e scavava la roccia sino a questa gola finale, prima di gettarsi nel Tevere poco oltre, all’altezza di Orte. Percorsa la discesa per sette-otto chilometri, cominciarono ad intravedere Narni, che da un lato si affacciava con le case a precipizio, sulla gola del Nera, e davanti sulla vasta pianura dove si intravedeva in lontananza Terni. Traversarono la porta che dava accesso alla città. Attorno alla Flaminia, diventata Corso cittadino si ammassavano due file ininterrotte di edifici in pietra, quelli posti a sinistra che si affacciavano pericolosamente sul burrone sottostante. Fu Davide che, fresco di studi, raccontò loro che si trattava di città nobile e antica, esistente sin prima della conquista romana, quando gli fu cambiato il nome in Narnia, termine che evocava il fiume Nera sottostante. La città era diventata florida dopo la costruzione della via consolare e si ricordavano personaggi illustri, cui Narni aveva dato i natali. Tra tutti l’imperatore Nerva, ultimo imperatore italiano e nel Medioevo il condottiero e capitano di ventura conosciuto con il nome di Gattamelata. La città attuale era d’impianto medioevale ed aveva subito il dominio dei longobardi di Spoleto. Infine additò loro l’imponente rocca dell’Albornoz che dominava dall’alto l’abitato. Questi nel XIV secolo aveva costruito nei centri maggiori attraversati dalla Flaminia, rocche di difesa e controllo sul territorio. Quella di Narni venendo da Roma era la prima che si incontrava. Grande personaggio l’Albornoz. Era stato militare al servizio del re di Spagna nelle guerre contro gli arabi. Poi si era conquistato benemerenze anche presso la Chiesa, tanto da meritare la porpora cardinalizia al tempo dei Papi Avignonesi. In quegli anni il potere temporale pontificio sulle terre appartenenti alla Chiesa si era andato perdendo per effetto dell’usurpazione da parte di signorotti locali, nel Lazio, in Umbria, nelle Marche e in Romagna. L’Albornoz ebbe l’incarico dal Papa di tornare in Italia e riconquistare le terre sottratte. Lo fece nel corso di anni. Fu una lotta dura e difficile che vide anche la sua lungimiranza politica nel dare riconoscimenti formali agli sconfitti per consolidare le conquiste fatte, nonostante la perplessità dei pontefici. La sua operazione militare si concluse con l’edificazione di una serie di rocche lungo i territori conquistati e posti di nuovo sotto l’autorità della Chiesa, che a buon diritto ancora oggi vengono denominate rocche albornoziane. Silvio e Zeno lo ascoltavano con piacere perché Davide raccontava con passione, come se partecipasse agli eventi descritti. Era un modo di essere della sua natura che tendeva a ripiegarsi sul passato. Il profondo interesse per i fatti della storia era come una ricerca di conforto, di protezione, un riconquistare un’identità sempre in bilico nel fluire del vivere, un’ancora, certezze cui appoggiarsi. L’immobilità degli avvenimenti passati, consegnati all’accaduto, erano immutabili. La sua anima sentiva il bisogno di avvolgerli, quasi proteggerli, addirittura plasmarsi su di quelli, per prendere forza, e con quella gettarsi nella mischia del presente, del fluire tumultuoso della vita. Procedettero con passo tranquillo lungo la via. C’era gente in giro, in quell’ora di tarda mattina quando le persone cominciano a rientrare nelle case per il desinare. Camminavano un po’ discosti l’uno dall’altro, come mossi dal desiderio di mimetizzarsi meglio, di dare meno nell’occhio. In prossimità della piazza che era semplicemente uno slargo della via, gli edifici diventavano più alti rispetto ai circostanti. Pietra scura, che dava un senso di tetro, di oscuro, di Medioevo duro, con le viuzze strette che si dipartivano e salivano e scendevano come rivoli nel ventre dell’abitato. In un lato della piazza una grande fontana, e in cima ad una gradinata si ergeva la chiesa. S. Giovenale c’era scritto su un’insegna, doveva trattarsi del patrono di Narni. La gente in giro aveva cominciato a diradare. La strada lasciata la piazza girava sulla destra e poco oltre si intravedeva la porta di uscita della città. Quando la via svoltò del tutto, in prossimità della porta, videro quattro uomini armati. Gli sembrarono fascisti, dalla divisa e dal copricapo. Ricordarono di aver sentito alcuni giorni prima, che si stava ricostituendo la Guardia Nazionale nell’ambito della Repubblica di Salò, sorta dopo l’otto settembre con Mussolini liberato dalla prigione del Gran Sasso. E l’Umbria, con gli anglo-americani ancora lontani, faceva parte della Repubblica. Videro i militi cento metri più avanti a guardia della porta, e quelli videro loro. Non c’era altro da fare che procedere tranquilli senza far trasparire il loro timore. Forse potevano fuggire? Ma dove? Dove altro potevano andare? Si vedeva che erano forestieri in viaggio. E poi sarebbe stata un’ammissione di colpe da nascondere. Non rimaneva che andar all’incontro e in quei cento metri prepararsi a cosa dire. Silvio avrebbe parlato per tutti: avvertì gli altri con uno sguardo. Pensò che per loro due, ci stava il dichiararsi lavoratori del grande cantiere dell’EXPO 42. Un ritorno a casa temporaneo, in attesa di una nuova chiamata, appena il cantiere avesse ripreso i lavori. Lui aveva un’età non compatibile con il servizio militare. Più problematica la cosa per Zeno che aveva 31 anni, ma con sé aveva la licenza di quando era stato richiamato in patria dall’Albania per la morte del fratello al fonte. Quelli non potevano sapere che poi era stato di nuovo arruolato e si trovava sino a pochi giorni prima in una caserma a Civitavecchia. La preoccupazione era per Davide, giovane, in età di militare. Che ci faceva lì da Rodi come attestavano i documenti che portava con sé? Quanto meno c’era da temere che sarebbe stato trattenuto per essere arruolato nelle forze armate della Repubblica che si stavano organizzando al Nord. Tutto dipendeva dal comportamento che avrebbero tenuto quei militi, del loro essere fanatici esecutori di ordini o interpreti svogliati degli stessi. A mano a mano che si avvicinavano, Silvio notò che si trattava di ragazzi dall’aspetto non aggressivo, o così li volle vedere. Arrivati, quelli intimarono l’alt. Silvio si fece avanti e raccontò di loro due quanto aveva precedentemente pensato e in cui percorrendo quei cento metri si era confermato. Di Davide disse che si trattava di un loro nipote che i genitori avevano mandato per far visita ai parenti nel paese d’origine. Parlò tranquillo, con calma, abbozzando un sorriso che sapeva di paterno nei confronti di quei ragazzi vestiti da soldati, e il sorriso non era una finta. Quasi il timore per sé e i suoi configgeva con la pena che sentiva per quelli, intrappolati in un’uniforme che prometteva sciagure, per loro e gli altri. Mentre si accingeva a mostrare i documenti che avrebbero convalidato il racconto che aveva fatto, gli balenò improvviso in mente il ricordo delle armi che Zeno portava con sé nella tasca del pastrano. Lo portava sulle spalle il pastrano con atteggiamento disinvolto, forse sarebbe stata la prima cosa che avrebbero perquisito se avessero deciso di non fidarsi. Fu atterrito dal pensiero, dunque decise che si trattava di sviarli da quell’ulteriore verifica, dopo i documenti e le parole. Così prese a cianciare del tempo, della campagna, dei meravigliosi monumenti che avevano costruito a Roma, della bella città di Narni che stavano attraversando. E per trasformali da uditori in colloquianti, il che avrebbe catturato più la loro attenzione e sviato la mente da altri pensieri, per loro pericolosi, chiese se erano di Narni o erano venuti lì da fuori. Quelli risposero. Dissero che venivano da Terni. Lì dopo lo shock di settembre era stata riaperta la Casa del Fascio e molti ragazzi della loro età erano stati arruolati, chi nell’esercito che si stava ricostituendo al Nord, chi nella Milizia a livello locale: a loro era toccata questa. A parte uno che appariva più determinato, gli altri sembravano essere non molto entusiasti di quell’arruolamento, come se non avessero potuto sottrarvisi. La cosa non si metteva malissimo, fu il pensiero che prese corpo nella mente dei nostri. Quei ragazzi sembravano ben disposti, c’era una ragionevole speranza che non avrebbe effettuato controlli severi, probabilmente si sarebbero accontentati dei documenti. Nel mentre che in testa giravano quei pensieri, che fluivano parole da una parte e dall’altra, e nell’attesa di un via libera, o peggio di altro che pervicacemente avevano eliminato dalla mente, si avvertì il rombo di aerei che si stavano avvicinando. Un rombo spaventoso e in un attimo li videro passare sopra di loro, bassi quasi da vedere la carlinga e le eliche girare. Venivano da sud. erano decine e decine, forse centinaia. Ci fu un fuggi-fuggi di tutti, della poca gente in giro, dei militi, di loro per i quali il fuggire diventò liberarsi dal controllo, e guadagnare il passaggio della porta. Corsero fuori della città fino a fermarsi accanto ad un imponente momento ai caduti della grande guerra, che sembrava offrire un rifugio dagli aerei e dagli uomini. Attesero la fine del passaggio degli aerei che grazie a Dio non avevano Narni come destinazione. La meta era Terni con le sue acciaierie e le altre industrie. Se ne accorsero perché udirono prima, e poi videro dall’alto dove si trovavano, le bombe cadere sulla città. Erano rumori e bagliori delle esplosioni e poi fiamme quando ad essere colpiti erano i depositi di benzina e di altro materiale infiammabile. Nel mentre che il bombardamento su Terni andava avanti e la gente di Narni cominciava ad uscire dalle case, ormai tranquilla di averla scampata, e con la segreta voglia di assistere allo spettacolo, i nostri decisero di lasciare il rifugio e proseguire il viaggio.
Oltre il ponte di Augusto verso la stazione di Narni scalo
Presero giù per la strada che con ampie curve abbandonava il colle su cui si ergeva la città, sino ad arrivare ad un bivio. A destra si impegnava in un lungo rettilineo che dopo una decina di chilometri arrivava a Terni, a sinistra voltava per raggiungere Narni scalo, un gruppo di case sorte intorno alla ferrovia dove era posta la stazione della città. Per arrivarci si trattava di attraversare un lungo ponte sospeso sopra il Nera. Il ponte mostrava segni di un recente bombardamento, ma appariva ancora solido e percorribile. Accanto si ergeva il ponte romano detto di Augusto crollato nella parte centrale, con le enormi volute laterali ancora intatte. Non erano state le bombe a farlo crollare, ma il tempo, con i terremoti e le altre avversità della natura, poi gli uomini avevano fatto il resto con l’incuria e la depredazione del materiale. Ne soffrì Goethe alla fine del settecento, in viaggio per l’Italia a vedere, disegnare, raccontare la romanità. Ne soffrì perché era tra i ponti più maestosi che aveva incontrato. Se pur diruto lo fece ritrarre ugualmente dal pittore che lo accompagnava nel viaggio. Quel ponte franato stava lì anche per rinfocolare le polemiche tra i cultori di cose romane, in particolare gli studiosi delle vie consolari. Il ponte di Augusto era la chiave di volta per decidere sulla querel riguardo la primogenicita’ tra i due tracciati della Flaminia. Quello che tira dritto verso Terni e l’altro che impegnandosi sul ponte quando era in piedi, andava verso ovest. La maestà del ponte ci stava per assegnare la priorità a quello diretto ad ovest, ma l’importanza delle città che attraversava, Spoleto in primis, ci stava con l’altro. E comunque entrambi i tracciati si ricongiungevano all’altezza di Foligno. Dunque una questione di lana caprina? Forse, ma di queste cose vive la ricerca storica e non solo quella. Alla fine i soliti accademici tedeschi avevano concluso che la strada primitiva era quella che attraversava il ponte di Augusto e non a caso l’imperatore lo aveva fatto restaurare con la tassa che impose all’aristocrazia romana in favore dei ponti della Flaminia. Da lì la strada si inoltra nella campagna umbra attraversando località che ancora oggi ne conservano memoria come Carsulae a poca distanza da Narni e dopo circa quaranta chilometri Bevagna, la splendida città romana di Mevania circondata da mura ancora oggi intatte. Poi dopo altri dieci chilometri arrivava a Foligno dove si ricongiungeva con l’altro tracciato. Quest’ultimo finì per prendere la supremazia nei secoli, perché sul suo percorso attraversava Terni, e scollinando sul rilievo della Somma arrivava a Spoleto importante città romana e poi longobarda. Attraversarono il ponte nuovo e dopo circa un chilometro arrivarono in prossimità della stazione di Narni-scalo. La piccola stazione era pressoché deserta, i tre si sedettero su una panchina sotto la pensilina. Si era fatta quasi sera, il sole se n’era andato dietro i monti che nascondevano Amelia, rimaneva una luce ottobrina che muoveva il cuore alla dolcezza. Annunciava tenebre che sarebbero scese su una natura gravida di vita matura, destinata presto a corrompersi, come per i frutti degli alberi ormai pronti per la raccolta, doverosa, perché altrimenti, caduti a terra, sarebbero diventati natura marcescente. Di lì a poco anche le foglie, ancora verdi ma screziate di marrone e giallo, sarebbero cadute, annunciando l’incedere dell’inverno. La misteriosa macchina nascosta nelle viscere della pianta che trasformava anidride carbonica in ossigeno rallentava la sua corsa, si placava il flusso di linfa lungo le arterie, che trasportava cibo ed acqua dalla terra sino alle foglie. Gli alberi si sarebbero addormentati, ritratti in sé stessi, con rami scheletriti, a difendersi, a resistere all’acqua, al vento, ai fulmini, alle ferite inferte dagli uomini. Avrebbero sopportato tutto nell’attesa del nuovo sole. Ma ogni anno la vita diventava più difficile, anche a causa dell’uomo. Millenni prima avevano visto arrivare la nuova creatura con curiosità. Benevolmente gli avevano offerto protezione sui rami, tra le fronde, a riparo dalle bestie feroci che lo attentavano. Avevano tollerato il sacrificio di qualche compagno: legna per i fuochi, e per la fabbricazione degli utensili. Ma poi gli uomini erano diventati sempre più numerosi e arroganti. E gli alberi e gli animali con loro, avevano dovuto sopportarne la prepotenza. Una convivenza difficile e molti avevano cominciato a lasciarsi morire nelle città degli uomini. Troppo asfalto e cemento a coprire le radici, a cingere il fusto. E quell’aria ammorbata dai fumi, le esalazioni, i miasmi dell’inarrestabile progresso. Non era vita quella, lontani dai boschi dove erano sempre stati. E prima di morire si producevano in un’ultima rigogliosa gettata di boccioli e foglie: quasi un ultimo atto vitale, un grido al mondo, prima di precipitare nel nulla. Ce n’erano due di alberi ai lati della stazione, due grandi platani che con i rami e le foglie davano ombra durante il giorno alla pensilina. Più di lato due pini dalla chioma sempre verde, che mandavano un odore di resina intorno, e per loro il ciclo delle stagioni sembrava non esistere. I nostri si erano alzati presto il mattino in quella locanda a Sassacci, avevano percorso il tragitto solo a piedi, ad occhio saranno stati tra i trenta-quaranta chilometri, con varie pause e pericoli. Era andata bene, ora si trattava di trovare da dormire per riposare, dopo aver mangiato qualcosa. Di lato alla stazione passava la strada diretta ad Acquasparta, si trattava del primitivo tragitto della Flaminia, loro non l’avrebbero percorsa l’indomani. Erano venuti lì per la presenza della stazione, per vedere se avessero potuto prendere qualche treno in sicurezza. Sarebbe stata preoccupazione della mattina. Se non il treno, avrebbero di nuovo guadagnato il bivio prima del ponte e si sarebbero diretti verso Terni. Pensavano di trovare più possibilità, anche se più pericolo. Ma l’altra strada era un buco nero, non la percorreva più nessuno, dunque meno pericolosa, ma di contro con meno risorse, come il cibo che avevano quasi esaurito, e anche mezzi di fortuna con cui procedere più agevolmente. La scelta era fatta, quella stazione per la notte e dopo, se non il treno, verso Terni di nuovo a piedi o con qualche mezzo. Dopo aver consumato il pasto residuo del giorno, si sistemarono sulle due panchine per il riposo notturno. Chi steso, chi semi-seduto, occuparono lo spazio disponibile, coperti con i loro pastrani. Con il buio era sceso su di loro un freddo umido. Ne soffrì Silvio più degli altri. Le sue ossa e articolazioni, provate da anni di lavoro nei cantieri, ne avevano pagato lo scotto, ed ora in età matura reclamavano riposi più accorti, che quella nuda panchina non garantiva. Ma così era, per quella notte e forse altre ancora. Passò qualche treno nelle ore sempre più buie che seguirono, nessuno di questi fece sosta nella stazione, forse erano treni militari. Loro nel dormiveglia non si mossero al loro passaggio, scommisero che non si sarebbero fermati ed ebbero ragione. La stazione appariva deserta e buia all’infuori di un cabinotto che sporgeva dal resto dell’edificio, in direzione delle rotaie, forse per averne una visione migliore. Lì era sistemato l’addetto al controllo, e lì la luce rimase sempre accesa, ma nessuno ne uscì. Il cielo a tratti mandava giù una pioggerellina ottobrina che condensava l’umidità dell’aria ed era piacevole a sentirsi, per chi come loro non era caduto in un sonno profondo e continuava in quel dormiveglia a percepire quello che i sensi trasmettevano. Quello stato di sonno-veglia mescolava percezioni sensoriali con pensieri ed immagini che si accavallavano nella mente. Ricordi, paure, ragionamenti appena abbozzati senza una conclusione. Era la coscienza obnubilata dal sonno, ma ancor desta, che si muoveva in libertà senza la gabbia della ragione, e così i sogni si mescolavano con le immagini della giornata trascorsa, le aspettative del domani, i volti delle persone care. Si facevano sentire anche gli ormoni maschili che si esprimevano con diversa intensità, in relazione all’età dei tre. Inibiti durante il giorno, aspettavano l’appuntamento con la notte per pungolare la carne e prepararla in un’atmosfera mielosa alle esigenze della conservazione della specie. Proponevano le sembianze delle donne amate, ma più subdolamente e spesso con più efficacia quelle delle ragazze dei casini che con diversa frequenza tutti avevano frequentato. Sublime mistificazione della natura che incoraggia con il piacere il perseguimento del fine. Ma il mezzo tende a diventare predominante rispetto all’obbiettivo, sino progressivamente ad oscurarlo. Accade nelle civiltà evolute dove il mezzo finisce per soppiantare del tutto il fine, diventa assoluto, concluso in sé stesso. Il fine che la natura aveva stabilito viene rimosso. Lo si vede nel declino dei grandi imperi della storia, con la popolazione sempre più anziana, infiacchita dal benessere e dai piaceri, e bassa natalità. Alla fine inevitabile preda della forza vitale di popoli nascenti. Così trascorse la notte nel riposo agitato da pensieri e immagini che l’oblio sconfitto non riusciva a mascherare. Poi il cielo prese lentamente ad illuminarsi, e con loro anche la stazione sembrò svegliarsi se pur ancora deserta. Si alzarono dalle panchine e si accinsero ad affrontare la nuova giornata sotto un cielo diventato sereno. Prima che arrivasse gente si diressero verso la fine dell’edificio, presso una fontanella ai piedi di un pino e vicino al casotto dov’era la turca. Fecero i loro bisogni, si rassettarono i capelli, ci fu anche tempo per sbarbarsi. Poi uscirono dalla stazione per mettere uno iato tra loro della notte e quelli del mattino, come gente nuova che, uscita di casa, si recava alla stazione a prendere un treno, o ad aspettare qualcuno che doveva arrivare. Entrarono e si informarono dalla gente e dal personale ferroviario sull’orario dei treni diretti ad Ancona. Seppero che avrebbe fatto sosta a Narni scalo il treno delle nove proveniente da Roma. A momenti sarebbe transitato un treno militare proveniente da Nord che trasportava soldati e armi dalla Germania verso il fronte nei pressi di Salerno, dove erano sbarcati gli alleati alcune settimane prima. In un angolo della sala d’ingresso della stazione c’era un punto di ristoro. Si serviva al costo di pochi centesimi una bevanda calda che era un surrogato d’orzo, e fette di un ciambellotto fatta in casa. Servì l’uno per riscaldare lo stomaco e l’altro per dare un minimo di energia mattutina, in attesa di trovare qualcosa di più sostanzioso prima di riprendere il viaggio. Non ci fu tempo per parlare ancora o ragionare sul da farsi, perché il treno militare, con sorpresa di tutti, si fermò. Ne era stato annunciato solo il passaggio e invece dalle carrozze i militari presero a scendere. Loro non riuscirono a guadagnare l’uscita, perché quelli erano già lì, confusi con loro, e l’andarsene in fretta poteva essere cosa non buona. Erano militari tedeschi, insieme a loro anche italiani. Silvio pensò che per quest’ultimi si trattava di coloro che avevano risposto alla leva fatta alcune settimane prima dal maresciallo Graziani che era diventato il ministro della guerra della repubblica di Salò. Loro rimasero lì, confusi in mezzo al clamore delle voci di tutti quegli uomini. I gesti e le parole, se pur di non facile comprensione, sembravano lasciar intendere che la causa della sosta era dovuta al danneggiamento dei binari nei pressi di Orte. Il treno era riuscito a passare Terni, nonostante il bombardamento del giorno prima, ma forse nel loro avvicinarsi alla città gli aerei americani avevano colpito la linea ferrata a sud di Narni, ed ecco la ragione di quella sosta. Però i nostri ricordavano dei treni passati durante la notte, dunque doveva trattarsi di una causa, bombardamento o altro, occorso nel mattino. Comunque fosse, i ferrovieri della stazione, parlando con i soldati italiani che chiedevano, dissero di aver avuto comunicazione che i lavori di riparazione erano a buon punto e dunque tra breve sarebbero potuti ripartire. Tra i volti dei tanti che affollavano la sala d’attesa della stazione, a Zeno parve di riconoscere in divisa uno del paese, di Sigillo. Lo chiamò: “Emilioooo”! Questi, udita la voce, cercò con lo sguardo, ed individuato il viso amico, si diresse verso di lui, agitando la mano in segno di gioia e arrivato, si abbracciarono. Poi parlarono e si chiesero l’un l’altro cose del paese, delle famiglie, di loro stessi. La famiglia di Emilio era la più in vista del paese, in quanto a fede fascista. Un’adesione entusiasta e assoluta sin dalla prima ora del regime. Ne ebbero qualche piccolo tornaconto di potere ma non più di tanto, data la povertà del paese e la semplicità della vita. Avevano un commercio di alimentari sulla piazza, e quel commercio dava sostentamento ad una numerosa famiglia, costituita da due fratelli con la loro discendenza diretta. Uno dei due aveva un soprannome in paese: Stagnino. Questi aveva una fama un po’ sinistra perché dicevano che era una sorta di mago o stregone, al quale ci si rivolgeva per leggere il futuro o comunicare con parenti oltre-oceano. Raccontavano di poteri incredibili, come di quella volta che operò una trasmigrazione entrando in un gatto nero, che in una città della Pennsylvania vide la persona per la quale era stata richiesta la sua opera. E Stagnino potette comunicare alla donna richiedente che l’uomo era vivo, stava bene, lo aveva trovato in un bar con amici e che presto sarebbe tornato in Italia in famiglia. Favoleggiavano di un libro che lui teneva sempre con sé e che veniva raccontato con il nome di “libro del comando”, dove lui attingeva i segreti del suo potere, che gli consentivano di dare risposte a coloro che richiedevano il suo intervento magico. Questa cosa, probabilmente più dell’appartenenza al partito fascista, conferiva a lui e alla famiglia un potere legato al timore che i possessori di poteri occulti esercitano sulla gente semplice. Emilio ragguagliò Zeno sui parenti, di cui alcuni comuni, raccontò che una settimana prima era scattata la leva militare e lui era tra i coscritti. Altri coetanei si erano dati alla macchia, lui non se l’era sentita per la fede politica e per non dare un dispiacere al padre e allo zio, che non avrebbero accettato quella scelta, per la quale esisteva una sola parola: diserzione. Non disse altro, ma Zeno ebbe l’impressione che se fosse dipeso soltanto da Emilio, la scelta di arruolarsi non sarebbe stata così tetragona. Lasciato Sigillo aveva raggiunto il distretto militare a Perugia. Lì, insieme ad altri, lo avevano aggregato ad una divisione tedesca, in attesa di destinarlo alla Monte Rosa, una divisione che il Duce stava costituendo in terra di Germania con coloro che avevano scelto di aderire alla Repubblica di Salò. Per intanto quel giorno indossava la divisa delle SS italiane, e non appariva che la esibisse come l’assolutezza di quella sigla avrebbe preteso. Zeno lo presentò allo zio Silvio, che non conosceva quel ragazzo, ma invece bene la famiglia, con la quale non correva buon sangue per via di appartenenze politiche, e delle quali si augurava che Emilio non fosse a conoscenza. La presenza di Davide fu liquidata con poche parole sul suo essere un lontano parente, in viaggio verso le Marche. Emilio era una persona innocente, non gli passò per la testa di chiedere cose su di loro. Appariva frastornato per la vita che improvvisamente gli era cambiata, dalla tranquillità del paese dal quale non si era mai mosso, all’oscurità della guerra nella quale stava per immergersi. Non provava paura, solo un senso di sbigottimento, di aspettativa inquieta. Non bastava a tranquillizzarlo la fede politica nella quale era stato tirato su, né il fascino che la figura del Duce esercitava su tanti ragazzi come lui. Lui, più degli altri, incoraggiato da quelli di casa. Era stato il Duce, una presenza, un riferimento costante per tutti gli anni della sua giovane vita. Ed ora provava una pena profonda per lui, per quanto gli era accaduto dal venticinque luglio in poi. E con la pena per lui, un senso di frustrazione, che muoveva dal sentire la necessità di dover fare qualcosa. Così la cartolina per l’arruolamento, recapitata dai carabinieri, fu accolta come occasione per dare corpo a quei sentimenti nei confronti del Duce e dell’idea. E nell’accettazione giocò un ruolo determinante l’incoraggiamento dei suoi. Solo la madre Annunziata non disse nulla e si chiuse in un mutismo che sapeva di preveggenza e che, dopo, l’avrebbe accompagnata per il resto della vita. Ma ora lì in quella stazione di Narni, davanti a quelle persone del suo paese che tornavano a casa, ogni certezza si consumava. Che avesse sbagliato? Gli vennero alla mente le parole dei compagni di scuola e di giochi che, sapendo di potersi fidare, avevano raccontato una diversa visione delle cose della politica. Lui le aveva ascoltate, senza recedere dalle sue convinzioni, ciò nonostante quelle avevano iniziato ad incrinarsi, qualche dubbio aveva minato le assolute certezze. Ed ora lì, tutti quei pensieri si riaffacciavano prepotenti alla sua coscienza. Avrebbe potuto tirar fuori dallo zaino gli abiti borghesi che ancora aveva con sé, e tolta la divisa si sarebbe potuto unire a loro e tornare in paese. Quel pensiero gli mise un brivido addosso, che sentì percorrergli tutto il corpo. Cercò di allontanarlo e la mente si rifugiò altrove. Ma pervicacemente tornavano immagini del paese:
Si rivide in piazza con il negozio dei suoi, vicino. Dallo stradone accanto, giungeva la voce dei Toccaceli, quelli dell’altro negozio di alimentari. Rivali, ma con bonomia, le due famiglie di esercenti, anche perché il negozio dei Toccaceli era qualcosa di diverso da quello della famiglia, come da quello dei Cappelloni, da quello della Corinna, e da quello dei Biscontini: gli altri negozi di alimentari posti più distanti dalla piazza. Diversi i Toccaceli perché oltre gli alimentari vendevano di tutto un po’: merceria, bigiotteria, arnesi vari. Quasi un supermercato ante litteram gestito dai tre fratelli e le mogli dei due più grandi. C’era anche il padre Settimio e la moglie di questi che morì prima di tutti. Analfabeta che si curava dei conti della clientela meglio di un computer. Allora esisteva un libretto dove si annotava la spesa e che veniva pagato alla fine del mese. Ma senza rigidità se i soldi non c’erano e allora l’indigenza era tanta, e i Toccaceli aspettavano il mese successivo. Mondo, Ivo, il vecchio Settimio, il povero Elio: questi i nomi degli uomini di casa Toccaceli. Quest’ultimo si sarebbe poi sfracellato contro una quercia sbandando sulla curva della Madonnella a bordo della Jaguar di un emigrante, che quell’estate era tornato in paese dopo tanti anni di lavoro e fortuna. Era tornato con quella macchina a testimoniare il benessere raggiunto, a riscattare la povertà passata, a suscitare la meraviglia e perché no l’invidia dei compaesani. Elio era un giovane galletto. Vent’anni, il figlio viziato e coccolato della famiglia Toccaceli, un po’ gigolò e simpaticamente carogna in virtù dei suoi successi femminili. Elio chiese di guidare quel sogno di vettura e l’amico l’accontentò, sedendosi sul posto accanto. Rombando affrontarono la curva stretta della Madonnella a tutta velocità. Non si poteva fare diversamente con tutti gli sfaccendati del paese accalcati sulla strada che li stavano guardando. L’emigrante non tornò in Inghilterra. Li seppellirono insieme con grande concorso di gente. Ivo e Mondo erano straordinariamente gentili e professionali, avevano una parola per tutti e le parole erano diverse, come pure l’atteggiamento del viso, in relazione a chi avevano davanti. Ossequiosi con le persone importanti, dolci con i bambini, familiari con le persone normali, ammiccanti con le donne, con quelle che si aspettavano la battuta. Con le altre, con quelle che non avrebbero gradito, precisi, gentili, professionali, quasi distaccati. Ma poi e soprattutto, accadeva che prendevano ad affettare il prosciutto, le coup de theatre di ogni visita al negozio dei Toccaceli. Iniziava con l’affilamento della lama del lungo coltello. Afferrato un altro coltello con mosse ritmate e alternanti sfregavano le due lame ma con diversa pressione, sì che l’affilamento fosse maggiore sul coltello da usare, l’altro fungendo solo da supporto per l’operazione. Poi la mano guidata da un braccio, impostato nella giusta inclinazione, affettava il grande prosciutto da una estremità all’altra in fette sottili sempre dello stesso spessore e previa asportazione dei bordi indurirti e poi dell’eccesso di grasso. Alla fine della corsa, l’altra mano prendeva tra due dita, ma solo un minimo contatto, quasi etereo, quella cosa sospesa nell’aria e attaccata ancora con un ultimo tralcio al tendine. Liberata anche da questo, veleggiava per alcuni istanti nell’aria per essere poi deposta leggiadramente, come un ginnasta che si lancia dal cavallo o dagli anelli o come una ballerina che atterra dopo un salto mortale, sulla carta appositamente stesa di lato. Carta bianca trasparente, sottile, distesa a sua volta su una più spessa, tipo carta paglia. Infine il tutto veniva piegato in entrambi i lati e depositato sulla pesa. Non meno affascinante era l’affettamento della mortadella, il grande salsicciotto veniva depositato sul piano della affettatrice, una meravigliosa Berkel rossa. Con un braccio dentellato si solidarizzava la mortadella al piano, poi si afferrava e si faceva girare il manico della lama che metteva in movimento il piano avvicinando alla lama il grosso salsicciotto che veniva affettato. Il tonno, le aringhe e altro pesce affumicato veniva conservato in grandi bidoni dai quali era estratta la porzione da vendere.
Pensava Emilio…. E gli venne in mente il viso della Maria. L’aveva salutata il giorno prima di partire. Non c’era ancora niente tra di loro, ma con gli occhi si erano detti parole che chiedevano conferme. Non c’era stato il tempo e quel giorno quando l’aveva incontrata non ebbe il coraggio di dire nulla, se non che sarebbe partito il giorno dopo per fare il soldato. Lei non chiese altro, solo negli occhi scese subitaneo un dolore che non trovò parole per raccontarsi. Il nome tradiva l’origine contadina. In paese alle bambine si dava nome Maria o Assunta il più spesso, ed il nome richiamava anche le feste religiose che coincidevano con i lavori della campagna. Maria era piccola, ben fatta, grandi occhi neri e neri capelli che cadevano su quelli. Si illuminava di sorriso quando salutava, un sorriso buono di bambina, se non fosse espressione di un corpo ormai maturo di giovane donna. E questo contrasto la rendeva più attraente, come una malizia, che diventava tormento per i sensi di Emilio. Pensava a lei, sognava di dirle i sentimenti e la passione che lei gli ispirava. Non era ancora riuscito, aveva aspettato una condizione propizia, ora non c’era più tempo.
Parlavano Emilio e Zeno in un angolo della sala d’ingresso, vicino la biglietteria. Già i soldati stavano dirigendosi verso il treno per salire, Emilio si avvide che anche per lui era tempo di salutarli e andare con gli altri. La realtà del momento si portava via pensieri e sentimenti, era più forte dei desideri che potrebbero aver voluto mutare quella realtà. Ma inevitabilmente essa si impone pervasiva e fa giustizia di tentennamenti o propositi diversi. I sensi entrano in assonanza con il circostante e rispondono con archi riflessi che si svolgono al disotto del tratto di corteccia cerebrale dove risiede la volontà. Ecco perché i soldati vengono abituati ad una dura disciplina. Serve ad annientare la fantasia, le idee, la volontà. Servono a creare un meccanismo perfetto che reagisce immediato all’ordine, senza pensare, o pensare solamente per svolgere al meglio l’ordine. Emilio salutò e salì sul treno, solo una volta salito, si volse a guardarli e salutò con la mano. Di lui non si sarebbe saputo più nulla in paese, solo a guerra finita le incessanti ricerche della famiglia avrebbero condotto alla scoperta della sua fine. Fucilato insieme ad altri camerati del suo battaglione dai partigiani in Emilia, nei primi giorni di maggio del quarantacinque. I giorni successivi alla morte di Mussolini, e l’inizio del regolamento dei conti. La stazione in breve si vuotò, partito il treno militare, era rimasta poca gente. Ora si trattava di decidere se aspettare per vedere di prendere il treno delle nove o incamminarsi a piedi. Decisero per la seconda ipotesi. L’aver visto tutti quei soldati scesi a Narni-scalo per il bombardamento della linea ferrata poco più a valle, e ricordando l’incursione aerea su Terni del giorno precedente li determinò nella scelta. Oltre agli altri quello era un motivo in più per evitare quanto meno la ferrovia. Così, invece di riattraversare il ponte e riprendere la strada per Terni come avevano pensato la sera precedente, pensarono che, oltre il treno, fosse prudente evitare, ancora per un po’, di percorrere la strada più battuta.
Alla volta di Terni
Presero la strada che andava verso San Gemini, ovvero la via Flaminia primitiva. Camminavano alacremente lungo il ciglio della strada, Il cielo era coperto, un vento di scirocco portava da sud nuvole nere che annunciavano pioggia, ma non ancora. La minaccia della pioggia si accompagnava ad una temperatura gradevole, mite, che sempre accompagna i venti da sud. E oltre la pianura e le colline si vedevano ad est le alte montagne dell’Appennino. Di recente, meta invernale della stagione sciistica in località Terminillo, si diceva voluta da Mussolini. Raccontavano anche il motivo: sottrarre i romani agli ozi della loro natura, nel tentativo di fortificare la razza.
Continuavano il cammino in una campagna di terra buona, irrigata dal fiume Nera che scendeva giù dalla zona di Norcia. Sino alla confluenza con il Tevere nei pressi di Orte il fiume dava forma ad una vallata incantata che prendeva il suo nome, val Nerina appunto. Lungo il suo corso, paesi antichi, conventi, torri, pietra mirabilmente assembrata a cristallizzare un tratto di Medioevo nei giorni della modernità. Percorsi circa un paio di chilometri, era tempo di abbandonare la strada che li avrebbe portati a Massa Martana e a Bevagna, e invece riprendere quella che da Narni andava a Terni, ovvero la Flaminia moderna. Trovarono una strada di campagna che ce li avrebbe riportati. Si inoltrava tra campi coltivati e casolari isolati, meno imponenti di quelli in tufo delle campagne romane. Tirati su a pietra, come tutte le case in Umbria. Casolari a due piani, a terra le stalle, una scala esterna che dava ai piani alti, dov’era la cucina e la camera per dormire, nell’aia rimesse per gli attrezzi, stazzi per gli animali da cortile, il palo intorno al quale si raccoglieva la paglia. Passare per Terni era obbligatorio per il loro itinerario, la strada per andare a Sigillo passava di lì. Ma Terni era anche la città dove viveva da alcuni mesi Caterina, la sorella di Zeno e nipote di Silvio. Si sarebbero fermati da lei per un riposo, per mangiare, per chiedere notizie di casa. Procedevano tra campi arati di recente, alcuni con le grandi zolle rivoltate, altri già preparati per la semina con lo sminuzzamento delle zolle e il livellamento del terreno per evitare il ristagno dell’acqua. Grandi cumuli di concime organico giacevano ai lati dei campi pronti ad essere sparsi sul terreno, preziosa sostanza organica azotata, che avrebbe arricchito il terreno di sostanze nutrienti, sì che le colture crescessero più rigogliose. Lavoro duro quello dei contadini che erano tutt’uno con le terre che coltivavano. Nascevano lì, nei casali dei poderi padronali, e morivano lì, o in altro casale se così comandava il caso o la volontà del padrone, con il breve intervallo del servizio militare, occasione per conoscere un mondo oltre il loro, e la breve vacanza poteva essere senza ritorno se i governanti si inventavano una guerra per la grandezza della patria e per i loro interessi. Comunque per logiche e teoremi al di sopra ed estranei alla gente di campagna. La loro era una vita di sopravvivenza, legata ai frutti della terra che lavoravano come destino. L’Italia era allora contadina per gran parte, il processo di inurbamento con il lavoro nelle fabbriche era iniziato da poco, non aveva ancora sovvertito i ritmi di una quotidianità che guardava ancora in alto, alla trascendenza, perché quella storia di dolore e povertà avesse una giustificazione ed un premio. E per i contadini questo si esprimeva in una religiosità primitiva che il cristianesimo aveva ricoperto senza occultarla completamente. Un paganesimo cristiano che sovraintendeva alla vita degli uomini e dei campi, con divinità agresti santificate e accolte nella toponomastica cristiana. E così le bambine avevano il nome di Maria e di Assunta e di altri attributi della Vergine e dei santi, e sui campi si mettevano cannucce a creare il segno della croce per impetrare la protezione divina sul raccolto, come prima si era sacrificato alla dea Cere o Ghea. Procedevano con passo meno sostenuto, cominciavano a sentire il morso della fame. La sbobba ingurgitata alla stazione di Narni se n’era andata nei meandri del metabolismo, urgeva altro carburante per sostenere il cammino. Sarebbe stato opportuno non arrivare stanchi ed affamati a casa della Caterina, anche per un fatto di dignità. Dopo una curva della strada bianca che stavano percorrendo, videro a breve distanza due case coloniche contigue, come accade di vedere talvolta, invece dei più frequenti casolari isolati. Si verifica quando il podere è grande e numerosa la famiglia contadina. Le case si susseguivano una all’altra e delimitavano uno spazio su cui si affacciava una chiesetta. Era un segno della divinità che dalla trascendenza celeste si calava nella vita degli uomini per dare un senso alla loro fatica, alle sciagure, alle gioie, ai momenti di felicità, alla vita e alla morte. Era il Dio cristiano che si sostituiva agli dei pagani che avevano un tempo albergato in quei luoghi. Per il pensiero laico tutto ciò era conferma del bisogno dell’uomo non evoluto di inventare una trascendenza in mancanza degli strumenti razionali della conoscenza, che il cervello colto ed educato della modernità avrebbe conquistato. Quelli si sarebbero incaricati di fare giustizia delle superstizioni e di tutto il ciarpame ideologico che ne era a fondamento. Ma intanto lì in quel tratto di campagna ternana l’evoluzione darwiniana non si era ancora compiuta e la gente viveva e moriva con i ritmi di sempre. Arrivarono nella piazzetta, e si avvidero dal silenzio che aleggiava nell’aria che gli uomini non c’erano, probabilmente intenti ai lavori, nei campi intorno. Si avvicinarono alla porta dell’uscio della prima casa. C’era una tenda che chiudeva il passaggio. Di quelle che le donne usano mettere l’estate per proteggere il vano dai raggi del sole e mitigare così il calore dell’aria, oltre a limitare l’ingresso di mosche e zanzare. La scostarono di lato e guadagnato il passaggio, Silvio disse “permesso, si può entrare? Una voce di donna rispose: “favorite”. Entrarono, c’erano solo donne: un’anziana, una di mezza età e una giovane, tre generazioni raccolte in quella stanza. Silvio proseguì “siamo in viaggio diretti a Terni, stamattina siamo partiti dalla stazione di Narni scalo, abbiamo preso per la campagna per raggiungere la Flaminia all’altezza di Ponte san Lorenzo. Arrivati qui e viste le vostre case, abbiamo pensato di chiedere del pane, del companatico, magari anche del vino, pagando”. Le donne risposero che gli uomini erano nei campi, avrebbero dovuto chiedere a loro, ma visto che si presentavano con una faccia di persone per bene, entrassero pure che qualcosa avrebbero dato. Silvio e gli altri posero per terra gli zaini e si accomodarono sulle sedie di paglia che circondavano il tavolino in mezzo alla stanza. La donna anziana aprì la “mattera” posta in un angolo della stanza, ne tirò fuori del pane, una forma di formaggio e una lonza. Mise tutto sul tavolo dove troneggiava un bottiglione di vino rosato e un bicchiere. I tre viandanti affettarono con cura e parsimonia il pane, e il companatico, lo misero su un piatto che la donna di mezza età aveva portato loro, e riposto il coltello a serramanico che avevano usato, presero a mangiare. Tra un boccone e l’altro bevevano a turno sull’unico bicchiere, versando dal bottiglione al centro del tavolo. Era un vino asprigno, di quelli che si fanno in campagna senza chimica, con l’inevitabile sapore di tannino. Zeno e Silvio scambiarono parole con le donne, chiesero dei loro uomini, che quelle avevano detto intenti ai lavori della campagna. In casa c’era solo il nonno che ora era nella stalla ad accudire le vacche e il vitello nato la settimana precedente. Per lo più se quel giorno non ci fosse stata l’incombenza del vitellino, avrebbe passato il tempo fuori, su una sedia con la schiena appoggiato al muro di casa, sole permettendo, e se il sole non c’era, coperto da un mantello. Davide si era alzato e uscì sull’aia a fumare una sigaretta. Appoggiato sul muro della casa, con il sole mattutino che aveva fatto capolino tra le nuvole, godeva del calore che penetrava oltre gli abiti a riscaldare il corpo. Ad occhi chiusi aspirava il fumo della sigaretta, e si abbandonava al tepore dell’aria. La mente libera di pensieri, tutt’uno con il corpo. I sensi esaltati dal calore del sole. Sentì come un fruscio, poi una mano si strinse alla sua con dolcezza. Non si mosse, nessun pensiero turbò un languore che sapeva di piacere e di attesa di uno maggiore. Rimase con gli occhi chiusi. Labbra carnose sfiorarono le sue e premendo si schiusero un po’. Poi la sua mano fu trascinata in alto sotto una camicetta, lasciata libera ad accarezzare un seno grande e morbido, e il bocciolo al centro diventato turgido. Il corpo della donna aderiva a lui. Davide tentò di liberarsi per abbracciare quel corpo e stringerlo ancora più a sé. Ma in quel fare questo si divincolò in un lampo. Quando aprì gli occhi era già sparita, non c’era più nessuno intorno. Davide rientrò in casa ancora sconvolto, se ne avvidero gli altri. Lui si giustificò attribuendo al sole quel rossore delle guance. C’era la donna anziana e quella che aveva dato loro da mangiare, non la ragazza. Finito di consumare il pasto e bevuto con parsimonia il vino, data l’ora del giorno, chiesero di pagare il dovuto. Le donne si schernirono, non sapevano cosa avrebbero dovuto chiedere, non sarebbe stata comunque una loro funzione, ancorché praticabile. Il loro non era un servizio commerciale, e non era mai accaduto prima di far pagare qualcuno che si era seduto alla loro tavola. Non si era mai trattato di viandanti, la strada che passava davanti a casa non era di comunicazione, era una strada tra i campi, dunque lì non passavano viandanti e infatti non avevano capito bene perché quelli si erano trovati a passare di lì. Così dissero, ma al di là delle parole, probabilmente c’era in loro un retaggio dell’antico costume dell’ospitalità che, mutati i tempi, rimaneva nel profondo della loro mente come determinante genetico. Comunque fosse non chiesero nulla, ma Silvio lasciò sul tavolo alcune lire. Erano quelle che con un rapido conto avrebbero dovuto pagare in una locanda. Salutarono, ringraziarono, fecero auguri per tutto e se ne andarono. Davide era rimasto silenzioso, ancora in subbuglio, guardava con gli occhi intorno per vedere la ragazza. Era certamente lei la misteriosa donna che lo aveva baciato. L’emozione era stata talmente intensa che andarsene era un dolore, come di una storia d’amore appena cominciata e subito finita, senza nemmeno vedere chi fosse l’artefice di quello sconquasso. Gli batteva ancora il cuore ed era passato ormai del tempo. Non si risolveva ad andarsene, chiese agli altri se potevano riposarsi ancora un po’, c’era molta strada da fare prima di arrivare a Terni. Ma quelli non ascoltarono, si erano ormai congedati dalle donne e non capivano il suo atteggiamento. Lui che era il più giovane, chiedeva di riposarsi ancora! Così, oltrepassata la porta e scostata la tenda, uscirono sull’aia e presero per incamminarsi lungo la strada in direzione Ponte San Lorenzo. Davide continuò a guardare intorno. D’un tratto, dietro una finestra del piano superiore, dov’era la stanza del riposo notturno, vide il viso della ragazza. Non appena i loro sguardi si incrociarono, lei si ritrasse. Nella mente di Davide come su una lastra d’argento dei fotografi, si impresse un viso ovale dalla carnagione olivastra, due occhi neri, capelli lunghi, neri come gli occhi, che incorniciavano il volto. Sparì quell’immagine nella penombra della stanza. Ma Davide la rivide tra gli alberi, nei campi, sospesa sulle nuvole del cielo. Gli sembrò che nel mondo in quel giorno non ci potesse essere, oltre quel viso, nulla di altrettanto bello. Un sogno rincorso diventato materia. Quel rapporto fugace, vissuto un istante, come al di fuori del tempo e dello spazio, sapeva di eternità. Non correva il rischio di corrompersi nei meandri del sesso e della noia. Quasi metafora dell’inarrestabile fluire delle cose verso il loro dissolversi. Ma per un arcano mistero quel fluire della materia verso l’annientamento, si materializza in istanti che fermano il tempo e rimandano al sapore, al colore, alla bellezza dell’eterno prima del divenire o alla fine di esso. E dunque era giusto che in lui rimanesse l’indeterminazione dell’accaduto, che la felicità non diventasse materica, ma sospesa, che la materia coagulata in quell’attimo si dissolvesse per riprendere la corsa dei flutti verso il mare.
Davide riprese la testa della comitiva a fare l’andatura, in silenzio. E in silenzio camminavano Silvio e Zeno. Era mattino inoltrato, il sole splendeva tra le nuvole che si erano andate diradando. Camminare in pianura tra i campi era quasi piacevole, la sosta e il pasto li avevano rinfrancati. Dopo alcuni chilometri cominciarono ad intravedere le case del borgo di Ponte San Lorenzo dove avrebbero raggiunto la Flaminia, e da lì avrebbero preso per Terni senza fermarsi più. La strada bianca finì in una piazzola circondata da case che era il centro del borgo. A lato correva la Flaminia. Gente in giro intenta alle faccende di ogni giorno, transito di persone e mezzi lungo la consolare. Sembrava un normale giorno di un qualsiasi anno, in uno sconosciuto luogo del mondo. Le donne preparavano per il pranzo, i bambini giocavano nella piazza, gli uomini andavano e tornavano dalla campagna, i vecchi chiacchieravano, seduti sulle sedie dello spaccio. Il giorno prima erano passati in cielo gli aerei a bombardare Terni, ma lì non era successo niente. La giornata si srotolava apparentemente serena, dimentica di ieri e ignara del domani. Alcuni giovani erano tornati a casa dai fronti sconfitti della guerra e se ne stavano nascosti nel grembo della famiglia, che, come monade protettiva, si era chiusa su di loro. Lo stato, con le autorità e le istituzioni era frammentato, distrutto. In quel vuoto di certezze e riferimenti si riaffermavano le cose importanti dell’esistere. La famiglia, la terra, la casa, la gente conosciuta di sempre. C’era anche la chiesa in borgo San Lorenzo, minuta, adatta per la piccola comunità. E c’era anche il prete. Ci andava la gente in chiesa, la domenica e le feste comandate, come momento di festa. Per qualcuno era qualcosa di più, vi trovava un senso a quell’esistere, una speranza, la risposta a un perché.
Imboccarono la Flaminia, rimaneva da percorrere una decina di chilometri per arrivare a Terni. Continuando con quell’andatura in poco più di un’ora sarebbero arrivati a casa della Caterina, Zeno chiudeva la fila. Il passo gli era diventato faticoso, per questo si era messo dietro a Silvio che camminava lento data l’età. Davanti Davide rallentava quando si accorgeva di staccarli. Si era messo dietro, Zeno, perché gli era ricomparso quel dolore sotto il costato a destra, che ogni tanto lo prendeva e che ora rendeva faticoso il cammino. In passato quando si manifestava il dolore aveva imparato a darci sopra dei cazzotti per farlo sparire. Funzionava, il dolore provocato dai pugni copriva quello profondo, poi dopo un po’ sparivano entrambi. Non sapeva cosa fosse, la madre in passato lo aveva curato con delle purghe che si pensavano, per la gente del popolo, risolutive di qualsiasi malanno addominale. Qualche vecchio della famiglia aveva raccontato di quel dolore e costoro nel tempo erano diventati gialli e ne erano morti. Ma lui era ancora giovane, aveva ancora tempo. E poi ricordava che quelli, per il lavoro che svolgevano, qualche bicchiere di troppo se lo concedevano, poteva essere anche quella la causa. Ne aveva parlato una volta con Raoul Braccini, suo compagno di banco alla scuola elementare, studente di Medicina alla Normale di Pisa, ed ora chirurgo a Gualdo Tadino, di ritorno dalla Russia. Lo aveva cercato anni prima a Pisa, dove Zeno aveva soggiornato alcuni mesi per un cantiere di lavoro. Raoul gli aveva detto che si poteva trattare del fegato. Dunque sì, doveva astenere dal bere alcoolici e dal mangiare schifezze grasse. Così da allora per quanto gli fu possibile, lui aveva seguito quelle raccomandazioni, era l’unica cosa che poteva fare. Stavano percorrendo l’ultimo tratto della strada, di lì a poco sarebbero arrivati a Terni. Qualche casolare prospiciente alla città mostrava i segni del bombardamento del giorno precedente. Si tenevano larghi gli angloamericani, nel far cadere le bombe dai loro aerei gracchianti nei cieli delle nostre città. Dovevano colpire obbiettivi militari e strategici, come strade e ponti, ma non disdegnavano di colpire obbiettivi civili. Case e casolari e chiese con i civili dentro, gente che c’entrava poco con la guerra, innocenti come si direbbe oggi, per commemorare le vittime civili delle tante guerre, che dopo quella mondiale del 39-45 hanno continuato a deflagrare in giro per il mondo. A ricordarci se ce ne fosse bisogno che la violenza fa parte dell’uomo e la pace è solo una pausa nella lotta bestiale di sopraffazione dell’uno sull’altro, magari ammantata da nobili principi. Oppure potrebbe essere vero anche il contrario, i nobili fini hanno bisogno del sangue dell’uomo per affermarsi. Già, che non suoni blasfemo, ce lo testimoniò Cristo salvando l’umanità con il suo sangue. Non c’era altro modo, oltre le parole, oltre l’onnipotenza, ci voleva quella violenza per ottenere lo scopo. Com’è delle donne che per diventare madri e generare hanno bisogno di quella prima violenza, di quel sangue, che segna il passaggio dall’adolescenza alla maturità. Così per i maschi semiti il violento, sanguinoso taglio del prepuzio segna l’ingresso nella comunità. E per estirpare il tumore annidato nei visceri bisogna violentare il corpo e far uscire sangue che lorda le mani del chirurgo. La strada che conduce a Utopia è lorda di sangue, come l’Essere che deve storicizzarsi e diventare materia per riconoscersi ed esistere. Ma gli anglo-americani non pensavano a queste cose, semplicemente uccidevano la popolazione perché avevano detto loro che serviva per vincere la guerra e tornare presto a casa. Terrorizzata dalla paura la gente avrebbe fatto mancare il suo appoggio a coloro che resistevano. Il terrore, più forte della conquista della libertà, della democrazia e di tutte le altre amenità che si sono inventati per raccontare quella storia di violenza. Qualcuno di quei soldati ci metteva del suo perché aveva subito lutti a causa nostra, qualcun’altro obbediva malvolentieri non comprendendo quell’accanimento sui civili.
Terni
Terni era città industriale, non conservava nulla del borgo antico dei secoli passati, né dell’Interamna romana, florido municipio posto alla confluenza di due fiumi: il Nera e il Serra. Vi confluivano anche le acque del Velino attraverso un’opera che i romani avevano provveduto a rendere spettacolare con il deflusso dell’invaso reatino in quello ternano. E furono le cascate delle Marmore con i fantastici giochi di acque lungo la parete rocciosa. I nostri entrarono in città che si svolgeva lungo la via Flaminia che l’attraversava tutta da un capo all’altro sino alla porta spoletina da cui si usciva dall’abitato. Oltre gli edifici civili, religiosi, e pubblici c’erano enormi stabilimenti che occupavano la campagna circostante, in prossimità delle colline dove sorgeva Papigno. Acciaierie e fabbriche di armi che il regime aveva sviluppato per preparare la nazione alla politica di potenza a cui riteneva fosse destinata. Ma le fabbriche avevano una storia più antica, risaliva alla seconda metà dell’Ottocento nel tempo della rivoluzione industriale d’Europa, che per l’Italia vide in Terni un primo importante centro. Per altro come tante città poste lungo il corso di fiumi e ricche dunque di acqua, anche nei secoli precedenti la città era stata sede di opifici che traevano l’energia dall’acqua. Ma oltre la vocazione industriale e mercantile che aveva fatto di Terni una città moderna, gli storici ricordano i fatti e gli uomini che hanno nobilitato la romana Interamna. Per tutti l’aver dato i natali all’imperatore Tacito, e forse lo storico senatore romano omonimo. Ma questa cosa non è certa. Procedevano lungo la strada, in una giornata che era diventata luminosa, bella a vedersi e a sentircisi dentro. Il cuore si rallegrava, ma ad affliggere quello stato d’animo c’era il mare di macerie che si presentava ai loro occhi. Il giorno precedente le fortezze volanti avevano colpito duro, case distrutte, mattoni e pietre ancora fumanti. Grappoli di persone intorno alle macerie nel tentativo di recuperare quello che rimaneva delle cose della vita. Voragini sulle coperture dei grandi stabilimenti che si vedevano in lontananza. La gente parlava sommessa, come chi, scampato un pericolo mortale, apre l’animo al dolore che la vita conservata gli propone. I congiunti feriti o uccisi, la casa distrutta, la necessità di ricominciare a vivere. Ma come ricominciare? Ognuno aveva un suo lutto, una sua difficoltà. Intanto si cominciava a mani nude a rovistare tra le macerie, non c’era altro da fare. Avrebbero trovato lì il senso e la prospettiva del domani. Udirono qualcuno che raccontava di un allarme scattato troppo tardi, che non aveva permesso a tutti il riparo nei rifugi. Ne era seguita una strage di civili. Silvio e Zeno temettero per la Caterina. Lei abitava in una delle case a schiera lungo il tratto nord della Flaminia, quello più prospiciente alle acciaierie, il timore che la sua casa potesse essere stata colpita era giustificato. Affrettarono il passo e quando giunsero in prossimità della casa, tirarono un sospiro di sollievo: quella e le altre intorno erano intatte. Le bombe lì non erano cadute. La casa di Caterina era parte di un lungo caseggiato a schiera, come accadeva di vedere nelle città industriali. Alloggio dei lavoratori delle fabbriche, una contiguità del luogo del lavoro e della vita per massimizzare la produttività. Caratterizzava altresì l’appartenenza ad una classe distinta da quella dei borghesi abitanti del centro cittadino o nelle ville della campagna limitrofa. La transumanza delle classi, la rottura evidente degli steccati non si era ancora consumata, ma la cosa se pur segno di una sorta di ghettizzazione, creava anche una identità forte, da cui sarebbero nati sommovimenti sociali e nuovi equilibri. Caterina abitava lì con il marito vigile del fuoco a Terni. Lo aveva conosciuto in occasione di un cantiere che il padre Umberto seguiva da assistente nella città. In quella occasione Umberto aveva portato con sé la famiglia. Il soggiorno ternano fu occasione d’incontro tra i due giovani, ne seguì il fidanzamento e poi il matrimonio. Zeno bussò alla porta, vi si arrivava percorrendo un minuscolo giardinetto che correva a ridosso della strada diviso da questa tramite un basso muretto di mattoni rosa. Le case erano basse: un piano terra e un primo piano sopra a cui si accedeva da una scala interna. Quelle poste all’inizio e alla fina della schiera avevano la scala esterna a riproporre il modulo delle case contadine della campagna umbra. Come memoria di ciò che si era prima della modernità: riscatto e nostalgia ad un tempo. Dentro: la cucina, il bagno e una stanza d’ingresso al piano terra, e al primo piano le stanze da letto. Zeno bussò ancora e da dentro si sentì una voce femminile rispondere: “chi è?”. “Sono tuo fratello Zeno, Caterina ci apri”? Lei corse ad aprire, allargò le braccia e strinse a sé il fratello. Si amavano, lui era il fratello maggiore, l’orgoglio della famiglia. Dopo i genitori, era un altro padre per tutti i fratelli e le sorelle, e lei era la più grande delle sorelle, dunque si sentiva di avere con lui un rapporto preferenziale. Quando Zeno tornava a casa dai lavori in giro per l’Italia, portava un regalo a tutti e quello per Caterina era il più bello. Era festa grande in casa e ora trovarselo davanti, inaspettato, era felicità assoluta. Salutò con una leggera soggezione lo zio Silvio, il giovane con loro e pregò tutti di entrare. Si raccontarono e mentre le parole muovevano l’aria, Caterina si mise a preparare da mangiare. Allo zio Silvio che le chiedeva del marito Andrea, lei disse che si trovava al lavoro. Sarebbe tornato tardi o per niente, impegnato a rimuovere le macerie delle case bombardate. Il giorno precedente. era tornato verso mezzanotte, poi all’alba era ripartito. Lei era preoccupata per quel lavoro pericoloso in specie durante una guerra, ma era meglio che andare al fronte. L’essere vigile del fuoco in quella città ricca di fabbriche e opifici vari nei settori dell’acciaio, della chimica, delle armi, lo aveva esentato dall’essere arruolato nell’esercito e mandato sul fronte russo. Come poi seppe che era accaduto per il Corpo dove sarebbe stato inserito. Dunque era preoccupata per il suo lavoro di vigile, ma meglio cosi ed averlo con sé, piuttosto che saperlo lontano ed esposto ai più gravi pericoli della guerra. Poi lei raccontava che Andrea era uomo prudente, si augurava, voleva essere certa che non gli sarebbe accaduto niente. Silvio e Davide si erano messi a sedere intorno alla tavola che Caterina aveva velocemente preparato in un intervallo del lavoro ai fornelli. Con Zeno continuavano a raccontarsi dei loro a Sigillo. Lei nominava poco Regina e Tarquinio, c’era una gelosia non manifesta, tenuta nascosta, ma comunque percepibile per chi conoscesse quella famiglia. C’era di mezzo la rarefazione delle visite del fratello nella casa paterna a causa del lavoro fuori, ma soprattutto del recente matrimonio occorso cinque anni prima. Così i rapporti di Caterina e delle sorelle con la Regina non erano, e non sarebbero mai stati limpidi. Covava sempre un malumore di fondo che la ragione non accettava, ma quello pervicace resisteva. Si misero a tavola anche loro due, una volta terminato di cucinare. Era riuscita a preparare un bel pranzo con quello che l’economia di guerra consentiva. Memore dei costumi materni, nel giardinetto avanti casa aveva seminato verdure e ortaggi e non mancava un pollaio per animali da cortile, così uova e ogni tanto carne non mancava, accanto a quello che lo stipendio di Andrea e la tessera annonaria consentivano. L’acquisto nei negozi, a causa della guerra era spesso carente. Alla fine tirò fuori anche un po’ di caffè buono macinato, con il quale riempì il passino di una caffettiera quasi intonsa, segno del privilegio che accordava loro. Fu un piacere incredibile per i tre ospiti, che non ricordavano più il sapore del caffè. E quel finale accanto al cibo consumato fu occasione di infiniti ringraziamenti. Venne il tempo di andare, tutti e tre si alzarono e si diressero alla porta, Caterina si accostò ad un orecchio di Zeno e gli confidò la felicità immensa che in quel tempo di guerra fugava tutte le amarezze, paure e difficoltà: stava aspettando un figlio, il primo. Non lo sapeva nessuno, lo aveva detto solo a lui, oltre naturalmente ad Andrea. Si salutarono con un arrivederci a Sigillo. “Speriamo presto” disse lei sulla porta, rivolta a loro già nella strada, incamminati in direzione di Spoleto.
Verso Spoleto
La strada proseguiva diritta verso un varco che si vedeva in lontananza tra le montagne che chiudevano a nord-est la conca ternana. Nel lasciare la città il terreno iniziò a salire leggermente, annunciando un percorso che li avrebbe fatti salire a quota ottocento metri sul livello del mare. Rispetto ai centotrenta metri di Terni dove si trovavano: era una discreta scarpinata! Abbandonate le case a schiera della periferia, passarono davanti a case singole che si fecero via via più rare e discoste dalla strada, sino a perdersi lontane nelle forre e nei rari tratti di campagna circostante. A destra sulle alture videro il paese di Papigno, subito sopra le acciaierie dalle quali gli abitanti traevano occasione di lavoro e malanni. Quest’ultimi contratti in fabbrica e potenziati durante il riposo a casa, per i fumi degli altoforni che arrivavano sin lì, a colpire tutti, loro e le famiglie. Ma di queste cose si sarebbe parlato solo molti anni dopo. Allora non si avevano queste attenzioni per la salute nei posti di lavoro, e in quel periodo, con la guerra in atto, ancor meno. L’attenzione ai bisogni della gente è pratica virtuosa e anche ruffiana per ottenere il consenso. Ma è dei tempi di floridezza e di pace, non dei tempi di trasformazione e di avventura, come furono quelli del regime fascista, che alla fine avevano significato la guerra scellerata. Arrivarono alla frazione di San Carlo. Si trattava di poche case a ridosso della Flaminia. La località segnava il confine tra la conca ternana e l’inizio della stretta gola che avrebbe portato al valico della Somma. Così si chiamava il passo che delimitava da un lato il territorio ternano e dall’altro l’ampia pianura umbra che da Spoleto si estende sino a Perugia e dove sorge Foligno, Assisi e tutte le altre località sparse nella pianura e sulle colline che la circondano. Il valico era anche il confine tra due province: Terni e Perugia. Era di quegli anni l’istituzione della provincia di Terni. Si disse che Mussolini per dare ai romani una loro montagna dove sciare, tolse il Terminillo e il territorio circostante all’Umbria a favore del Lazio, creando due nuove province: Rieti nel Lazio e Terni in Umbria. La strada era stretta, una carreggiata striminzita, sulla quale l’incrocio di due mezzi era possibile solo nei tratti lineari, non in curva. Accanto alla strada correva un viottolo, forse antico tratturo, lì da prima che il console Flaminio costruisse la via. Questo tratturo nei tratti meno rocciosi del percorso si allontanava un po’, immergendosi nel verde circostante. Per tale motivo presero a percorrerlo: una precauzione che giudicarono opportuna. La natura intorno era scarsamente antropizzata, nei tratti boscosi, lussureggiante. Pini, querce, lecci, carpini, ornelli, coprivano i fianchi delle montagne che si affacciavano sulla vallata, questa, forse prodotta da un corso d’acqua di cui non c’era più traccia. Il tempo era bello, splendeva il sole in un cielo privo di nuvole. In alto volteggiava una coppia di poiane, cercavano sui fianchi della montagna l’aria calda che i raggi del sole in un ultimo bagliore riscaldava. Dall’alto avrebbero scommesso di trovare qualcosa per chi nel nido, con i becchi aperti, aspettava del cibo per sopravvivere un altro giorno ancora, nell’attesa del volo per il quale si stavano preparando e che li avrebbe affrancati dalla tutela genitoriale. Il sole sarebbe scomparso a breve dietro le montagne ad occidente, per intanto l’aria serena sapeva di un autunno tenace che rimpiangeva l’estate trascorsa e si ritraeva dalla inevitabile metamorfosi nell’inverno incombente. Nessuno in giro, non c’era campagna coltivabile intorno, erano scomparsi i casolari dei contadini della pianura. Rare case lungo i contrafforti probabilmente di boscaioli. Un po’ di gente l’avrebbero trovata una volta arrivati al paese di Strettura, l’unico paesello di quel tratto della Flaminia da dove sarebbe cominciata la salita più aspra. Strettura, che già nel nome annunciava che da lì in poi il percorso sarebbe stato più angusto, con la strada che dal fondo valle si sarebbe scavata una fenditura sul fianco occidentale della montagna. E in quel secondo tratto la strada sarebbe salita di molto sino ad arrivare al valico. Per intanto camminavano di buon passo, spesso appaiati dove la strada lo consentiva. Erano partiti il mattino dalla stazione di Narni scalo, dopo circa quindici chilometri, compresa la sosta a san Lorenzo erano arrivati a Terni a casa della Caterina. Partiti di lì, dopo altri quindici chilometri una volta arrivati a Strettura, in totale avrebbero percorso dal mattino trenta chilometri. Era pomeriggio, se il tempo si fosse mantenuto bello forse ce l’avrebbero fatta a percorrere l’ultimo tratto di salita sino al Valico. Non sentivano ancora la stanchezza delle membra, la mente era tutta volta a coordinare l’attività dei muscoli e del cuore, lasciava poco spazio a ragionamenti o programmi, come se la sua parte nobile si fosse addormentata a favore della parte vegetativa, quella più profonda, ancestrale che aveva a che fare con la fisiologia degli organi e di quelli locomotori in particolare. Il corpo era chiamato a camminare e finché non fosse sopraggiunta la stanchezza, godeva dell’armonioso movimento delle ossa, dei muscoli, del fluire accelerato del sangue nei vasi, dell’aria aspirata da polmoni dilatati. La specie uomo ci aveva messo qualche milione di anni per arrivare a quella perfezione, da quando era riuscito ad alzarsi dal suolo e ad ergersi eretto sul circostante. Allora cominciò a camminare e non si fermò più, sino a colonizzare il mondo. Ma da qualche parte, nelle pieghe dei muscoli, delle ossa, o degli altri organi era custodita la memoria di quel processo straordinario di cui la mente era inconsapevole, arrivata dopo, per ultima, relegata in un’impenetrabile calotta ossea, quasi a non voler mischiarsi con il sottostante, separata, se pur collegata a tutto il resto attraverso emissari con pretesa di dominio. No, tutto quello che era accaduto, era scritto in una lingua non decifrabile dalla mente, aveva a che fare con qualcosa di diverso, complementare alla ragione che albergava in luoghi sconosciuti. Un mistero di cui rimaneva traccia, come di cosa buona con quel senso di soddisfazione e piacevolezza che veniva dallo svolgersi di quelle funzioni del corpo. Era un ringraziamento all’artefice sconosciuto di quel miracolo. Era percorrere i territori del divino. La mente c’entrava solo come starter, come nel loro caso, quando aveva impresso l’ordine di muoversi. Bisognava portare quell’ammasso di cellule, e funzioni, lontano da Terni e sempre più vicino al loro paese, per raggiungere il quale si erano messi in viaggio. Il corpo sapeva che questo era il suo compito, le altre funzioni come quelle nobili del cervello erano un di più. Ma il di più c’è sempre, magari inespresso e sotterraneo e in quel momento per loro erano pensieri e parole in libertà che uscivano rivolte agli altri e al mondo intorno, ma senza attendersi risposte, come un motore acceso al minimo, non in marcia. Parole dall’uno all’altro e dall’altro al circostante costruite e rese alate da ricordi, sensazioni corporali, figlie di un corticalità a riposo, in attesa di altri più impegnativi cimenti. “Io non sono stanco e voi? disse Silvio, “poi qui l’aria è buona non è quella malsana che abbiamo respirato a Terni e questo aiuta, aggiunse. Non vi pare? “ Assentirono gli altri e a ciascuno quel richiamare la salubrità dell’aria fece venire in mente ricordi: Zeno risentì l’aria di montagna di quando da ragazzi si andava a fare legna sul monte sopra il paese, così anche per Davide la mente andava alle scarpinate sull’alta montagna che si erge sopra la marina e al sapore di mare che si mescolava a quello del monte. Silvio riprese sullo stesso argomento e raccontava l’aria pesante, malata, della campagna romana quando avevano cominciato a porre il cantiere dell’Expo 42. Gli altri aggiunsero altre cose che non centravamo più con l’aria. Da una cosa all’altra, parole in libertà scambiate l’un l’altro, suggello del loro star insieme, del vincolo di comunione che li univa, anche con il nuovo, l’aggiunto, sconosciuto sino a due giorni prima. Le loro voci avevano rotto il silenzio di quell’ora del pomeriggio. La temperatura quasi da tarda estate aveva chetato la vita arborea e animale circostante. Solo il volo discreto degli uccelli migratori, in alto sopra le cime dei monti, aveva fatto da contrappunto alle parole degli umani in basso. Lungo la strada da quando erano entrati nella gola tra i monti non avevano incontrato nessuno: se n’erano meravigliati. Quando ormai, intenti a camminare e presi da altri pensieri, la meraviglia del mancato traffico era scomparsa, d’improvviso udirono il rumore di un camion in lontananza che, provenendo dalla parte di Spoleto, si stava avvicinando. Arrivò veloce ma la strada in quel tratto presentava un avvallamento che costrinse il guidatore a rallentare il passo, così dal tendone posteriore scompigliato dal vento della corsa, affiorarono visi di ragazzi seduti sulle due panche laterali, stretti l’uno all’altro, con gli occhi a guardare il compagno di fronte. Qualcuno indossava la camicia nera, i più in abiti civili, alcuni con un moschetto in mano, come da esercitazione premilitare frettolosamente interrotta. Pochi di loro dal volto deciso, come di chi avviato verso qualcosa che aspettava con impazienza da tempo, da sempre. Gli altri con qualche piega sul bel volto della giovinezza che raccontava preoccupazione e indecisione. Li videro bene i nostri, parzialmente coperti dalla vegetazione che nascondeva il tratturo. Ma uno dei destinati a triste sorte li vide, loro si accorsero e ne ebbero paura. Ma quello non disse niente e quando il camion riprese la sua andatura, veloce, con una mano, non visto dagli altri, li salutò. Loro risposero. I cuori di padri di Silvio e Zeno si riempirono di commozione. Incontri nei giorni della vita. Destini di gente sconosciuta che si incrociano. Il bisogno di una comunione, una mano che si protende, mossa da antiche virtù. Un attimo e poi via, ognuno per strade diverse. Incontri come grani di un rosario. Danno un senso e un ristoro al lungo andare della vita.
Nel paese di Strettura in prossimità del valico della Somma
Pensarono fossero diretti a Terni per rispondere alla chiamata alle armi che il maresciallo Graziani aveva proclamato alcune settimane prima, dopo la riunione al cinema Adriano a Roma. Il camion riprese la sua corsa. Udirono i versi di una canzone che parlava di giovinezza ma l’entusiasmo che colorava quella parola se n’era andato nella sabbia del deserto africano, nel ghiaccio della steppa russa, ancor prima sulle montagne della Grecia, per ultimo sotto le bombe dei liberatori anglo-americani. Prima di infrangersi nei gironi infernali del conflitto, Giovinezza era stato un canto, di più, un’epica che aveva accompagnato le adunate oceaniche del Duce, aveva riscaldato il cuore di adolescenti, riempito di sogni e aspettative quelle anime virginali. Ora, tanti camion come quello trasportavano gli adolescenti di ieri verso la tragedia finale. Altri camion in giro per l’Europa, ricolmi di soldati italiani, guadagnavano i campi di concentramento tedeschi, dai quali solo una parte sarebbe tornata a casa. Il canto dopo la prima curva si attenuò sino a scomparire. Dopo pochi mesi quegli stessi ragazzi o altri come loro, avrebbero cantato un’altra canzone, l’ultima. Il primo verso diceva così: “le ragazze non ci vogliono più bene perché portiamo la camicia nera”. Era così, non solo le ragazze, ma nessuno li amava più. Portavano addosso il puzzo della morte imminente, fucilati dai partigiani o dispersi e nascosti per il mondo. Lasciarono il tratturo e tornarono sulla strada principale, in fondo cominciarono a vedere le case di Strettura. Vi arrivarono. Poche case in fila sui due lati della strada, qualche persona in giro, un negozio di alimentari, la chiesa in alto verso la montagna sul lato occidentale, incredibilmente una farmacia, e un negozio di macelleria di carni bovine ed ovine. Si fermarono lì. C’era bisogno di provviste, forse vi avrebbero trovato qualcosa da poter conservare per i giorni a seguire. Speravano che le restrizioni della guerra non avessero colpito duro, magari qualcosa gli esercenti lo avevano nascosto, sottratto al commercio ufficiale. Si chiamava borsa nera e in città permetteva di andare avanti compensando la tessera annonaria. Soprattutto la vicinanza con i campi e i boschi di quella parte dell’Umbria, dove c’era ancora chi coltivava terra e armenti, lasciava sperare bene. Si era lontani da Terni e anche da Spoleto, se non fosse stato per la strada di grande comunicazione, quel paese e la zona limitrofa poteva essere un angolo di mondo risparmiato dalla tragedia bellica. Entrarono, videro merce su un lungo bancone di pietra. Da un lato un po’ di carne salata per una lunga conservazione: una lonza, un capocollo, una parte di prosciutto, alcune salsicce secche. In mezzo pendeva da un gancio, una vescica di strutto. Dall’altro lato un pane di coppa. C’era anche mezza forma di formaggio. Nel complesso poca roba, ma tanta per il periodo. Dietro il bancone, un ragazzo poco più che adolescente, con il quale, prima di parlare di acquisti, i tre viaggiatori presero a chiedere e a fare domande. Lui non si sottrasse e confermò che il negozio si serviva dai contadini e allevatori di bestiame della zona. Più precisamente da quelli oltre la montagna, verso il territorio della val Nerina e la qualità del prodotto aveva creato un buon giro di clienti nel loro negozio. Ora si era ridotto per la guerra, e ultimamente avevano subito anche furti da parte di sbandati che passavano per la via. Avevano timore che le cose sarebbero peggiorate da quando avevano visto transitare i tedeschi e sentito i bombardamenti su Terni che raccontavano l’avvicinarsi del fronte e l’incrudire anche in quelle contrade del conflitto. Di conseguenza macellavano di meno e sul bancone come loro avevano potuto vedere, oltre la coppa non c’era carne fresca. Solo quei prodotti salati preparati mesi prima. Quello che avevano, era stato messo tutto sul bancone il mattino, e quello che vedevano era ciò che era rimasto. Per tradizione quello era il giorno della settimana nel quale la gente del paese e del circondario veniva a fare spesa. Altrimenti negli altri giorni tenevano tutto in un ripostiglio fresco attiguo al negozio. Parlò di un padre che stava sotto le armi e di una madre e un fratello più piccolo che ora erano in casa. Il negozio lo mandava avanti la mamma e lui aiutava. In quel momento lei impegnata nelle faccende di casa con il fratellino che diligentemente le dava una mano. Aggiunse che comunque di lì a poco lei sarebbe venuta, anzi se volevano prendere qualcosa, era meglio che ci fosse lei e affacciatosi oltre una porta che dava sulla casa attigua la chiamò. La donna dopo un po’ apparve sul vano che divideva il negozio dall’abitazione. Apparve sì, perché si trattò per i tre uomini di una visione. L’idea di bellezza femminile che ognuno di loro in modo diverso custodiva dentro di sé, si materializzò per incanto, e per tutti, in quella donna che era apparsa sulla porta. Ai tre viaggiatori quasi si fermò il respiro e sgranarono gli occhi, non avevano mai vista una bellezza così assoluta. Indossava una veste, lunga sino al ginocchio, abbottonata sul davanti. In alto l’ultimo bottone slacciato scopriva ampiamente il collo, poi, quel drappo di cotone morbido e ampio scendeva a coprire i seni, dei quali lasciava intravedere il solco divisorio, e il resto del corpo. Ma non riusciva a nasconderne le sinuosità che urgevano dentro come in una prigione. E con il movimento si manifestavano, se pur coperte, e per questo più attraenti e disperanti. Si intuivano le cosce levigate che l’ultimo bottone slacciato lasciavano intravedere, come il seno florido, rotondo, che appariva parzialmente nel muoversi di lato della donna, attraverso la scollatura. E quello che non si vedeva, appariva ancora più conturbante: una salienza della veste, esasperata dai capezzoli, che inutilmente e pudico il vestito ricopriva; più in basso i fianchi che succedevano con armonia all’incavo del punto vita; l’addome piatto che si pronunciava in fondo con la salienza della regione pubica. Un corpo di media statura, formoso, ma nel contempo leggero ed elegante nel muoversi, un viso di un ovale perfetto, carnagione olivastra, una bocca che si apriva ad illuminare tutto il viso, due occhi neri come i capelli che ricadevano in ciocche sul collo e sulla fronte. Il tutto illuminato da un sorriso perenne, inevitabile corollario di tanta bellezza che si offriva agli altri. E con quel sorriso, guadagnato il bancone, si rivolse ai nuovi clienti così: cosa possiamo servire a questi signori? Loro, pur non parlandosi, sentirono tutti la non urgenza dell’acquisto, che avrebbe significato andarsene subito dopo, e non ci stava con il desiderio di prolungare quella sosta. C’entrava la bellezza della donna, certamente. Non perché avesse fatto intravedere loro, programmi malandrini: No! Più semplicemente volevano, se possibile, prolungare il piacere di quella visione di bellezza. Lei si era rivolta a loro con tale innocente gentilezza che il gesto di comprare, pagare e andarsene appariva come cosa mal fatta. Era bella sì, ma oltre quello, era donna sola con due figli: quasi avvertivano l’impulso di offrire protezione, fosse solo di gesti e parole e di un po’ del loro tempo. Così ripresero il discorso interrotto con il figlio al suo apparire e raccontarono di loro, al chiedere di lei da dove venissero e dove fossero diretti. Parlarono delle famiglie, quasi a significare che erano persone per bene e che non aveva nulla a temere: così era. Ciò nonostante nel parlare e nel suo muoversi dietro il bancone, lei lanciava, non voluti, inevitabili messaggi erotici, che mettevano a dura prova i sensi e gli ormoni adolescenziali di Davide. Dunque il ragazzo rivolgeva altrove mente ed occhi per placare l’ardore che urgeva nel corpo. Lei raccontò del marito che si trovava in Russia, e di cui non aveva più notizie da qualche mese. L’avevano arruolato nel luglio dell’anno precedente, destinazione, da quello che lui scrisse alcune settimane dopo, la parte meridionale del fronte russo sul fiume Don. Poi dal gennaio dell’anno in corso, le notizie avevano cominciato ad essere meno frequenti, fino ad interrompersi del tutto da qualche mese a quella parte. Era preoccupata, non lo faceva vedere ai figli, ma era preoccupata. Per lui e anche per loro. Non sapeva come sarebbero potuti andare avanti senza. Ora e in futuro se, Dio non volesse, gli fosse accaduto qualcosa. Erano soli, i genitori di lei, anziani, abitavano in paese ma avevano loro bisogno, non potevano darle sostegno di nessun tipo, oltre la vicinanza affettiva. Il marito era originario di un paese vicino, e non buoni erano i rapporti con i parenti che non l’avevano mai vista di buon occhio. Dunque sperava solo nell’aiuto del Signore e della Madonna a cui si raccomandava ogni giorno. Ma buone notizie dal fronte di guerra non venivano. Anzi si sentiva parlare da qualcuno del posto, che dichiarava di conoscere le cose di Russia e dell’andamento della guerra, per via di relazioni che intratteneva con importanti personalità a Roma, che le cose non andavano bene, soprattutto in Russia. A quelle parole Zeno fu mosso da un sentimento di pietà per la donna. Sapeva che le truppe italiane a gennaio avevano iniziato la grande ritirata, che si era conclusa a marzo. Dei sessantamila uomini dell’armata italiana ne erano tornati ventimila, circa un terzo. Gli altri dispersi nella grande pianura russa, chi morto congelato, o ucciso dai russi, chi accolto nelle case della popolazione locale, chi prigioniero nei campi di concentramento. Non aiuti dalla patria per i sopravvissuti in cattività. Si raccontò che fu contattato Togliatti, allora influente personalità politica a Mosca. I malevoli riferirono che lui rispondesse così: “non farò niente per i soldati di un esercito invasore fascista. Non dovevano essere qui”! Altri più benevoli dissero che non poteva fare niente. Chi riuscì a tornare fu testimone di cose terrificanti riguardo alla ritirata a piedi nella neve. La nostra propaganda aveva esaltato gli atti di coraggio delle nostre truppe: il sacrificio degli alpini che si immolarono per consentire la ritirata al grosso delle truppe; o l’eroismo del generale Reverberi con i suoi a Nikolajevka, quando riuscì ad aprire un varco tra le truppe sovietiche che avevano bloccato la via della ritirata; e ancor più l’impresa del 42’ a Isbuscenskij, dove il Savoia Cavalleria caricò i russi al grido Savoia !!: sbaragliandoli. Ma le celebrazioni furono sottotono in un momento in cui appariva chiaro che si stava perdendo la guerra. Zeno pensò al fratello Alceste morto in Grecia l’anno prima, e quel sacrifico aveva consentito a lui il rientro in patria dall’Albania, dove era stato mandato come carrista, anche lui destinato al fronte greco. La fede socialista insieme agli avvenimenti che lo avevano coinvolto o di cui aveva notizia, lo confermava nel pensiero dell’assurdità di quel conflitto con la disfatta e la rovina che ne erano seguiti. Comprese che agli uomini giovani come lui, scampati alla morte o alle menomazioni fisiche, sarebbe spettato il compito di ricostruire l’Italia. Immaginava che poi non sarebbe stato nulla come prima. Ci sarebbe stato spazio per lui e gente come lui, un riscatto delle classi popolari dei lavoratori e dei contadini sotto l’insegna, sperava, del socialismo. Per intanto si trattava di portare a casa la pelle e poi vedere come si sarebbe svolte le cose. Nel frattempo erano arrivati due clienti, loro si erano fatti da parte, seduti intorno ad un tavolinetto in un angolo del negozio. Parlarono tra loro sulle cose da comperare per il viaggio. Considerarono anche, se fosse il caso di riprendere il cammino o fermarsi nel paese per la notte. Ormai era pomeriggio inoltrato, c’era ancora luce, ma tra non molto sarebbe tramontato il sole. Avevano avuto in animo di arrivare al valico, ma una volta lì, si sarebbero dovuti fermare, non potevano proseguire nella discesa per Spoleto al buio, di notte. Ora in quel paese avrebbero potuto cercato un alloggio, magari presso quella donna, o comunque chiedendo a lei dove. Decisero a quel modo anche se Silvio aveva fatto notare che lui se la sarebbe sentita di camminare ancora. Però gli dissero di considerare che oltre il resto, la strada sino al valico sarebbe stata in salita, dunque non agevole, in particolare per lui, dopo tutte quelle ore di cammino, da quando, il mattino, erano partiti dalla stazione di Narni. I sopraggiunti clienti, comprate due cose se n’erano andati, ed ora la donna era di nuovo libera e disponibile. Le chiesero di preparare dei viveri da portare via, individuandoli tra quelli esposte nel bancone. Lei aggiunse del pane che teneva in casa, del formaggio e come cosa non richiesta, al modo di un regalo, un dolce tipico di Terni, il “pan pepato”, di cui era rimasto un pezzo. Avevano continuato a parlare della guerra, della difficoltà di tirare avanti per le famiglie, a causa delle restrizioni alimentari e di tutti gli altri generi che occorrevano per vivere. Il presente e l’immediato futuro erano certamente foschi, con gli alleati che avanzavano, e i tedeschi che continuavano a scendere dal Brennero. Gli italiani in età d’armi: chi imboscato, chi arruolato tra le truppe dei fascisti irriducibili, chi fattosi partigiano, schierato con i passati nemici. Loro, i partigiani, consapevoli di essere dalla parte vincente del conflitto, che aveva contrapposto le democrazie occidentali e il paese dei soviet ai governi dittatoriali d’Europa: Germania e Italia in primis, con gli altri stati aggregatisi compresa la Francia sconfitta. La Russia era la variabile, nel senso di una dittatura schierata con le democrazie. Ma per vincere la Germania e i suoi alleati si erano messi tutti insieme e rimandato al poi l’emergere delle differenze. Sta di fatto che in Italia gli irriducibili avversari del fascismo della prima ora stavano venendo fuori, e dietro loro le fila si andavano ingrossando, a mano a mano che l’avanzata alleata progrediva, e il destino finale della guerra appariva sempre più segnato. La donna seguiva e partecipava a quei discorsi degli uomini con atteggiamento mesto. Lei non sapeva di politica, ascoltava, ma quel parlare le procurava una stretta al cuore, un malessere, che veniva dalla preoccupazione del marito in Russia, insieme al pensiero della famiglia da tirare avanti. Fuori si era fatto scuro, e ormai era l’ora della chiusura del negozio. Lei non disse nulla ma nell’atteggiamento qualcosa tradiva un’impazienza. Loro se ne avvidero e avendo ormai preso la decisione di rimanere in paese, le comunicarono la cosa, chiedendole se potesse indicare un posto dove passare la notte. Lei rispose che in paese non c’erano alloggi, e non sapeva come avrebbe potuto aiutarli. Certamente non poteva ospitarli a casa per un problema di spazio e anche per la convenienza. I paesani avrebbero avuto qualcosa di cui sparlare. Immaginava i parenti del marito, se fossero venuti a conoscenza della cosa. Rimase in silenzio per un po’, poi disse che se si accontentavano, c’era dietro la casa, verso la campagna, non visibile dal paese, una rimessa. Sopra, un piano adibito a fienile al quale si accedeva con una scala. Era tutto coperto da pareti eccettuato sul davanti dove era aperto. Vi avrebbero potuto passare la notte visto che non faceva ancora freddo e con qualcosa con cui coprirsi sarebbero stati bene. Loro si consultarono, ma non a lungo e ringraziarono grati, aggiungendo che oltre alle provviste avrebbero pagato il disturbo del pernottamento. Solo che, aggiunse la donna, non dovevano farsi vedere per il motivo delle chiacchiere. Dunque, usciti dal negozio, che riprendessero la strada per il valico e poi deviassero per la campagna e da lì avrebbero potuto raggiungere il fienile. Presa la decisione vollero subito regolare i conti in modo che il mattino, svegliatisi alla prima luce, sarebbero partiti, non visti. La donna si schernì ma accolse con gioia il denaro che Silvio, fatto un rapido conto, decise fosse il giusto pagamento, calcolato all’eccesso come ringraziamento per la gentilezza della donna. Uscirono, in giro nessuno. Le luci delle case e qualche raro lampione illuminavano la strada. Caricati gli zaini sulle spalle, presero a camminare in direzione del valico. A mano a mano che procedevano, scomparvero le luci del paese, e il percorso entrò nella penombra. Il chiarore che scendeva dalla luna si sostituì debolmente alla luce del paese. Raggiunsero una curva che nascose la strada ad eventuali curiosi. Si fermarono e piegarono non visti, per la campagna. La percorsero per una cinquantina di metri, poi diressero i loro passi indietro verso il paese che riapparve con le sue luci. Arrivarono a una certa distanza dalla casa della donna, dietro la quale si delineò la sagoma scura del fienile. Tra il fienile e la casa c’era un’aia, da questa, una scalinata portava a un ballatoio della facciata posteriore dell’abitazione, dove si apriva una porta, con accanto una finestra illuminata. Dal lato del fienile una scala di legno a pioli conduceva alla parte superiore dello stesso, diviso con un pavimento di legno dalla parte inferiore, dove si trovavano attrezzi agricoli di vario tipo e dimensioni, e uno stazzo per animali, che mostrava di non essere più utilizzato da tempo. La struttura dei fienili di campagna era la stessa ovunque, almeno in Umbria: tre pareti tirate su a mattoni e forati, la parte anteriore aperta. Lo scopo era favorire la circolazione dell’aria perché il fieno potesse asciugare al riparo dalle intemperie, e nel piano a terra un riparo per gli attrezzi per il lavoro della campagna e per gli animali. Il soffitto di legno diventava pavimento per il piano superiore. Sotto gli attrezzi, sopra il fienile. Salirono sulla scala e trovarono un tappeto di fieno e paglia che a prima vista comunicò una sensazione di morbidezza e calore. D’altra parte la temperatura dell’aria in quell’autunno mite prometteva un riposo accettabile, nonostante il riparo parzialmente all’aperto. Si crearono un giaciglio utilizzando i giacconi che avevano indosso e qualcosa che portavano nelle sacche. Subito dopo si coricarono per verificare l’impressione iniziale di un giaciglio accettabile. Lo era. D’altra parte avevano trascorso la notte precedente su una panchina della stazione di Narni scalo, dunque non potevano lamentarsi. Il fienile poteva essere considerato una sistemazione di lusso. Con quella sensazione positiva del giaciglio, contenti e rinfrancati per aver trovato come trascorrere la notte, allestirono sul davanti, in prossimità della scala, una tavola per il desinare, utilizzando un giubbotto. Vi misero sopra le residue provviste, più qualcosa di quanto avevano acquistato poco prima nel negozio. Si sedettero e consumarono tra un discorso e l’altro il cibo e il vino che erano rimasto da Terni. Non erano al buio, perché dalla casa della donna filtrava, attraverso la finestra del ballatoio, una luce che bastava a illuminare parzialmente la loro postazione. Così in pace e nel silenzio della sera avvertirono sulla loro pelle che conquistare l’occorrente per vivere poteva essere tutto nella vita di un uomo, soprattutto in tempi difficili e sciagurati come quello. Mancava loro la famiglia, con quella accanto, quel fienile sarebbe diventato un albergo stellato. Era riservato ai benestanti il privilegio di non dover lottare per sopravvivere, così da poter dedicare il proprio tempo agli ozi della mente e del corpo: virtuosi o nefasti che fossero. Pensieri alati che Silvio e Zeno articolavano in parole semplici che si comunicavano l’un l’altro. Perché l’essenza del pensiero non ha bisogno di una forma erudita per dispiegarsi. Non così giravano i pensieri di Davide. Era inquieto, l’immagine di quella donna lo tormentava, cercava di non pensarci, ma gli apparivano ancora più conturbanti i tratti del suo corpo che la veste aveva lasciato intravedere. Improvvisamente, lui prima degli altri, avvertì un fruscio da basso e sportosi verso l’esterno, vide, veloce, una figura nel buio che risaliva le scale del ballatoio. La riconobbe, era la donna del negozio e sporgendosi ancora di più, notò, accanto alla scala a pioli, un fagotto. Scese e riportò sopra l’involto. Ben piegate, tre coperte di lana grezza. Si commossero e provarono in cuor loro una tenerezza infinita per lei. Dissero parole di ringraziamento alla sorte che tra tante brutture può riservare anche l’incontro con la bellezza, non solo fisica, ma quella più alta e assoluta dell’anima e se queste due cose si congiungono è il paradiso in terra. Ma per Davide quel parlare gli mise addosso un’agitazione, una sorta di frenesia che calava come un fuoco sullo stato d’animo che lo tormentava dal pomeriggio. Non si era mai sopito quello stato d’animo, e ora si riaccendeva con quel gesto che lei aveva avuto per loro e con quel parlare di poco prima circa la bellezza e l’anima e il paradiso. Mentre in Silvio e Zeno quei discorsi e sensazioni facevano pregustare il ritorno a casa, le persone amate da abbracciare ed amare, per Davide, solo, lontano da casa, quella donna apparsa nel viaggio con la sua bellezza e gentilezza dei modi e dei sentimenti, diventava l’unica certezza e desiderio. In quel momento non c’era altro cui potesse rivolgere il pensiero e il desiderio. La follia dell’infatuazione allo stato nascente lo convinse della necessità di una risposta a quel gesto del portare le coperte per la notte. Bisognava dire un grazie o fare qualcosa comunque. In realtà non poteva resistere alla voglia di dare un seguito al suo tormento. Così quando si sdraiarono sul giaciglio, e avvolti dalle coperte, si disposero ad accogliere il sonno riparatore, Davide aspettò il respiro pesante degli altri e circospetto si alzò. Discese la scala, attraversò l’aia e si fermò sotto il ballatoio. Dalla finestra filtrava attraverso gli scuri una luce discreta, meno intensa che prima, come se fosse stata spenta quella principale e si fosse accesa quella fioca di una bajour. Salì la scala, guardò oltre le persiane accostate e i vetri. La vide distesa sul letto, la notte era calda, un lenzuolo copriva il bel corpo, mollemente adagiato di fianco, una luce come un lumino, illuminava su di una parete l’immagine di Gesù e della Vergine Maria. Davide si beò nella visione di quella conturbante bellezza, per istanti che avrebbe voluto interminabili, ma che il decoro e la vergogna del gesto gli imponevano di non prolungare. L’educazione ricevuta, la sua natura, servirono a placare l’impulso selvaggio di andare oltre quella finestra. Si risolse a tornare al giaciglio che lo attendeva nel fienile. La visione notturna del corpo della donna avrebbe colorato i sogni della notte. Nello scendere dal marcapiano su cui era salito, mise un piede in fallo e cadde rovinosamente a terra. Non un gran rumore da svegliare i suoi compagni che non si avvidero di nulla, ma sufficiente per la donna che si alzò e andò sul ballatoio da dove proveniva il rumore. Lo vide a terra, si diresse verso di lui, che goffamente tentava di rialzarsi. Mentre lei lo aiutava, lui, rosso di vergogna, si affrettò a dire che non si era fatto niente. Quindi balbettò qualcosa per giustificare la sua presenza lì. Lei capì e provò tenerezza per quel ragazzo di bell’aspetto. Sorrise. Poi dal ballatoio dove lo aveva raccolto, senza dire niente, si diresse verso la porta di casa. Lui impietrito la seguiva con lo sguardo. Di lì a un attimo, sarebbe scomparsa, lui rimasto lì con la sua vergogna poteva solo morire. Ma lei non entrò, si appoggiò allo stipite e allargò le braccia verso di lui e sottovoce disse: “vieni qui”. Alla debole luce della notte Davide vide e sentì sul suo corpo quello di lei. Un momento che a lui sembrò eternità, poi lei si distaccò, accarezzò con rapido gesto il viso di Davide e rientrando in casa gli disse che era l’ora di dormire per tutti. Il ragazzo salì sul fienile e si dispose a dormire.
Albeggiò, si alzarono veloci, prepararono gli zaini, scesero da basso, e ripercorsero la strada tra i campi che avevano calcato la notte. Si ritrovarono sulla Flaminia all’altezza della curva che nascondeva il paese. Presero in direzione del valico, la strada era in salita ma non ancora impegnativa. Nel procedere, la carreggiata si fece via via più stretta e sempre più immersa in un bosco fitto di querce. Gli alberi ancora adorni di foglie dei colori dell’autunno, in parte cadute in terra, sì che la strada ne veniva tappezzata. Gli alberi con i loro rami intrecciati formavano una galleria sotto la quale si snodava il passaggio. Si era in Autunno e le foglie ormai diradate lasciavano intravedere il cielo, ma chi fosse passato lì d’estate si sarebbe trovato sotto una coltre impenetrabile ai raggi del sole, e la frescura avrebbe regalato un andare meno faticoso. Ma anche in quel giorno d’autunno la strada aveva l’aspetto di una galleria scavata nel bosco. Il sole non era comparso dietro i monti ma la luce progressivamente più intensa illuminava un cielo raro di nuvole. Nessuno sulla strada, silenzio intorno, interrotto dal flebile canto degli uccelli sugli alberi e dal rumore degli animali nella macchia che, in quell’ora del giorno, come gli umani, si disponevano chi all’azione e chi al riposo. La strada prese a salire sul fianco della montagna di destra quella ad est, dove più intenso era il chiarore, messaggero del sole in procinto di apparire. La consolare in quel tratto, era ancora come l’avevano costruita più di duemila anni prima, i legionari di Gaio Flaminio Nepote, prima che lui e i suoi perdessero la vita nella battaglia del Trasimeno contro Annibale. Forse sotto lo strato sottile d’asfalto c’erano ancora le pietre dell’acciottolato originario, ché tutte le vie consolari, per chiamarsi tali, lo dovevano avere, a distinguerle dalle altre bianche intorno, che si distaccavano dalla principale a formare il reticolo di comunicazioni che aveva permesso di governare la repubblica e poi l’impero. Nel procedere, la via abbandonava il bosco, avendo a destra la roccia della montagna e a sinistra un muretto che la delimitava dalla forra sottostante. Rari tratti rettilinei, continue curve che seguivano il profilo della montagna. Fatti alcuni chilometri si fermarono presso un fontanile coperto che doveva funzionare come ristoro dei passanti e abbeveratoio per gli animali da pascolo. Nel vascone si raccoglieva l’acqua, proveniente da un tubo di ferro, gelido al tatto per l’acqua sorgiva che irrompeva attraverso di esso nel vascone. Da una apertura del pavimento usciva l’acqua, bagnando il terreno intorno e la strada. Si fermarono. Erano partiti, appena svegli, alla chetichella per seguire le raccomandazioni della donna, ora occorreva mangiare qualcosa e si sarebbero dissetati con l’acqua della fontana. Si sedettero a terra su una radura in prossimità. Tirarono fuori dalle sacche del pane, tagliarono alcune fette di capocollo e un pezzo di pan pepato, il dolce che la donna aveva regalato loro. Divisero tutto per tre e mangiarono. Avevano proferito poche parole dal momento in cui si erano alzati sino a questo della sosta. Impegnati nella salita, avevano risparmiato le forze, anche se il tragitto per arrivare al valico non era lungo, meno di una decina di chilometri in tutto, ma progressivamente più duro. Si andava dai nemmeno duecento metri di Terni ai settecento del valico della Somma. Ora mangiando e bevendo scambiarono le prime parole: un accenno alla donna magnificandone la gentilezza e l’avvenenza e poi a parlare nuovamente di casa. Calcolarono che da dove si trovavano rimanevano un po’ più di ottanta chilometri per arrivare a destinazione. Avrebbero dovuto attraversare le città di Spoleto e poi di Foligno, oltre a varie cittadine e paesi. Davide appariva tranquillo, quanto era successo la sera prima, dopo lo sconvolgimento iniziale, gli aveva lasciato uno stato di serenità che si leggeva sul viso. L’inquietudine che ci divora al pensiero di altro da noi che ci attrae, e che diventa desiderio irrefrenabile alla sua vista, nel momento della risoluzione catartica e dopo, si trasforma in serenità. Quell’abbraccio era stato tutto questo. Il turbamento e il desiderio culminati nella percezione su di sé di quel corpo di donna, esplorato dai sensi nelle sue sinuosità, incavi, sporgenze e indicibili delizie, era stato interrotto dalla carezza della donna che dolcemente lo aveva allontanato da sé. Frustrazione? Forse, per un attimo. Poi un sentimento nuovo, dove la carnalità si sublimava. Come per l’azione di un trigger che innesca una reazione nascosta e più deflagrante. Non più, non solo il piacere insperato che quelle braccia aperte, accogliendolo, gli avevano regalato. Aveva provato qualcosa che lo avrebbe potuto legare per sempre a quella donna. La carezza con cui lei lo aveva invitato a tornare a dormire, aveva stimolato un sentimento nuovo, mai provato prima, che era altra cosa dall’attrazione fisica, anche se a questa conseguente. Aveva a che fare con l’amore? Non lo sapeva ma era sereno e sentiva che se lo sarebbe portato dietro quel sentimento come cosa immarcescibile. Non l’avrebbe rivista più o chi sa, ma lei c’era, e gli bastava. Non gli era mai accaduto prima, doveva passare in quel paese per diventare uomo. Si alzarono, rimisero le cose negli zaini, se li posero sulle spalle e ripresero il cammino. Ancora tornanti in quella ora del mattino che aveva lasciato alle spalle l’alba e si avviava a decidere che giornata avrebbe regalato a quella parte di mondo. Non ci fu da aspettare. Da nord arrivò un vento freddo di tramontana che strappò dagli alberi le foglie morte e anche quelle in via di diventare tali. Ma tant’è, la forza del vento era più forte dei tempi lunghi della natura. Anche il vento era natura, ma talora gli elementi che la compongono si frappongono, cozzano tra di loro, sovvertono quello che appare il normale svolgimento degli eventi, così è anche della società umana. In questi guazzabugli si annida il cambiamento che diventa cosa nuova, magari progresso. È che, anche nell’incessante corsa dell’universo verso l’infinito nulla, accadono cataclismi che alterano il fluire suicida. Magari nuovi, altri, big bang, che daranno inizio a nuove storie. Quel vento che un dio aveva liberato, avremmo detto un tempo, era metafora di tutto questo. Forse gli dei sfrattati dall’Olimpo ci sono ancora, raccolti in qualche parte dell’universo, accanto a tutto quello che la mente dell’uomo ha saputo inventare nei millenni. Per intanto rendeva più difficile il cammino, però le nuvole erano scomparse e il sole brillava sopra di loro. La carreggiata nei pochi tratti rettilinei poteva consentire il passaggio di due vetture, ma nelle curve così strette non era possibile, e sicuramente doveva passare una per volta. Pensava questa cosa Silvio che guidava la piccola carovana, lui davanti, in modo che il passo del più anziano potesse dare una cadenza agevole per tutti. Dopo una curva ancora più stretta, un lungo rettilineo faceva intravedere in fondo il culmine della salita. Finalmente il valico della Somma. In cima, visibile per il colore rosso acceso, una casa cantoniera. Vi arrivarono. Fecero sosta lì. Dal paese di Strettura calcolarono di aver percorso un po’ meno di dieci chilometri. Comprese le soste erano passate un paio di ore. C’era ancora una buona parte del mattino da spendere. Nessuno nella casa cantoniera, forse il cantoniere era in giro a controllare la strada nel tratto a lui affidato, magari si trattava di riparare qualche buca o prendere visione di qualcosa di più importante che richiedeva l’intervento di squadre addette. Poi magari viveva lì da solo, per cui lui assente, non c’erano altri in casa. Perché la casa del cantoniere era una vera casa, un focolare per il sostentamento, il riparo, l’amore di una famiglia. Con un orto dietro, e uno stazzo per gli animali, e se c’era un lavoro da fare, moglie e figli erano braccia di aiuto. Perché la strada da gestire era una estensione della casa che andava accudita, com’era per le case di campagna con il terreno intorno da coltivare e con i componenti della famiglia, impiegati tutti nei lavori. E quando c’erano le ricorrenze stagionali della mietitura e simili ci si aiutava tra i casolari e al termine un grande banchetto all’aperto che chiamavano “il pranzo delle opere”. Si dava fondo alle risorse alimentari accumulate per l’occasione, soprattutto animali da cortile: papere, conigli, polli e pasta fatta in casa e vino soprattutto. Ritualità di feste antiche dove residui pagani si confondevano con devozioni cristiane.
La discesa sino a Spoleto
Si erano seduti sul bordo della fontana, posta accanto alla casa. Il bianco travertino per il ristoro dei viandanti, davanti al cotto rosso della mansione. Anche loro si erano dissetati con l’acqua fredda che usciva dal mascherone, posto al centro di un fascio littorio. Una delle tante fontane sparse lungo le vie consolari, che celebravano a loro modo il regime, anticipazione della moderna pubblicità che propone un bene di consumo con sotteso un riferimento valoriale. Erano in procinto di riprendere il cammino che si annunciava meno impegnativo, quasi agevole, da percorrere lungo la discesa che li avrebbe portati a Spoleto. Una volta arrivati avrebbero ragionato su come proseguire il viaggio. Erano passati tre giorni da quando avevano lasciato Roma, rimaneva da percorrere meno della metà del tragitto. Una volta a Spoleto sarebbero rimasti altri settanta chilometri. Escludendo il tratto in treno e quello sul camioncino del primo giorno, se l’erano fatta tutta a piedi: era andata bene. Facendo gli scongiuri e astenendosi dal dichiararlo cominciavano ad intravedere casa. Fatti i primi passi sul pianoro del valico in direzione della discesa, poco oltre la casa e la fontana, si avvidero di un palo sul ciglio della strada con su un cartello che recava la scritta” fermata autobus”. Silvio e Zeno ricordarono di un servizio di corriere che dai nomi dei luoghi di partenza e arrivo e dell’imprenditore-proprietario era chiamata: linea Roma-Rimini, Bucci. Naturalmente il servizio andava nei due sensi di marcia. Per gli abitanti dei paesi montani del nord dell’Umbria, come Sigillo, posti lungo la Flaminia e per gli altri oltre Scheggia in territorio marchigiano sino a Fano, il servizio delle corriere era indispensabile. Quel tratto di territorio non era servito dalla ferrovia, per viaggiare c’era solo la corriera. La linea ferrata Roma-Ancona costruita poco dopo l’unità d’Italia transitava più a sud, correva a ridosso della consolare solo nel tratto che andava da Orte a Fossato di Vico. Oltre, penetrava nelle Marche per terminare ad Ancona, divaricando il suo percorso dalla seconda parte della via Flaminia.
Non pensarono se fosse il caso di aspettare, e arrivata la corriera di salire. Né se quella fosse la scelta giusta. E poi una volta saliti per andare fino a dove? Fino a casa, sino a Sigillo? Non ne ebbero il tempo, ché, annunciata dal suono del clacson, arrivò la corriera. L’autista li vide alla fermata, frenò e accostò la vettura. Si fermò come per salire gente in attesa. Non era così, non l’avevano preventivato, ma dato un rapido sguardo dentro, videro i sedili occupati solo in parte, sugli altri sedevano persone tranquille, normali, da non creare in loro allarme. Poi avvertirono come un pudore, una soggezione nei confronti dell’autista. Si era fermato perché doveva, ma loro non erano lì per la corriera. Un immediato quasi inconscio arco riflesso li spingeva a salire, non farlo lo avvertivano come uno sgarbo, quanto meno avrebbe preteso una spiegazione. E la parte più riflessiva del cervello suggeriva che il non salire avrebbe potuto generare sospetti. Che ci facevano lì alla fermata se non dovevano prendere la corriera? Salirono. Il bigliettaio chiese dove fossero diretti. Loro si guardarono, un assenso con gli occhi, e chiesero quale fosse la prima fermata. Quello disse: “Spoleto”. Pensarono che non essendoci fermate intermedie non sarebbe salita altra gente prima di Spoleto. Meno pericoli di brutti incontri. Il bigliettaio staccò tre biglietti da una sorta di calcolatrice con delle rotelle dove scorrevano i numeri. La teneva appesa al collo con una cinghia di cuoio. Fece depositare gli zaini, che dopo una occhiata di controllo, portò fuori, e salito su una scaletta posta sul lato posteriore della vettura, sistemò sul tetto in un ripiano dove erano altre valigie. Li fissò con delle corde, tranquillizzando i nostri che, scesi anche loro, seguivano preoccupati la manovra. Che non avessero a perdere il loro bagaglio vitale! Ma il bigliettaio mostrò una straordinaria perizia ed efficacia nella manovra. Disse loro di non temere, non gli era mai accaduto di perdere roba, mai era volato via qualcosa dal tetto da quando lavorava sulle corriere. Si rassegnarono anche perché lui aveva aggiunto che quella dei bagagli sul tetto era la regola, non si poteva portare bagaglio dentro. Si sedettero, il pullman partì. L’uomo dei biglietti comunicò loro che a Spoleto erano previste due fermate. La prima subito alla fine della discesa, prima di entrare in città, in località Ponte Sanguinario, l’altra poco oltre l’uscita dalla città di Porta Fuga, in una vasta piazza di sosta per pullman e vetture private e pubbliche. Non lontano era anche la stazione ferroviaria. Il pullman ingranò la prima marcia e partì. Loro si erano seduti nella parte posteriore della vettura su due scompartimenti, Zeno e Silvio su uno scomparto e Davide su quello accanto, al di là del corridoio. Questo correva lungo tutta la lunghezza della vettura, separava due spazi longitudinali leggermente sopraelevati. Su questi erano ricavati gli scomparti tutti a due posti, capaci di ospitare una cinquantina di persone. In fondo dove il corridoio terminava, gli scomparti sparivano, sostituiti da un ampio sedile tipo divano che si adagiava concavo a seguire il profilo posteriore della corriera. Gli altri viaggiatori occupavano gli scomparti anteriori in prossimità dell’autista: in tutto una decina di persone oltre loro. L’autista sedeva su una poltronaccia logora con la grande ruota dello sterzo in pugno, i piedi sui pedaloni del gas e del freno. Subito ai lati le maniglie del freno a mano e del cambio e quello più piccolo delle ridotte, accanto una sorta di monumentale baule in ferro che conteneva gli ingranaggi del motore. Vederlo guidare era come assistere al concerto di un musicista, massimamente di un organista. Le mani e i piedi sempre in movimento sui diversi pedali e manopole che sembrava fossero loro a generare il rumore che veniva dal motore. I movimenti si esaltavano ad inseguire nuove armonie quando eseguiva il cambio della marcia a scalare, manovra conosciuta dagli esegeti con il nome di doppia debraiata. Lì un sapiente movimento delle mani e dei piedi diventava gesto artistico accompagnato da una alternanza e variazione dei suoni che al profano poteva causare un ulteriore fastidio oltre al rumore del motore. Ma che un orecchio esperto poteva giudicare se la manovra fosse stata condotta bene. Altrimenti un clangore, un rumore degli ingranaggi come di rottura. Da fuori si mescolava nei suoni, lo stridore dei freni all’approssimarsi delle curve. Ma l’autista non era un artista era solo un artigiano se si vuole usare la similitudine, e il lavoro richiedeva muscoli e fatica fisica e sudore della fronte e preoccupazione di fare tutto bene. Ne andava della salute e della vita dei trasportati. Per tutto questo era grosso di muscoli ed anche di grasso, perché gli autisti mangiavano quando era il tempo e molto e fumavano con dovizia, e per tutto questo campavano poco. Sempre legati su quei sedili, aggrappati al volante, con le arterie che le paure contraevano e il colesterolo restringeva. Oltre l’autista, nella parte anteriore della vettura c’erano gli altri passeggeri. Dietro intervallati da una zona vuota c’erano loro e il bigliettaio. Questi sedeva su una specie di garitta accanto alla porta posteriore. Era prossimo a loro e la cosa favorì l’istaurarsi di un colloquio. Appariva uomo di mezz’età, corpulento, con capelli ricci e baffi che si cominciavano ad imbiancare, vestito in borghese a differenza del guidatore che portava una sorta di divisa con cappello regolamentare. Lo metteva quando il pullman si fermava, e lo poneva sul cruscotto non appena partiva. Come se gli desse fastidio e il portarlo nelle soste fosse dovuto alla necessità di dare l’immagine di rigore professionale. Poi dopo il primo impatto con i viaggiatori e in qualche modo superata la formalità iniziale se ne liberava. Il bigliettaio più informale disse ai nostri che era di Civita Castellana ed era sulle corriere dall’età di vent’anni. Non disse l’età ma loro giudicarono che dovesse avere un po’ più di quarant’anni. Aggiunse che aveva schivato la chiamata alle armi nel 40’ perché ormai grande, e per sua fortuna anche la grande guerra del 15-18 perché allora era troppo piccolo. “Quando si dice la sorte” commentò soddisfatto. Appariva uomo contento di sé e del suo stato. Veniva da una famiglia contadina, poi aveva messo su famiglia e a casa al ritorno la sera lo avrebbero aspettato una moglie e due figli ormai adolescenti, che l’anno successivo sarebbero andati a studiare a Roma al liceo, ospiti di una cugina nubile che aveva un portierato in centro. Disse questa cosa dei figli con un moto di orgoglio, quasi a voler rimarcare la sua ambizione di avanzamento sociale. Silvio e Zeno che avevano stimolato il colloquio, lo ascoltavano in silenzio, perché lui dimostrò da subito che gli era stato sufficiente l’innesco per raccontare di sé. Continuò parlando del lavoro: “d’inverno è duro soprattutto nei tratti dove nevica” disse. Accadeva che sulle salite se c’era ghiaccio, dovevano mettere le catene e a volte anche quelle non bastavano. Più di una volta era dovuto scendere e con lui i passeggeri a spingere la vettura che l’autista innestando una marcia alta cercava di guidare oltre. Il valico della Somma dove li aveva raccolti era un punto critico, poi c’era il tratto di strada che andava da Fossato di Vico a Scheggia a ridosso degli Appennini che era ancora peggio. Veniva giù la neve dai monti con folate di vento che l’accatastavano sul manto stradale: sotto il ghiaccio e sopra la massa nevosa. Si trattava di scendere e spalare la neve per ripristinare un passaggio. Se era sufficiente ci pensavano i cantonieri, ma se la bufera era tosta non bastavano e per liberare la strada dovevano intervenire anche loro delle vetture. Infine disse della guerra. Era preoccupato come tutti, ma ottimista. Bastava starsene in disparte, non prendere posizione e anche quella iattura sarebbe passata. Non bisognava fare i fanatici, aggiunse, a cercar guai. Lasciar decidere le autorità. Ma quale autorità? chiese Zeno. Lui si mostrò infastidito della domanda e restò in silenzio. A quel punto la conversazione finì. Era anche andata bene! Il bigliettaio aveva parlato di sé, li aveva esentati dal dover spiegare chi fossero, dove fossero diretti, e tutto il resto. Gli altri passeggeri sembravano essere tutti locali, non era il tempo di lunghi viaggi, quello. Alcuni vestiti come chi dovesse andare in qualche posto, ufficio o simili, dove era bene presentarsi in ordine, come segno di rispettosa soggezione per l’istituzione. Per questo avevano tirato fuori il vestito della festa a cui mostravano di non essere avvezzi. Forse si sarebbero fermati a Spoleto o a Foligno per qualche pratica. Il pullman procedeva veloce lungo la discesa, boschi intorno, case isolate, non paesi. Rari sempreverdi del tipo conifere, più lecci e soprattutto alberi cedui, massimamente querce. Un mare di colori sui fianchi dei monti dove la strada scendeva, le foglie cadute lasciavano vedere le linee parallele dei disboscamenti mirati che ogni anno i boscaioli eseguivano. In cielo, numerose cornacchie volteggiavano nere, ingaggiando combattimenti con isolate poiane che le controllavano dall’alto. Il viaggio sino a Spoleto fu breve, un quarto d’ora circa per una decina di chilometri in tutto. Il pullman era andato prudente perché anche in quel tratto in discesa c’erano curve strette che richiedevano grande uso di freni e di marce basse. Li prese una strana eccitazione quando, dopo un’ultima curva, apparve la grande rocca che sovrasta Spoleto. Incombeva maestosa sulla città. Accanto, la grande arcata dell’acquedotto che scavalcava la forra per portare acqua agli spoletini. Una storia importante la città e di conseguenza orgogliosi e a tratti spocchiosi gli abitanti, che nell’atteggiamento conservavano memoria della passata grandezza. Roccaforte umbra all’inizio, poi romana, finché arrivarono i longobardi, che ne fecero un ducato, sopravvissuto sino al XV secolo insieme all’altro di Benevento. Poi fu stato pontificio e infine Italia, in una progressiva perdita d’importanza. Ma le pietre raccontavano ancora quella storia. E ce n’era traccia anche nella istituzione religiosa. Il vescovo e la diocesi da lui governata era un’arcidiocesi retta da un arcivescovo, come in Umbria solo Perugia aveva. La corriera rallentò sino a fermarsi in una piazzola con gente in attesa. Dalle due portiere che il bigliettaio si affrettò ad aprire, uscirono tutti meno tre persone che, salutandosi con i vicini che terminavano il viaggio a Spoleto, dissero di essere diretti a Cantiano nelle Marche. Nei posti lasciati liberi si sistemarono, più numerosi, i nuovi in attesa. La corriera era pronta per ripartire, quando di lontano si videro tre uomini che si avvicinavano e uno faceva ampi gesti con le mani come a chiedere di aspettare. Quando furono vicini si vide trattarsi di due carabinieri che trasportavano un uomo in catene. Strette alle caviglie e ai polsi ne rendevano difficoltoso il cammino ed emettevano un rumore stridente di metallo nel loro trascinarsi al suolo. Verosimilmente erano scesi dalla rocca per recarsi in qualche altro carcere o tribunale. Sì, dalla rocca, perché dal XIX secolo era diventato un carcere il fortilizio che Papa Innocenzo VI nel XIV secolo aveva fatto costruire dal cardinale spagnolo Albornoz. Questo di Spoleto ancora più imponente rispetto a quello di Narni che avevano visto due giorni prima. Lo aveva costruito Gattapone da Gubbio e ne aveva fatto un’opera maestosa e raffinata, tanto da diventare dimora confortevole per Papi e personalità illustri come Lucrezia Borgia. Sferragliava il detenuto nell’approssimarsi alla vettura sotto lo sguardo perplesso dei viaggiatori in attesa della partenza. Preoccupazione sul loro volto per quella compagnia di viaggio che sentivano inopportuna e fastidiosa. I due carabinieri e il carcerato salirono dalla porta posteriore e si sedettero sull’ampio sedile in fondo. Gli altri passeggeri senza parlare si raccolsero nei sedili anteriori, più lontano possibile dai nuovi arrivati. Qualche sguardo di compassione ed umanità nei riguardi del carcerato, si notò sul volto di alcuni viaggiatori che erano scesi. Commozione più libera di esprimersi perché non c’era coinvolgimento. Il detenuto era passato davanti a loro, era salito sul pullman e scomparso sprofondato nel sedile. Ci poteva stare con un sentimento libero da qualsiasi azione conseguente. Quelli nella vettura non avevano dimostrato analogo sentire, era bastata la contiguità per sopire ogni velleità umanitaria. Per quanto i nostri erano riusciti a vedere, il prigioniero appariva persona umile, quasi incredulo della condizione nella quale si trovava, pieno di vergogna a farsi vedere a quel modo, con le catene che trascinava con fatica. Avrebbe voluto nascondersi, ma il rumore del ferro sull’asfalto richiamava gli occhi del mondo su di lui. Al di là dei processi, delle sentenze, dei delitti e delle pene, era già una condanna inappellabile quello stridore che entrava nell’anima e nella mente di uomini e cose. Chi sa se quelle catene così lunghe da dover essere trascinate, erano il risultato di artigiani prodighi nel materiale, o cosa voluta dal committente? Il detenuto mostrava tratti e atteggiamenti che ne indicavano la condizione sociale proletaria. Quest’ultima comportava spesso un maggior rigore della giustizia di fronte a fatti delittuosi, in ossequio al pregiudizio che povertà materiale e culturale favoriscano la devianza. Come se quella condizione sia privilegiato terreno di coltura di impulsi istintuali non governati dalla ragione. Considerazione di tipo lombrosiano se si sostituisce all’aspetto fisico il sostrato economico-culturale. Nascerà anche da questa riflessione la volontà di puntare sul miglioramento del benessere e della istruzione sociale per ottenere risultati nella lotta contro il crimine e per il recupero dei condannati. La corriera partì, Silvio, Zeno, e Davide rimasero soli. Lo spazio per la sosta dei pullman era uno slargo di lato alla strada, questa poi proseguiva per entrare di lì a poco in città. Accanto, affioravano pietre di un ponte in gran parte interrato, del quale scavi ormai interrotti avevano riportato alla luce un fornice. Un cartello scolorito permetteva ancora di leggere il nome: ponte sanguinario. Costruito duemila anni prima per consentire alla Flaminia l’attraversamento di un torrente, si era interrato nel corso dei secoli e doveva il nome al sangue di cristiani giustiziati in quel luogo. Ora, una volta deciso di scendere dalla corriera, si trattava di entrare in città e percorrerla con prudenza sino a raggiungere l’ampio piazzale oltre Porta Fuga, dove vetture e corriere e treni avrebbero potuto sostituire la marcia a piedi per dirigersi a Foligno. Si avviarono, prima di sorpassare le mura e immergersi nello stretto dedalo di viuzze di Spoleto, sulla sinistra, intravidero la grande pianura umbra che si sarebbe mostrata nella sua interezza all’uscita, dall’altro lato della città. Videro le montagne che la cingevano, con la grande gobba del Subasio a destra che proseguiva i rilievi pre-appenninici, e a sinistra il profilo dei monti Martani che la cingevano da quel lato. In fondo, Il Tevere chiudeva la valle ai piedi delle colline dove si ergeva Perugia. Ma quella oltre il fiume non era più l’Umbria vera e più antica. Lì cominciava un altro territorio, l’Etruria, di cui Perugia era città: una della Dodecapoli. Etruschi, un’etnia diversa, con sembianze e lingua diverse. Arte e costumi raffinati, efebici, in duro contrasto con la ruvidezza degli umbri, plasmati dalla roccia degli Appennini, con cui costruivano le dimore e i templi. Non il cotto o la pietra serena di quelli al di là del grande fiume. E la via Flaminia sembrava gelosa custode di quella popolazione rude, ne attraversava il territorio, per lunghi tratti addossata ai suoi monti, e una volta precipitata nella grande vallata si immetteva all’altezza di Foligno in un varco posto tra il Subasio e i preappennini per raggiungere Nocera. E Perugia ne ebbe a soffrire perché già in quei tempi la città era tagliata fuori dalle grandi comunicazioni che si svolgevano soprattutto lungo la consolare. I romani non avevano concesso una strada importante che arrivasse a Perugia. Ci si arrivava tramite dei modesti diverticoli. Forse per questo i perugini che pur dominano da sempre l’Umbria, non sono mai stati teneri con Roma e con i vari poteri che lì si sono succeduti. Naturalmente ripagati con gli interessi. Ne sanno qualcosa gli antenati del XVI che nel 1550, subirono l’assalto dell’esercito pontifico di papa Paolo III. Fece demolire un intero quartiere dov’erano le case dei Baglioni, signori della città. Al suo posto fece erigere da Antonio da Sangallo un’imponente fortezza che prese il nome di rocca Paolina, che poi i Savoia distrussero per significare che ora comandavano loro, non più il Papa. Era passata tanta storia in quel tratto d’Umbria, quella che scompare ogni giorno nel suo farsi e perire e quella che lascia traccia di sé nei secoli a venire: l’incontro di Enrico con Costanza d’Altavilla; i giochi infantili di Federico II, lo stupor mundi; le peregrinazioni stralunate di Francesco; le scorribande di Annibale; le infinite guerre dei Trinci di Foligno, dei Fortebraccio da Montone e Baglioni di Perugia; dei superbi spoletini, ultimi eredi dei padri longobardi; dei……….. Terra nuova la vallata umbra, emersa da un lago preistorico lentamente prosciugato. Ne rimane traccia nella strada Flaminia proveniente da Bevagna diretta a Foligno, dove si ricongiunge con l’altra che proviene da Spoleto. Costruirono sopraelevata la prima, perché intorno permaneva un acquitrino. Ancora oggi acqua, che affiora appena si scava a poca profondità. Anche da questa traggono sostentamento i fiumi che attraversano la valle: il Topino, il Menotre, Il Chiascio, il Clitunno, il Teverone, più altri minori. Tutti provenienti dalle montagne intorno, e/o da sorgenti della pianura, e tutti confluenti nel Tevere a nord. Cominciò a piovere, l’aria si fece più fredda, portata da un vento di ponente. Si infilarono i pastrani e si affrettarono ad entrare in città le strette vie promettevano una maggiore protezione dalla pioggia. Percorsi circa un centinaio di metri, entrarono in città e si ritrovarono in piazza Garibaldi. Un ampio spazio che confluiva in una via, il Corso della città dove si concentravano negozi e uffici e il fervore della vita civile. Dalla piazza, da un suo tratto pensile, si vedevano in basso i resti dell’anfiteatro romano e il lungo porticato della chiesa dedicata alla Madonna di Loreto. Davide si era fermato ad ammirare le rovine e la chiesa che gli ricordava una analoga della piazza di Rodi, ma gli altri lo scossero, dovevano muoversi e non verso il Corso, per evitare per quanto possibile gente. Dunque presero a destra verso la parte alta della città di cui avrebbero seguito il limitare, disegnato dalle mura. Davide prese la testa del gruppo, a dare il ritmo dell’andatura su quella strada in salita. Non aveva parlato molto da quando all’alba avevano lasciato il fienile. Si era trascinato dietro gli altri, in silenzio, assentendo alle decisioni che loro più grandi ed esperti andavano prendendo. Permaneva in lui quell’aura di serenità che l’incontro notturno gli aveva ispirato. Era sparito il tormento fisico che aveva provato all’inizio. No, ora la pulsione si era smorzata in una sorta di appagamento, come di chi conquista la vetta di un’alta montagna o di chi termina una lunga corsa. La sua era stata la scalata, la corsa dell’adolescenza che conduce ad una maggiore consapevolezza di sé, con il turbinio delle passioni imbrigliate dalla ragione e dai valori inculcati dall’educazione. La tensione anarchica e violenta dei sensi diventa così forza creatrice. La femmina da concupire diventa fattore di trasformazione. La carnalità di quell’abbraccio risoltosi nella tenera carezza sul viso, aveva segnato un percorso che lo attendeva da lì in avanti. Quella persona apparsa come femmina era diventata donna che lo aveva trasportato dai territori delle passioni a quelli dell’amore. Sentiva confusamente queste cose Davide che gli davano forza e serenità per le nuove scalate che la vita avrebbe proposto. Silvio appariva un po’ affaticato, era uomo intorno ai sessanta, ancora in salute nonostante il duro mestiere della vita, ma quelle marce e il pensiero dei pericoli del momento, per sé, per quelli con lui nel viaggio, per la famiglia in paese, erano ulteriore aggravio alla sua resistenza. Così non mostrava di partecipare un gran che alle osservazioni di Zeno sugli edifici che si presentavano alla vista nel loro percorrere la città. Era Zeno che aveva manifestato sorpresa ed emozione già prima, alla vista in lontananza della rocca. Ora da vicino quella si appressava grandiosa e sublime e incuteva in lui un senso di meraviglia e stupore che cercava di comunicare agli altri. Ma oltre all’aspetto estetico, alle finalità materiali e pratiche, la rocca gli appariva anche un simbolo di forza e potere di coloro che avevano avuto i mezzi e le capacità per edificarla. Un messaggio per le classi sottoposte o per quelli di fuori. Come monito per tutti a non sovvertire l’ordine costituito. I poveri, gli umili, gli ignoranti, i proletari come li definiva Marx, se non acquisiscono una coscienza di classe, soccombono davanti al grande, al maestoso, al sublime. Così pensava Zeno, riandando con la mente ai discorsi dei compagni socialisti dei cantieri. D’altra parte da sempre, dai faraoni ai romani e su sino ai giorni nostri era stato così. Certamente la rocca fatta costruire dal Papa, che incombeva sulla città, non sembrava entrarci molto con devozioni, preghiere, messaggio evangelico, appariva solo un monumento del potere temporale della Chiesa. Ad essere benevoli forse ce n’era bisogno, perché il messaggio religioso potesse sopravvivere ed espandersi. Poca gente lungo le strade, quella pioggia era una manna per loro che rifuggivano per quanto possibile da incontri. Ogni tanto si riparavano sotto qualche terrazza o arco e si scrollavano di dosso la pioggia. Da poco erano passati sotto l’arco di Druso. Se avessero conosciuto il latino ci avrebbero letto la dedica a Druso e Germanico, i figli dell’imperatore Tiberio, ma di loro solo Davide lo aveva studiato a scuola, ma non sembrava molto interessato al momento. Accanto, al limitare dei resti del cardo, un tempio romano, nei secoli trasformato in luogo di culto cristiano. L’arco dava accesso ad una piazza, l’antico mercato, che aveva conservato quella funzione, e che ancora nei tempi attuali custodiva in un angolo un’abitazione di allora, di duemila anni prima. Sfioravano questi monumenti di pietra nel loro attraversare la città. Sollecitavano la curiosità e la sete di sapere di Zeno che amava leggere quando ne aveva la possibilità, in mancanza di studi superiori. Per lui la scuola si era fermata alle elementari, un buon profitto che aveva spinto il maestro a sollecitare quelli di casa a farlo proseguire con la sesta, che allora agli inizi del XX secolo era da assimilare ad una terza media della riforma Gentile che sarebbe venuta anni dopo e avrebbe rinnovato metodi e obbiettivi della scuola, ferma alla tradizione sabauda. Seguendo le mura arrivarono a costeggiare la Rocca, da lì scesero in basso e di nuovo si presentò ai loro occhi tutta la vallata umbra, un tappeto di colori autunnali che si stendeva ai loro piedi. Se invece delle nuvole ci fosse stato il sereno, avrebbero visto i paesi affacciarsi come da balconi sulla vallata. I balconi erano i bassi rilievi dove gli autoctoni avevano costruito le case per difendersi dal passaggio dei barbari a valle, dopo la caduta di Roma. Campello sul Clitunno, Pissignano, Trevi, Spello, Assisi e dalla parte opposta Montefalco e Bettona. In fondo come in una macchia indistinta le aquile avrebbero scorto Perugia. Proseguendo la discesa, di fianco alla strada si apriva una grande piazza, anch’essa disposta in discesa e delimitata da palazzi signorili a destra, a sinistra invece più aperta verso la pianura. In fondo, lo spazio si chiudeva con un’immagine per lo stupore di chi avesse guardato lì per la prima volta. Era anche il sentimento della natura intorno, gelosa di tanta bellezza. Una chiesa mirabile, Santa Maria Assunta, la cattedrale della città, chiudeva la prospettiva. Blocchi di pietra dura a tirare su una facciata delimitata in alto da un tetto a capanna, di lato un campanile a pianta quadrata. Comunicavano una sensazione di durezza ed essenzialità com’era la natura degli Umbri e dei Longobardi che si erano loro sovrapposti e dominavano la città nel XII secolo quando fu costruita la chiesa. Ad ingentilire la facciata, otto rosoni, di cui uno centrale più grande, che davano luce alle navate. Su tutti troneggiava il mosaico di Sosterno con Cristo al centro, Maria e Giovanni evangelista ai lati. Poi, scomparsi i longobardi o meglio l’istituzione Ducato, nel secolo del Rinascimento pensarono di impreziosire la costruzione riducendo ulteriormente il carattere austero con un porticato sormontato da una balaustra e un terrazzo di fine fattura. Evocava suggestioni e sentimenti in Zeno la vista del monumento e del rosone centrale che come un grande occhio lasciava entrare la luce del mondo ad illuminare il mistero. Pensò a S. Marcello al Corso. Rimase affascinato ed emozionato da quello che i suoi occhi vedevano, da far scomparire i pensieri politici che il monumento della Rocca aveva ispirato. Lui, muratore, seguiva le linee, le proporzioni, l’impianto statico, le decorazioni e gli abbellimenti. Ne comprendeva i risvolti tecnici: quelle pietre sagomate, sapientemente giustapposte le une sulle altre, quasi senza bisogno di una malta legante, stabili e incastrate per sempre. Da tutto il manufatto proveniva un senso di compiutezza ed armonia, che rimandava alle proporzioni auree dei templi classici. Da allora riproposte da generazioni di artigiani che le avevano scolpite nei loro geni. Le ritroviamo anche nella umile e struggente bellezza dei casolari umbri. Ma la guerra si stava portando via tutto, anche quella sapienza costruttiva che dopo si sarebbe perduta per sempre. Proporzioni che rispondevano a moduli matematici, che dal cervello dove erano pensati e di cui costituivano la struttura, calavano e informavano di sé l’opera dell’artigiano. Zeno non poteva immaginare che decenni dopo quella chiesa e la piazza antistante sarebbe diventata occasione annuale d’incontro di artisti di tutto il mondo. Uno di questi, forse il più grande, morto giovane, come accade per chi è destinato ad entrare nel mito, volle essere sepolto in quelle mura, lontano dalla sua terra, perché aveva eletto Spoleto a sua vera patria. Continuarono a scendere, tra strade e case di pietra, buie talune, anguste, dove il cielo stentava a far capolino tra i tetti. Più spaziose altre e meno gradite, perché non offrivano riparo alla pioggia. Con l’acqua che scendeva era diminuita anche la temperatura dell’aria, si era in autunno ma quel tempo annunciava il freddo dell’inverno che di lì a poco avrebbe reso quelle pietre gelide, per il tormento degli uomini che le abitavano e di quelli che, come loro, le percorrevano. Si era portati a sognare il tepore delle case in paese, riscaldate dal fuoco che la legna del camino sprigionava intorno. Illuminava i visi e confortava il cuore, nell’attesa della buona stagione, quando ci avrebbe pensato il sole a riscaldare anche quelle pietre che stavano calpestando. Proseguendo nella discesa passarono davanti ad un tratto di mura costruito con enormi blocchi di pietra. Costituivano la primitiva cinta muraria risalente alla città degli umbri, o addirittura dei villanoviani-protumbri che li precedettero. Su queste, e di fuori di queste, mura più recenti erette dai longobardi. Da quando avevano costeggiato la rocca, la strada aveva preso a scendere sino a condurli alla porta d’uscita della città: porta Fuga. Sopra si ergeva una torre, la torre dell’Olio. I due nomi ricordavano agli spoletini il gesto eroico dei loro padri, che, tra i pochi nella penisola italica, si erano opposti ad Annibale. Questi, reduce dal trionfo sul console Flaminio nella battaglia del lago Trasimeno, ed incerto se sferrare l’attacco finale a Roma, aveva comunque preso a percorrere la Flaminia in direzione della capitale. Arrivato a Spoleto trovò le porte della città sbarrate e gli assediati in armi, che riversarono dalle mura e dalla torre, olio bollente. Alla fine, già dubbioso sulla opportunità di recarsi a Roma, decise di tornarsene indietro. Da qui Torre dell’Olio e Porta Fuga. Uscirono e poco dopo si ritrovarono in una grande piazzale. AL MERCATO DI SPOLETO Vi trovarono gente, quanta non ne avevano vista nelle strade della città. Donne per lo più, che vagavano per i banchi del mercato a cercare prodotti che arricchissero quelli della tessera annonaria. Un mercato all’aperto che, seppero, si teneva una volta la settimana, di fatto illegale, anche se non decisamente un mercato nero, e che le autorità tolleravano, salvo rapsodiche incursioni che si concludevano con un sequestro delle merci. Sulla destinazione delle quali nessuno avrebbe giurato in quanto ad appropriatezza. Accanto al mercato, la stazione delle corriere, e in fondo ad un viale alberato si intravedeva la stazione ferroviaria. Il movimento e la vita della città si svolgeva per gran parte tutta in quella parte di Spoleto. Nella città dentro le mura c’erano gli uffici della vita istituzionale. Di lato all’edificio dove si compravano i biglietti per le corriere, un locale tipo osteria. I nostri vi entrarono e si sedettero a un tavolo. Intorno a loro era un fluire di persone che parlottavano, per poi andarsene e ricomparire più tardi. Molti dall’abbigliamento e dalla struttura corporea avevano l’aspetto di contadini. Silvio più anziano e smaliziato, pensò trattarsi di commerci in nero di prodotti della campagna, in minima parte esposti nei banchi e il resto nascosto e contrattato nell’osteria con anonimi acquirenti. Silvio era del 92, aveva scampato “la grande guerra” perché in quegli anni era impegnato in un cantiere appaltato dal Ministero della Guerra. La cosa aveva comportato una esenzione dal servizio al fronte per gli addetti a quel cantiere. Era stata una fortuna per sé, la sua famiglia e per tutta la grande famiglia dei Paci. Poté prodigarsi per tutti, secondo le necessità e le sue possibilità, con la presenza fisica, il sostegno materiale. Anche per questo aveva deciso di tornare al paese, sentiva che c’era bisogno di lui lassù. Aveva passato i cinquanta e con il lavoro duro che aveva fatto li dimostrava tutti, anche di più. Poi c’era quella cosa del fegato che lo preoccupava. Alcuni della famiglia in anni passati erano morti, per quanto se ne sapeva, a causa di una malattia di quell’organo. Non si sapeva quale, non erano tempi, quelli, di grandi sofisticazioni diagnostiche. Accadeva che chi era colpito, cominciava a mostrare un lieve colorito giallo agli occhi, che poteva rimanere così, senza altre conseguenze. In altri invece si accentuava con il tempo, sino alla comparsa di un’emorragia o di un’infezione che se li portava via. Lui stava bene, ma ogni tanto sentiva quel dolore a destra sotto le coste dove sapeva essere il fegato, lo stesso che Zeno gli aveva detto di sentire ogni tanto. Avvertiva quella cosa per sé e per quelli della famiglia come un’ombra che aleggiava su di loro. Scendeva ogni tanto su qualcuno, lo ghermiva, e lo conduceva nel suo regno, il regno delle ombre. Non c’era mezzo per sfuggirne, forse in futuro la scienza avrebbe permesso di capire e guarirne. Ma, al momento, bisognava cercare di non pensarci, e accettare la scelta capricciosa del destino che avrebbe potuto colpire a suo piacimento ora uno ora l’altro della famiglia. E comunque quel dolore poteva non entrarci con quella cosa: lo avevano detto i medici che aveva consultato. Perché nonostante tutto, il tentativo doveroso di vedere se c’era qualcosa da fare, Silvio lo aveva fatto. Era andato al Policlinico Umberto I a Roma, e al Policlinico Monteluce a Perugia, dove gli avevano segnalato specialisti della materia. Ne era venuta fuori un interrogatorio sulle abitudini degli uomini della famiglia, circa abusi alcoolici, dietetici, frequentazioni di postriboli, presenza di animali in casa. Un’anamnesi accurata come la definiscono i medici. Non risultarono abitudini diverse da quelle degli uomini della loro condizione sociale. I camici bianchi avevano snocciolato nomi di difficile comprensione che tentavano di incasellare quei sintomi in una delle possibili patologie evocate: echinococcosi, epatite, cirrosi. Ma in quanto a cure, poco o niente. A parte l’opzione chirurgica per l’echinococco. Raccomandavano diete e riposo per quanto era possibile, dato il loro mestiere. Tra il via vai di persone che si alternavano nella locanda, comparve un uomo di età oltre i cinquanta che si diresse verso l’angolo della stanza dove l’oste, dietro una specie di piccolo bancone serviva vino e cialde con rametti di rosmarino sopra, sorta di focacce schiacciate, che probabilmente qualche donna di casa preparava. L’uomo si fece servire un bicchiere di bianco e mentre lo stava sorseggiando, si volse verso la stanza, dove incrociò lo sguardo di Silvio. Si riconobbero! Lo attestò il sorriso che illuminò i volti e che li fece muovere in direzione l’uno dell’altro. Ne venne un abbraccio che sapeva di amicizia antica. Lui si chiamava Arduino Calabresi ed era stato compagno di lavoro di Silvio nei cantieri dell’impresa Costanzi. Fu fatto sedere al tavolo e presentato a Davide e Zeno in modo che anche loro potessero godere del piacere dell’incontro con i racconti che da subito iniziarono. Ricordarono i due i tanti cantieri dove avevano lavorato insieme, grandi cantieri in giro per l’Italia e anche nelle colonie d’Africa, ma in quest’ultime era andato Arduino e non Silvio. Il nome desueto di Arduino era singolare e motivo di sfottò da parte dei colleghi di lavoro, glie lo ricordò Silvio, come pure ricordò che lui se ne vantava, ne era orgoglioso e ne rivendicava le origini. Lui era di Spoleto e il suo nome che anche altri portavano in città, era segno dell’origine longobarda degli abitanti. E a differenza dei tanti della città che ne ignoravano la storia, la famiglia e lui ne erano cultori, il nome Arduino ne era testimonianza. Disse queste cose rivolto a tutti, poi continuò, abbassando la voce, rivolto a Silvio. Gli altri compresero che si stava entrando nel territorio delle confidenze tra amici, e si fecero come da parte, nell’atteggiamento del non ascoltare nonostante la contiguità. Disse di un brutto incidente occorsogli alcuni anni prima e di cui Silvio non poteva sapere nulla perché da tempo impegnati in cantieri diversi. Dopo un breve periodo di vacanza a casa, era stato di nuovo chiamato dall’impresa, che era tornata dalla Libia, dove aveva portato a termine la costruzione della Balbia, la litoranea voluta dal governatore Italo Balbo, di cui portava il nome. I compagni di lavoro gli raccontavano di un’impresa ciclopica, una strada lunga quasi duemila chilometri, da Tripoli all’Egitto. Turni di lavoro di dieci ore, riuscendo a fare ogni giorno un tratto di venti chilometri. Dunque terminata a tempi record. L’impresa, tornata in Italia, doveva andare a Taranto per lavori al porto, e lui era chiamato a far parte delle maestranze. Si trovò nel posto e nel momento sbagliato. Era il dicembre del 40. Di notte aereo-siluranti inglesi, partite dalle due portaerei che la Royal Navy aveva nel Mediterraneo, entrarono nel “mar piccolo” dove era alla rada la flotta italiana. Affondarono gran parte delle navi alla sonda, assestando un colpo mortale alla marina italiana che era l’unica arma in grado di competere con gli inglesi, e con quell’azione all’inizio della guerra si assicurarono il dominio del Mediterraneo. Nell’incursione furono bombardati anche gli alloggi delle maestranze e lui rimase ferito gravemente. Gli ci vollero alcuni mesi di interventi e cure, alla fine guarì, ma fu dichiarato inidoneo al lavoro. Ebbe una pensione di guerra. Con quel supporto, dando fondo ai risparmi, aveva acquistato un casolare con un po’ di terra intorno a Campello sul Clitunno e vi si era trasferito con la famiglia. Da muratore a contadino con l’aiuto di quelli di casa, moglie e figli. Era contento, nonostante la salute compromessa. Le sere d’estate dopo il lavoro, si riposava seduto nell’aia davanti casa, in lontananza sull’orizzonte si innalzava la Rocca, gli pareva quasi di poterla toccare, nonostante la lontananza. Pensava in quei momenti che aveva trovato un buon posto dove vivere e morire: la famiglia accanto, Spoleto della giovinezza a un passo, nella mente e nel cuore i posti del lavoro in giro per il mondo. Ed ora quell’incontro con Silvio li aveva di nuovo resi presenti e vivi. Poi chiese di lui, di loro. Informato di tutto, rimase in silenzio per un po’. Poi disse: “vi porto io sino a Campello. Dopo si vedrà. “Uscirono dalla locanda e si diressero, con Arduino davanti che tracciava il percorso tra banchi e persone, verso un angolo del piazzale un po’ discosto, dove era fermo un autocarro malandato, forse un Fiat 626, magari reduce da qualche campo di battaglia, abbandonato in una caserma dismessa. Aveva pensato questo al momento dell’acquisto del casolare, Arduino, quando se l’era ritrovato in mezzo all’aia e il vecchio proprietario, assente da tempo da quella proprietà, non aveva saputo dire il perché, il come e il quando di quella presenza. Chi sa che storia c’era dietro quell’automezzo, ma poi non era così importante. Comunque era stata una benedizione, ché se pur malandato permetteva gli spostamenti, soprattutto al mercato di Spoleto, dove Arduino doveva recarsi spesso per i suoi commerci, la vendita dei prodotti della terra, l’acquisto di mezzi e strumenti agricoli. Un arnese che lui era riuscito a riparare e ora bastevole per la funzione che doveva svolgere. I due amici salirono davanti, nella cabina di guida, dietro sul cassone si sistemarono Zeno e Davide. Verso Campello sul Clitunno Prima, seconda, terza marcia, l’autocarro rumorosamente prese a percorrere la Flaminia in direzione di Campello, andatura tranquilla, sui cinquanta km/h. Il motore rabberciato non consentiva di più e d’altra parte i discorsi e i ricordi avevano ripreso forza dentro l’intimità dell’abitacolo, e a tutto pensavano meno che a spingere il camion al massimo, o ad essere vigili in modo di non dare troppo nell’occhio e così evitare, per quanto possibile, brutti incontri. Se ne avvidero i due, dietro sul cassone, e Zeno prese a bussare sul tettino. Silvio si affacciò dal finestrino a chiedere spiegazioni, loro dissero e lui capì. Scossosi dalle narrazioni disse all’amico delle loro preoccupazioni. Nel frattempo sulla strada era aumentato il traffico di mezzi e persone e in lontananza si intravedeva la sagoma di camion militari. “Non c’è problema” rispose Arduino “qui è pieno di strade bianche di campagna e molte vanno verso Campello. Ecco giriamo lì! “L’autocarro svoltò a sinistra e percorsi un centinaio di metri si trovò davanti un passaggio a livello con le sbarre alzate che permise il passaggio sui binari della ferrovia Roma-Ancona. Superata quella, si ritrovarono in mezzo alla campagna. Campi coltivati intorno, a perdita d’occhio. Guardando verso nord-ovest dove la campagna si estendeva, non si riusciva a vederne la fine. Ai due lati si innalzavano i rilievi montuosi. Tra questi si cominciava ad intravedere la gobba massiccia del Subasio. Un sole caldo illuminava il mondo, la luce che irradiava su di esso assumeva i colori del marrone e del verde. Veniva dagli alberi a foglia caduca e da quelli sempreverdi, raccolti nei boschi o isolati nella campagna e sui monti intorno. Era una bella giornata d’Autunno che regalava agli uomini un sollievo dal male che imperversava nel mondo. Ma in quel momento e lì, dava una pausa. L’autocarro procedeva lentamente godendo anch’esso del paesaggio, senza l’ambascia di incontri indesiderati. Quelli e il male di cui anch’essi erano espressione, erano confinati lungo quel tratto di Flaminia che avevano lasciato. Così pensava il camioncino e allegramente trottava verso casa. A destra, in parte sulla pianura, in parte aggrappato sul primo dei rilievi prospicenti, appariva il paese di Eggi. Più oltre, arroccato sul fianco della montagna, il paese di Campello alto. Entrambi cinti di mura. Era tutto quel territorio, proprietà dei conti di Campello, incluse le fonti del Clitunno, celebrate dai poeti. Feudo antico Campello, dipendente da sempre dalla vicina Spoleto. La sua origine si faceva risalire ai longobardi, ad opera di tal Rovero di Champeaux, che prima dell’anno mille arrivò in Italia al seguito di Guido, duca di Spoleto. Con alterne vicende la signoria e poi la proprietà era rimasta ai discendenti sino ai nostri giorni. L’autocarro procedeva nella campagna, avvicinandosi sempre più alla linea che segnava a nord-est il confine tra la pianura e la catena montuosa sovrastante. In un punto di quella linea erano le sorgenti del Clitunno, ed in prossimità di quelle stavano andando, dov’era il casolare di Arduino. Tutto il territorio che stavano percorrendo era parte del Comune di Campello, anche se della rocca situata in alto, sul fianco della montagna erano rimasti solo gli edifici, perché gran parte della gente e delle attività connesse si erano spostate in pianura. Dunque la rocca quasi deserta, con il Municipio, la chiesa parrocchiale, dove si conservava una preziosa reliquia della Santa Croce, spostate a mezza costa nella frazione di La Bianca. E poi da basso le altre frazioni di Pissignano, La Perla, e verso la montagna i paesi, una volta castelli, di Acera, Agliano, Spina, Pettino. Nomi e abitati sconosciuti se non fosse stato per la contiguità con le Fonti del Clitunno. Il fiume nasceva dall’emergere dalla terra di polle d’acqua che riempivano un invaso pianeggiante da cui l’acqua si riversava nell’alveo del fiume che lì prendeva origine. Il console Flaminio aveva pensato di tracciare la strada a ridosso della sorgente. L’amenità del luogo e la risorsa idrica non dovevano essere state ininfluenti nella scelta. Le fonti erano state celebrate nei secoli da viaggiatori famosi e poeti, da ultimo il Carducci, del quale si ricordano i versi appresi sui banchi di scuola. Saranno apparse come un miraggio al grande Giosuè, in viaggio in Umbria verso Città di Castello. Ed ebbe a scrivere di quel viaggio e delle Fonti in particolare. Ma già prima, queste erano ammirate e celebrate dai ricchi e nobili romani che arrivavano lì percorrendo la Flaminia, e, lasciatala, si imbarcavano e si facevano trascinare dalle acque del Clitunno sino a Mevania, l’odierna Bevagna dove il fiume termina, unendosi al Teverone. Da lì le acque saranno chiamate Timia, Topino, Chiascio, sino a gettarsi nel Tevere ai piedi di Perugia. E nel loro fluire rendono florida e fertile la campagna umbra, affiorata dove una volta era un grande lago, del quale la ricchezza di acque del sottosuolo sono ancora testimonianza. Si imbarcavano i ricchi romani e lietamente intrecciavano ghirlande e recitavano odi, ma con loro, anche meno aulici imprenditori agricoli, che annualmente confluivano, da lì e da ogni dove del vasto impero, all’annuale fiera bovina della razza chianina che si teneva a Mevania, come ci racconta Lucio Giunio Columella nel suo De Agricultura. Procedevano verso la meta e Silvio aveva messo in pausa il cervello. Nel piccolo abitacolo, spalla a spalla con il vecchio amico, si sentiva liberato dalle incombenze che la realtà proponeva. Il pensiero andava al cantiere abbandonato, si perdeva negli ampi spazi della campagna romana, nell’aria pesante e torrida delle vaste distese assolate, volte verso il mare da presso, quasi a cercare un impossibile refrigerio. E così anche gli altri due sembravano partecipi di quella condizione di vacanza mentale. Davide sognava Lisa, Zeno la sua Regina e quel figlioletto che aveva visto così poco tra cantieri e guerre. Ormai aveva quattro anni, fremeva di gioia al pensiero che si sarebbe sentito chiamare babbo. Della guerra lì per fortuna non c’era traccia, forse in lontananza, verso Foligno si sentivano arrivare rumori che…Ma non vollero pensarci. Il casolare era in prossimità del Clitunno a non più di un chilometro di distanza dalle fonti. Vi arrivarono che il sole alto nel cielo, raccontava la fine del mattino e l’inizio del pomeriggio, tra l’ora sesta e la nona dei chierici. Si fermarono nell’aia e scesero dall’autocarro, che con un ultimo singulto smise di gracchiare e si ammutolì esausto, accanto al covone di paglia, in prossimità dello stagno delle papere. Non c’era nessuno in casa, moglie e figli probabilmente nei campi o per altre incombenze. Arduino, data l’ora, pensò che era il caso di portarli a mangiare, e visto che non c’era nessuno in casa, che sarebbe stato un buon posto la locanda-trattoria a ridosso delle Fonti, sulle quali si affacciava con una veranda. Lì sarebbero stati non visibili dalla strada che passava accanto. S’incamminarono a piedi lungo la riva del Clitunno, a ridosso di filari di pioppi e salici. Sull’acqua si estendeva una coperta d foglie che cadevano dagli alberi, e sotto, il fiume correva veloce mandando bagliori intermittenti. Incontrarono anziani intenti a pescare con l’amo e la bilancia. Cibo prezioso in tempi di magra, proteine nobili, mattoni per la resistenza del corpo e la speranza dell’anima. Fatte alcune centinaia di metri, arrivarono. Davide ebbe un moto di entusiasmo a vedere il laghetto da cui prendeva origine il fiume. Era una radura coperta d’acqua, che fuoriusciva dal terreno in prossimità della Flaminia. Se ne vedeva l’emersione dalla presenza di polle che facevano salienza sulla superficie. Grandi pioppi cinerini e salici emergevano da isolotti sparsi nella distesa liquida. Un ambiente ombroso con cigni e papere che navigavano pigramente nell’acqua. Il tutto suggeriva pensieri e stati d’animo di armonia e pace. Si comprendeva l’incanto che generava in animi sensibili e nei poeti, che da sempre lo avevano celebrato. Zeno e Silvio conoscevano quel luogo, più volte vi erano passati accanto, nel loro trascorrere la consolare per raggiungere i cantieri del lavoro. Però non si erano mai fermati, non erano viaggi da turisti i loro e d’altra parte in quel tempo non lo erano per nessuno. Ed ora dinanzi alla meraviglia di Davide che si espresse in parole entusiaste, anche loro parteciparono all’emozione, ma con la moderazione che si addice a chi ha altre priorità nella vita. Così era per Silvio, pensava che le emozioni e i trasalimenti estetici erano per coloro che non avevano da combattere la battaglia della sopravvivenza. Ma nonostante questo valesse anche per Zeno, in lui le parole di Davide trovavano una rispondenza, un eco. Era una parte di sé che girava a quel modo. Ne aveva coscienza anche nello svolgersi del proprio lavoro. Gli accadeva che, al di là dei canoni stabiliti con i quali tirare su un muro o far girare una volta, sentiva la necessità, la voglia di andare oltre, di metterci del suo, qualcosa di nuovo. Era dar corpo con la pietra o i mattoni a sentimenti ed emozioni. Variazioni nella disposizione del materiale, decori, profondità delle lesene sulle facciate, variazioni delle coperture, altro. Raccontavano l’anima dell’artigiano che dava vita alle cose, le affrancava dalla loro dimensione di necessità. Nella trattoria alle fonti del Clitunno L’oste era naturalmente un amico di Arduino, gli altri lo capirono dalla familiarità affettuosa con cui li accolse. Si sedettero sul tavolo che preparò loro sul piccolo terrazzino che dava sull’acqua. Si sentirono a disagio, non erano turisti, erano in viaggio per raggiungere casa, con tratti di clandestinità, quel pranzo in quella località amena era fuori posto. Però non potevano essere scortesi con il ritrovato amico di Silvio. Pensarono che dovevano trovare il modo per non farla durare più del dovuto la sosta. Quel giorno l’oste aveva preparato polenta con salsicce e un dolce fatto con farina di castagne che chiamavano il castagnaccio. Portò tutto, insieme ad una caraffa di vino rosso locale. Presero a mangiare quel ben di Dio inaspettato, non avevano messo in conto una cosa del genere all’inizio del viaggio. La gavetta dei soldati e dei muratori era stato il loro orizzonte alimentare, e ora lì in quell’ambiente, con lo sciabordio dell’acqua sotto di loro, provocato dal moto dalle zampe delle anatre che, per antico costume, nel vedere la terrazza occupata da umani intenti a banchettare, si facevano sotto per reclamare democraticamente una parte del cibo. Si, Arduino aveva proprio esagerato a portarli in quel posto. Lui si avvide del loro stato d’animo e per mitigare la cosa disse ridendo: “che vi credete? Questo pranzo oggi qui è un’eccezione fortuita, perché non abbiamo trovato in casa mia moglie Rosa, ché altrimenti il pasto vi sarebbe costato alcune ore di lavoro nei campi”. Rise ma tanto bastò a rendere l’atmosfera meno ingessata. Parole ancora tra loro, di un tempo che volgeva al termine e preludeva al commiato. Da dove erano, la strada accanto era al di fuori della vista, ma si sentiva il transito discreto di mezzi e persone. Qualcuno entrò nella locanda, per un ristoro, un boccone, un bicchiere e via. Nessun altro oltre loro a desinare comodamente seduti. Arduino, rivolto a Silvio, ragionò sul modo migliore per riprendere il viaggio. Campello aveva una stazione ferroviaria, ma secondaria, ci si fermavano pochi treni, soprattutto merci. Per quelli per viaggiatori si trattava di mettersi ad aspettare, anche ore. Poi gli venne in mente che lì accanto, a circa un chilometro, nel paese di Pissignano, si teneva quel giorno come ogni mese, un mercatino. Un tempo, appuntamento frequentato da tanta gente della vallata intorno e delle città fino a Perugia. Ora ridottosi molto per la guerra, ma comunque presente. Esponevano la merce, gente locale ma anche di fuori, forse non sarebbe stato difficile trovare un passaggio alla volta di Foligno su uno dei camioncini con cui quelli portavano la mercanzia, alcuni anche dalle Marche. Probabilmente a breve quell’appuntamento mensile si sarebbe interrotto per gli sviluppi della guerra sul suolo nazionale, ma intanto per quel mese ancora c’era. Saluti, promesse di non perdersi tra Silvio e Arduino e andarono. Davide gettò un ultimo sguardo a quel luogo incantato, uno stato d’animo di languore lo pervase, un’emozione forte che cercava un riferimento, una condivisione. Arrivò, con l’immagine fugace della ragazza del casolare. L’aveva intravista solo un attimo dietro i vetri della finestra, prima che si ritraesse nel buio della camera, ne sentiva ancora il sapore delle labbra sulle sue. Era bastato per risentirla ora accanto a sé. Si vide nel tepore di una sera d’estate, scendere con lei dalla scaletta che conduceva alla barca, ormeggiata sotto la locanda. Da lì, remando, su un isolotto poco prima del termine del lago e l’inizio del fiume, sotto le fronde di un salice. Tenerezze, parole, trasalimenti, per poi, dopo un tempo infinito, tornare. Ma la barca non ne volle sapere e prese a seguire il corso del Clitunno, per non tornare indietro, per non far finire il sogno. Si scosse e si chiese quasi con rabbia cosa fosse quella fantasia assurda che gli era piombata addosso! Che c’entrava dopo l’incontro notturno con Lisa? Aveva già dimenticato tutto? Non era più vero niente di quanto si era detto? La riflessione gli rovinò l’emozione nella quale era in procinto di crogiolarsi per gli attimi che sarebbero intercorsi prima di riprendere il viaggio: “era bene così” si disse. Doveva cancellare quel pensiero! Però pervicacemente l’immagine della ragazza tornava. Non era dunque vero che l’incontro di Strettura lo aveva fatto incamminare sulla strada della maturità? Quella percezione che aveva elaborato di un rapporto d’amore dove la corporeità e l’anima si amalgamavano in qualcosa di nuovo e definitivo, non più emozione di un momento. Quale la molla che faceva scivolare la mente in quelle fantasie puerili? Ancora la tempesta ormonale dell’adolescenza? L’avvenenza della lei di turno? Un gioco, la fugacità dell’incontro, che altro? Impossibile saperlo, ma il non comprendere, aumentava la fascinazione del sogno. Forse le cose comprese, svelate, entrando nel dominio della ragione, diventano qualcosa di definito, di immutabile. Quella fantasia, le fantasie, appartengono all’indefinito, al possibile, mai raggiungibile: per questo ci seducono. Diventiamo grandi, maturi, responsabili. Facciamo incontri e scelte costruttive, sapienziali, ma rimane la voglia di perdersi nell’indefinito, nel caso, sino alla rovina.
Pissignano era lì accanto, nemmeno un chilometro. Ai lati della strada, camioncini e carri, da cui i commercianti avevano tirato giù la mercanzia. Pochi i mezzi di trasporto e scarsa la mercanzia, i tempi non prevedevano grande concorso di gente. Era già un miracolo che si potesse continuare ad aprire il mercato. Dunque gente, non molta, a girare davanti all’offerta di cose e attrezzi per la campagna, scale, zappe, falci, segacci, fiscoli per il trattamento delle olive. Era stagione di raccolta dei frutti e di lavoro sulla terra prima del riposo invernale. Esposte anche cianfrusaglie varie, qualche capo di abbigliamento usato e riciclato, qualche derrata alimentare. Una pattuglia di carabinieri, tre in tutto, giravano tra i banchi per controllare ed esigere la tassa che il comune metteva per l’occupazione del suolo. Era una funzione che avevano sempre svolto i vigili urbani, ma di costoro non c’era più traccia, forse arruolati nei vari fronti di guerra. Per l’ordine pubblico e altre funzioni rimanevano i carabinieri, l’unico presidio certo nel volgere degli avvenimenti della storia. I nostri,discreti, guardinghi, giravano, per individuare dal dialetto e dalle targhe, il mezzo che verosimilmente, a fiera finita, si sarebbe diretto verso Foligno. Sembrò loro di averlo individuato in un autocarro con targa MC che stava per Macerata, la provincia marchigiana, il cui territorio confinava con la zona montana di Foligno. D’altra parte il commerciante, nel parlare con i rari clienti, pronunciava l’immancabile g al posto della c di quel dialetto. Era anche solo, se avesse acconsentito, ci sarebbero entrati tutti nel camioncino. Rinfrancati dalla possibilità di un passaggio per andare avanti nel viaggio, contenti e pieni di speranza nell’assenso del commerciante alla loro richiesta, aspettavano il momento opportuno per poterci parlare, magari dopo avergli acquistato qualcosa.
D’improvviso si sentì un rumore di scarponi che impetuosamente scendevano dalla montagna soprastante,incombente sul paese. Il rumore dei passi si accompagnò al crescendo di un vociare come di gente che si dava la carica per la cosa che si accingevano a compiere. Comparvero una ventina di uomini con le armi in pugno. Costoro,rivoltiaicarabinieri, intimarono loro di deporre le armi e consegnarle. Uno di questi abbozzò la mossa di sfilare il moschetto dalla spalla per imbracciarlo contro coloro che apparivano banditi, così una circolare delle autorità aveva definito i gruppi di uomini che si andavano raccogliendo sulle montagne, nelle settimane successive all’armistizio. Erano renitenti alla leva, reduci e sbandati dai fronti di guerra, impossibilitati a tornare a casa, c’erano appartenenti ai partiti anti-regime che passavano alla lotta armata, oltre a idealisti e avventurieri sedotti dal desiderio di esserci nella rivoluzione sociale e politica che si annunciava. Su quelle montagne, in particolare nel folignate c’erano anche slavi, fuggiti dai campi di concentramento di Colfiorito dopo l’otto settembre, più usi alle armi e alle azioni di guerra, con tratti di giustizia sommaria negli scontri a loro favore. Ma queste cose si sarebbero viste nei mesi successivi, per intanto era un procacciarsi le armi, magari con assalti alle stazioni dei carabinieri, per poi nascondersi in montagna in attesa del coordinamento da parte del comitato nazionale di liberazione, che si era formato dopo l’otto settembre, in sinergia con il governo monarchico di Badoglio e con gli alleati. Movimento per una lotta armata contro i tedeschi e le forze armate della Repubblica di Salò. Nell’ambito del conflitto mondiale scoppiava così anche la guerra civile in Italia tra opposte fazioni, nel solco della tradizione nazionale. Uno dei carabinieri dunque, prendendo il moschetto che teneva sulla spalla, abbozzò un tentativo di reazione, subito abortito per la determinazione di uno di quelli. Colui, che appariva il capo del gruppo, sparò in alto come intimidazione e il carabiniere desistette. Furono circondati, spogliati delle armi e accompagnati nella vicina caserma per prelevare munizioni e altre armi se le avessero trovate. La gente e i nostri rimasero immobili e non successe niente a nessuno. Solo l’ultimo banco che ospitava tra le cianfrusaglie una testa di Mussolini fu attenzionato con il sequestro dei pochi guadagni della giornata. Poco dopo,si vide la banda riprendere i sentieri della montagna con il bottino. Passato il momento di sorpresa e timore la gente dileguò e i banchi furono ritirati. Il mercato per quella mattina terminava, era prudente per tutti allontanarsi di lì. Chi poteva sapere se sarebbero venuti altri militi per un’azione di rappresaglia? Anche i nostri pensarono di allontanarsi, misero da parte il progetto di un passaggio a bordo di un autocarro. Gli espositori stavano tutti smobilitando, mostravano di aver fretta di andarsene, per il timore di sviluppi pericolosi. Loro andarono verso il fiume che scorreva sotto la strada. Vi si arrivava, scendendo un sentiero che passava nei pressi di un tempietto antico, grande poco più di una cappella, perfetto in ogni sua parte. Si presentava come un tempio romano in miniatura con colonne in stile corinzio. Di fatto un sacello romano trasformato in chiesa nel periodo paleocristiano intorno al V secolo d.C. Il materiale da precedenti costruzioni pagane. Poggiava su un basamento preesistente, sopra al quale era stato eretto un portale, da cui il passaggio alla cella, chiusa dietro dall’abside. Le colonne che formavano il pronao, scanalate e a spirale, sorreggevano la trabeazione e il frontone con, in caratteri quadrati, citazioni del Vangelo. Il Dio cristiano sostituiva il dio Clitunno, nume tutelare del fiume che scorreva in quel tratto di campagna
Il treno alla stazione di Campello
Ma non era il momento, né c’era lo stato d’animo adatto per ammirare l’armonia architettonica del monumento. Però la sacralità del luogo, ad un tempo pagana e cristiana, placò in loro il turbamento causato dal trambusto di prima.Seduti sulle pietre del basamento, con la schiena poggiata alle colonne, ragionarono sulla loro situazione e su quella generale. Si dissero che con il conflitto civile prossimo e il fronte della guerra che l’avanzata alleata stava facendo avvicinare al centro della penisola, nessuno era più al sicuro, né loro in viaggio, né quelli a casa, dei quali infatti avevano avuto notizia che si stessero rifugiando in montagna. Sarebbero aumentate le incursioni aeree e i colpi dell’artiglieria, in preparazione dello scontro frontale delle truppe. E per quanto riguardava l’azione dei partigiani, il comandante in capo delle truppe tedesche, Kesselring, aveva emanato un proclama diretto alla popolazione per dissuadere dall’appoggio ai ribelli. Altrimenti ci sarebbero state rappresaglie come da leggi di guerra. Convennero che d’ora in poi il viaggio doveva essere ancora più prudente. Decisero di rimanere nel tempietto sino al calare delle tenebre e poi di tornare alla stazione di Campello. Arduino aveva parlato di treni merci che facevano sosta lì, poteva essere il mezzo adatto per proseguire. Era ancora giorno ma in quella stagione, il sole tramontava presto, si trattava di aspettare. Oltre Campello il mondo era scuro di nuvole minacciose. Avrebbero fatto cadere acqua di lì a poco, l’aria intrisa di umidità l’annunciava. Ma ad Occidente, verso i monti Martani filtravano tra le nuvole i raggi del sole. Illuminavano le case di Montefalco, il paese che da quel lato dominava la pianura. Ci andava Federico bambino, da quando Costanza d’Altavilla aveva deciso di fargli trascorrere la fanciullezza a Foligno, per preservarlo dalle insidie della corte. E furono scorribande del futuro imperatore per i vicoli che diramavano da piazza dell’Erba dove abitava in una delle case dei Trinci. E poi su a Montefalco per la caccia con il falco, da cui il nome del paese. L’aver ospitato i giochi di un imperatore spiega come per illustrare la vita di Francesco negli affreschi della cattedrale avessero chiamato il pittore toscano Benozzo Gozzoli e il Perugino, che apparivano un lusso per quella comunità periferica, ma i soli adatti per quella comunità che aveva avuto un ospite tanto illustre.
Fuori del paese intravedevano un grande cantiere. Ne avevano dato notizia i giornali. Si trattava del punto di arrivo di un nuovo acquedotto che prendeva l’acqua dalle sorgenti del fiume Mentore sulla montagna folignate in località Rasiglia, accanto all’antica chiesa di S. Maria delle Grazie, luogo di devozione e fonte di miracoli, da cui il nome della Chiesa. L’acqua prelevata correva giù nei condotti sino alla vallata per poi risalire e raccogliersi in un contenitore sopraelevato a forma di fungo fuori le mura di Montefalco. Da lì scendeva l’acqua, giù lungo la vallata, a rifornire le case e i campi degli uomini, nelle città e nei paesi. Ma gli eventi bellici avevano fermato il cantiere, se ne sarebbe riparlato alla fine del conflitto.
Scendeva a tratti la pioggia, com’è nelle giornate autunnali, loro se ne stavano in silenzio, ognuno come aggrappato alla propria colonna. Un bisogno di riposo, di protezione, di ritorno a Camelot. Quei momenti in cui la mente si libera delle strutture razionali e vaga in un vuoto che prelude ad un disagio che diventerà noia. Se si ha il coraggio di non cedere all’impulso di opporsi, con l’intraprendere qualcosa, qualsiasi, che ci sottragga al vuoto, e che si rivelerebbe ancora più destruente, si perviene ad uno stato di grazia. La nostra individualità è come si sciogliesse nel circostante per vie misteriose che coinvolgono i sensi e ti fanno sentire parte del tutto. È esperienza mistica, religiosa, rimanda al magma primordiale, prima della creazione dei mondi e della vita. Racconta di un nuovo inizio, di energia che non è ancora diventata materia. Per loro, lì, e in quel momento, fu sentirsi acqua del Clitunno, pioggia dal cielo, luce dal sole, nuvole, voce degli uccelli del lago, un tutto in cui dissolversi, per riconoscersi, per ritrovare l’energia primordiale che si solidificherà nella materia transeunte, destinata a morire.
Arrivò l’ora di muoversi. Il sole era calato dietro i monti Martani, la penombra stava coprendo la valle. A breve sarebbe subentrato un buio pesto per le nuvole che coprivano il cielo e la luna, per le luci oscurate delle case al fine di mimetizzarsi ed evitare di essere bersagli dei bombardieri nelle loro missioni di morte. In tutto c’era da percorrere un chilometro, lungo un sentiero zizzagante tra la strada subito sopra, e il fiume al di sotto. Come ovunque, i romani costruttori di strade, se il luogo consentiva, posizionavano le stesse a ridosso dei rilievi circostanti, così da renderle più stabili, permettere alla pioggia di scivolare via, e facilitarne la manutenzione. Anche lì era così. Giunsero alla meta, una fioca luce posta sopra l’ingresso del casotto da dove l’addetto regolava il movimento dei treni, illuminava la scritta: Stazione di Campello. Tutto era silenzio ed immobilità. Erano giunti lì per trovare un treno merci. Lo aveva suggerito Arduino come alternativa ad altre occasioni di trasporto. “I treni merci viaggiano di notte” aveva detto. E aveva spiegato che era così per non ostacolare il traffico dei treni passeggeri durante il giorno. Forse era anche per ragioni di sicurezza: magari trasportavano armi o altro materiale che gli aerei alleati potevano giudicare meritevoli di attenzione. Dunque il movimento notturno dei vagoni merci si riteneva più sicuro, con l’intervallo di frequenti soste nelle stazioni che servivano a minimizzare il rischio di diventare facile bersaglio, a causa delle nuvole bianche di vapore emesse dalle locomotive in marcia nel buio della notte. Misure di difesa che si erano intensificate nelle ultime settimane da quando gli aerei alleati avevano preso a bombardare con più intensità il territorio della neonata repubblica fascista controllata dagli alleati tedeschi. L’attesa non fu lunga, dalla parte di Spoleto si approssimarono alternanti folate di vapore bianco, via via più vicine. Sibili come singhiozzi accompagnavano i getti di vapore, erano parole di una lingua incomprensibile che la locomotiva lanciava alle stelle, oltre le nuvole, nello spazio siderale dove è cominciato tutto. Da lì è arrivato quanto è accaduto, accade, e per un tempo accadrà ancora, sulla sottile striscia di terra che chiamiamo crosta terrestre. Il destino di annientamento che ghermisce ogni cosa nell’universo mondo, e che l’uomo cerca disperatamente di eludere, lanciando l’anima verso il cielo, accomuna anche le creature inorganiche create dall’uomo. Quella sera la locomotiva sembrava averne coscienza con quel rivolgersi al cielo con la cosa che più aveva dell’anima dell’uomo: quegli sbuffi di vapore lanciati in alto, accompagnati da sibili, che erano preghiere rivolte all’assoluto mistero. Il suo corpaccione di ferro non aveva scampo. Prima e più di tutto il resto, la gravità lo avrebbe attratto verso l’inferno di fuoco che brucia sotto di noi. E a quell’ineludibile forza satanica cerchiamo tutti di opporci guardando il cielo, da cui siamo formati, da dove veniamo. In questa lotta, in questa aspirazione disperante di ritorno, nella consapevolezza dell’inarrestabile scomparsa nel mondo inorganico, sta il nostro destino e la nostra grandezza. Il treno rallentò progressivamente sino a fermarsi. Anche gli sbuffi e i rumori sibilanti della locomotiva si attenuarono sino a scomparire. I dieci vagoni che lo costituivano andarono ad occupare un binario laterale che un ferroviere uscito dal casotto si era preoccupato di aprire, muovendo a forza con le due mani una grossa asta di ferro. A manovra avvenuta, lo scambio era stato richiuso, lasciando libero transito sul binario principale ad altri eventuali treni. Nel buio della notte intravidero scendere dalla locomotiva il macchinista e il suo aiutante, ne seguirono il movimento in direzione del casotto, sino al tratto illuminato nei pressi dell’ingresso. La luce della lampada ne mostrò il volto sporco di carbone. Non conoscevano, i nostri, i tempi della sosta, ma di sosta doveva trattarsi. Non c’era niente intorno da dover caricare su quei vagoni, né nulla da scaricare che fosse di necessità per quelle minime comunità che abitavano la zona. La cosa li tranquillizzava, si trattava di trovare il modo di salire sul treno ed aspettare pazientemente sino a quando si fosse rimesso in movimento. Presero ad esplorare i vagoni dal lato che dava sulla campagna, il lato opposto a quello che guardava alla stazione. Così, non visti, ebbero agio di controllare attentamente le singole vetture, ma tutte si mostrarono inaccessibili, chiusi gli sportelloni e senza finestre. Anche se fossero riusciti a forzare l’entrata, probabilmente avrebbero trovato merci che occupavano tutto lo spazio, poi e soprattutto ebbero repulsione al pensiero di quel posto al buio pesto per la mancanza di qualsiasi presa di luce. Così almeno appariva dall’esterno. Arrivarono all’ultimo vagone e notarono che questo a differenza degli altri, terminava con un accessorio al modo di un bambino che si aggrappa al genitore, un’appendice in legno, sorta di garitta cui si accedeva tramite una scaletta laterale. Davide vi salì, raggiunse una porta che dava accesso ad un vano con una panca-sedile solidarizzata alla parete posteriore, da cui si poteva guardare fuori a 180 gradi, attraverso due aperture sulle pareti laterali e una su quella anteriore. Il tutto in dimensioni ridotte. Salirono anche gli altri e constatarono che riuscivano a starci in tre, seduti sulla panca, magari un po’ stretti. Scesero ma la decisione era presa, sarebbero rimasti ad aspettare i segni di una prossima partenza a cui avrebbero fatto seguire l’occupazione della garitta.
Sulla garitta del treno merci.
Seduti sul rialzo erboso del terreno che delimitava da un lato i binari, e dall’altro la palizzata fenestrata in cemento, del tipo di quelle che ancora oggi residuano per lunghi tratti nelle stazioni d’Italia, aspettarono. La terra era umida per la pioggia del pomeriggio, speravano in cuor loro di non dover passare tutta la notte sul terreno. “Forse è meglio che saliamo sulla garitta!” si dissero, ma Silvio rifletté che fuori avrebbero avuto più facilità di movimento in caso di imprevisti. Così stesero i pastrani sull’erba e consumarono una parte del cibo che il padrone della locanda, su nascosto invito di Arduino, aveva preparato per il viaggio. Mangiarono in silenzio e un’atmosfera di malinconia scese su di loro. Il pensiero di casa, della famiglia d’origine e della nuova che avevano formato, per Zeno e Silvio contigue, ed ora conviventi per via della guerra, evocava l’immagine ansiosa dei cari in attesa di riabbracciarli. Per Davide, separato forse per sempre, evocava l’immagine dei genitori nel porto di Rodi, mentre la nave lo allontanava da loro, la mano del padre agitata in aria nel saluto augurale, le mani giunte della madre nel gesto di una preghiera. La malinconia come un velo aleggiava sulla loro coscienza e li univa in comunione con quelli che li pensavano e da tutti si affacciava dal profondo, prepotente, una muta preghiera a Chi tutto poteva, perché fossero salvi, protetti da ogni avversità. Per alcuni il distacco da casa è una necessità, di lavoro come per Zeno e Silvio, o per fuggire un pericolo come per Davide, per altri è un desiderio di libertà, di affrancamento dalla famiglia, un correre dietro i miti e le suggestioni giovanili, ed è per tutti strappo doloroso, violento a volte. Ma il mondo e le persone lasciate non svaniscono, rimangono in chi se ne va, traccia sottile o pregnante a seconda delle disposizioni degli individui. Nel viaggio della vita costoro creano altri legami con nuovi mondi e persone e se si fermano è per stanchezza, per mete sempre più nebbiose da raggiungere. Quando dopo l’ultima sosta avranno timore di perdersi, affacciati ad un vuoto di disperazione, se avranno ancora tempo, si fermeranno infine e ritraendosi dal baratro, volgeranno gli occhi indietro come a cercare il padre che non aveva mai perso la speranza del ritorno. E sarà un’ultima possibilità, o una luce che li accompagnerà nell’ultimo tragitto. Partire e tornare disegna un itinerario che in vario modo tutti percorriamo e tra coloro che non intraprendono il viaggio e coloro che si allontanano magari sino alla rovina, emblemi assoluti della passività colpevole o della virtù eroica, c’è la molteplicità dei qualunque che in modi diversi recitano la parte che il destino ha assegnato loro. Gli avventurosi vanno avanti, distruggono e ricreano sino alla fine. Alcuni ritornano. Silvio sentiva che il lavoro all’expo 42 non sarebbe ripreso per il momento, e forse mai. Tutto sarebbe andato in rovina, macerie di quella grande impresa che aveva tirato su monumenti e cattedrali nella campagna romana. Avrebbero voluto celebrare la gloria della nuova Roma, ma il sogno era svanito. Rimanevano statue e marmi abbandonati sul terreno, già ricoperti da erbacce, in parte sottratte dagli sciacalli di turno che vengono fuori dagli anfratti delle loro miserie non appena avvertono un odore di abbandono e di morte. Il paese dopo la guerra, pensava Silvio, sarebbe andato da un’altra parte, sconfitti gli anacronistici disegni imperiali di una rigenerata romanità, avrebbe guardato ai bisogni elementari delle persone. Ci sarebbe stato bisogno di tutto, di nuove case al posto di quelle distrutte dai bombardamenti, di lavoro, di industria da ricostruire, di agricoltura da modernizzare, di denaro da trovare. Nuovi riferimenti e alleanze internazionali, probabilmente con i nemici di ieri, con i quali da alcune settimane eravamo diventati alleati. Forse sarebbe ripreso il confronto dei socialisti e popolari con i liberali, interrotto bruscamente con la marcia su Roma e la decisione del re di dare a Mussolini il governo della nazione. Che ne sarebbe stato di tutti i fascisti, maggioranza del paese, a giudicare dalle folle oceaniche alle manifestazioni del regime e dal consenso alla dittatura che si era andato consolidando negli anni? Non nutriva dubbi, il popolo si sarebbe riciclato, o per riconquistato spirito democratico, o per la meno nobile necessità pratica di sopravvivenza. Gli entusiasti adoratori del duce lo avrebbero sconfessato e se possibile lapidato. Ma più del popolo, la classe dominante degli aristocratici monarchici e dei ricchi borghesi liberali, contigui al potere e che erano stati i fiancheggiatori, se non gli artefici del fascismo. Questi avrebbero aderito al nuovo corso, rivendicando una verginità farlocca, ma sbandierata come adamantina. Silvio percepiva che tutto questo non lo avrebbe riguardato, era stanco, sentiva che il lavoro di tutta una vita stava terminando con il cantiere interrotto dell’EUR. Era ora di tornare al paese. La sua famiglia e quella più grande dei Paci aveva bisogno di lui. Il padre Attilio era vecchio, non aveva più molto da vivere, occorreva qualcuno che lo sostituisse, non poteva che essere lui. Si vedeva, le sere d’estate, seduto sulle sedie, che come per incanto uscivano dai portoni dello stradone, come risposta ad un appuntamento di sempre. Gli uomini Paci, Aleandri, Parbuoni, e quelli delle altre famiglie sigillane che abitavano lì. A parlare del tempo, della giornata trascorsa, di politica, socialisti i più. Ancora lontana l’immigrazione massiccia dalle campagne bagnate dal fiume Chiascio e dai paesi del territorio eugubino, braccianti e contadini, da subito adepti del partito comunista che avrebbero fatto un loro quartiere fuori dal centro storico del paese, quasi a rimarcare la separazione. In quelle sere d’estate, nella calma e serenità dell’età, della consapevolezza del dovere compiuto, Silvio avrebbe rivisto come fantasmi della mente, i volti e i gesti degli architetti che nella campagna romana disegnavano nell’aria il sogno della nuova Roma che si accingevano a costruire e sarebbero state le sue mani, le mani dei suoi, di Zeno tra gli altri, che avrebbero materializzati quei sogni. Quelle frequentazioni gli avevano fatto intravedere un mondo, oltre i bisogni quotidiani del vivere. Fantasie, desideri, che si proiettavano lontano. Avevano a che fare con gli studi e le conoscenze di quegli uomini colti, nel tentativo di renderli fatti, realtà storica. Un altro modo di concepire la vita, oltre il presente, a rincorrere l’idea, conquistarla, perché fosse acquisizione di un uomo nuovo. In fondo era così anche per l’idea socialista, la lettura marxista della società industriale, del lavoro operaio, delle classi, fuori dalle dissertazioni accademiche, nella visione dello sfruttamento proletario, si era fatta carne, da cui la necessità di un’azione politica rivoluzionare atta a sovvertire l’ordine costituito, causa dello sfruttamento. Ma nel suo operare l’idea dimostrava una assolutezza coercitiva e violenta nei confronti degli individui, delle persone, che erano altra cosa dall’anonimato della massa. Sarebbe accaduto in Russia dove l’idea diventata assoluta avrebbe creato un regime iniquo ed oppressivo. Il cielo era tornato sereno, si alzarono e si mossero per scrollarsi di dosso l’umidità che la pioggia caduta aveva sparso nell’aria e nel terreno dove erano seduti. Dalla locomotiva usciva ancora fumo, segno di un fuoco non spento, in attesa di essere incrementato per rimettere in movimento gli ingranaggi che avrebbero comandato il movimento delle ruote. Tutto questo accadeva in ottemperanza alle leggi della termodinamica. Non si conoscevano quando le prime locomotive si misero in movimento, furono quelle macchine sbuffanti vapore a stimolarne lo studio e la scoperta, che avrebbe portato alle automobili di oggi e molto altro. Si aprì la porta del casotto e i due ferrovieri che vi erano entrati circa un’ora prima, ne uscirono e si diressero verso il treno. “Si riparte” si dissero i tre e precipitosamente salirono sulla garitta. Nel mezzo del sedile misero Davide che era il più magro e cosi avviluppati, ma non tanto scomodi da non godere il conforto di quella piccola casa, attesero la partenza. Sentirono parlare i due macchinisti in procinto di salire. Nel silenzio della notte, se pur lontane, arrivarono parole che raccontavano della prossima sosta che sarebbe stata Foligno. Il treno, arrivato alla stazione, avrebbe preso un binario laterale, che dopo un centinaio di metri lo avrebbe portato dentro la grande fabbrica di aerei militari Macchi di via Piave. Una grande fabbrica che impiegava oltre duemila operai, la gran parte maestranze locali e una parte provenienti da Varese sede della fabbrica principale. Producevano su licenza, aerei Marchetti-Savoia e nel periodo di direzione dell’ingegnere Troiani, reduce dalla sfortunata spedizione di Nobile sull’Artico a bordo del dirigibile Italia, a Foligno si produsse il prototipo di un nuovo aereo da caccia, tutto in metallo e armato sulle ali, in grado di competere con gli Spitfire inglesi e i Messerschmitt tedeschi. Ma non ci fu tempo per passare alla produzione. Silvio e Zeno conoscevano la grande fabbrica, per via di loro compagni del paese, che vi lavoravano. Era stata volontà del governo su progetto dell’ingegnere Macchi a volere quella fabbrica, gemella della più grande di Varese, al centro d’Italia, forse con lo scopo di occultarla in una località periferica, e/o anche per incrementare la trasformazione industriale dell’Umbria che oltre Terni era ancora regione ad economia prevalentemente agricola. Dallo sbarco in Sicilia in poi, i bombardamenti aerei degli alleati si erano andati intensificando, e ora che il re e Badoglio avevano dato vita ad un governo alleato ai passati nemici e contro l’alleato di ieri, si temeva il peggio, ovunque nelle città d’Italia. Le fortezze volanti cominciavano ad alzarsi in volo dagli aeroporti del Sud, con maggiore possibilità di colpire il territorio della repubblica con gli alleati tedeschi. Foligno era ancora parte di quello stato, e come era accaduto già a Terni, ci si aspettava un’incursione anche sulla città con la sua fabbrica aereonautica. In città c’era anche un aeroporto con annessa scuola di volo, vi era sceso con l’aereo da lui pilotato, Mussolini alcuni anni prima, in visita alla città e in particolare alla fabbrica Macchi di via Piave. Aveva fatto una comparsata nel Corso della città fermandosi per un caffè nel Gran Caffè Sassovivo, luogo d’incontro della borghesia cittadina. La passeggiata tra due ali di folla osannante che faceva ala al suo passaggio. Nel locale la tazzina dove aveva bevuto era stata appesa in una specie di bacheca. Chi sa quanto sarebbe durata ancora l’esposizione?
Verso Foligno
La fabbrica Macchi di Foligno rappresentava un bersaglio privilegiato, ancora non era accaduto nulla, ma non sarebbe durato a lungo. Forse il treno invece di portare materiale, andava a prelevarne, per spostarlo a Varese che era più lontana, e magari ancora meno esposta ai bombardamenti. Così dicevano tra loro i nostri. Nel frattempo la locomotiva cominciò a sbuffare e lentamente il treno si mosse, raggiunse la velocità di un procedere tranquillo, quasi a camuffarsi per quanto possibile nella notte intorno. Loro, stretti l’uno a l’altro, avvertivano il calore dei corpi che contrastava l’aria fredda proveniente dalle aperture senza vetri dell’abitacolo. Nel buio vedevano correre a sinistra in direzione di Spoleto, la vasta campagna che trascinava con sé i monti Martani dietro Montefalco; a destra incombevano da presso i contrafforti preappenninici. Su questo lato, dopo una manciata di minuti, apparve la sagoma scura di Trevi. Il paese era adagiato, come intento a scalarlo, su un rilievo collinare. Sì che le prime case erano in pianura e le ultime, sormontate dalla torre civica e dal campanile della cattedrale, in alto sulla sommità della collina. Somigliava ad un albero di Natale, come quello che costruiscono gli eugubini per le feste di fine anno sul monte Ingino, dove sorge il santuario di S. Ubaldo, il loro santo patrono; o come la grande stella che gli abitanti di Papigno approntano per Natale sulla collina in prossimità delle acciaierie di Terni. Entrambi, l’albero di Gubbio e la stella di Papigno, fatti di luci, questo di Trevi di case, che quella sera erano buie per via della guerra, escluse alcune che permettevano di dare un nome a quella macchia scura che appariva ai viaggiatori. Si ricordò Zeno di due commilitoni che aveva incontrato nel breve tempo trascorso in Albania, prima che fosse richiamato in patria per la morte del fratello, erano ufficiali, entrambi di Trevi e appartenenti a due famiglie importanti della cittadina, le più blasonate, forse nobili, non sapeva. Ma quelli parlando tra di loro e con gli altri, raccontavano dei loro palazzi e terre sulla montagna e in pianura che erano patrimonio delle famiglie da tempo immemore. Si chiamavano Bartolini l’uno e Valenti l’altro, e Zeno aveva preso confidenza, quasi amicizia con Francesco il primo dei due. “Chi sa che ne sarà di loro?” pensò “Saranno tornati a casa come stava facendo lui, o incappati in qualcosa di brutto nella campagna di Grecia o dopo con i tedeschi?”. Ignorare la sorte di persone incontrate per caso, ma che ci hanno ispirato un sentimento, un senso di comunione, causa un vuoto, una mancanza che vorremmo colmare con notizie rassicuranti sulla loro sorte, magari per riannodare il rapporto o solo per rispondere a quell’afflato di bene che ci aveva unito, anche se solo per un breve passaggio della vita. Il timore che non ce l’abbiano fatta, accanto al dolore, induce inconfessata, la soddisfazione di averla scampata, di essere sopravvissuti, e nuova energia per proseguire. Pietà per gli altri colpiti dalla sventura e sollievo per la propria salvezza, sentimenti contrastanti, divergenti, ma quanto reali! Non è sempre così, talvolta la prevalenza dell’un sentimento sull’altro può portare al disinteresse esecrabile per la sorte degli altri, o all’opposto all’incapacità di vivere la vita che ci è stata risparmiata, tormentati dal pensiero di chi non ce l’ha fatta, sino al volontario sacrificio della propria. Estremi di una curva gaussiana che illustra bene le condizioni di normalità e di eccessi deplorevoli o virtuosi che legittimano l’aspirazione al giusto mezzo. Il treno andava piano, ma la distanza tra Trevi e Foligno era poca cosa, circa dieci chilometri, così dopo poco tempo apparvero le prime case dell’antica Forum Flamini, la città cui il console costruttore della strada aveva dato il suo nome a perenne ricordo di sé. In questo caso la località con il nome del console segnava il punto di mezzo del percorso, che per la Flaminia era di 210 miglia romane (attuali 310 chilometri) tra Roma e Fano, la Fanum Fortunae di allora. Prima della città sfilarono a destra il paese di S. Eraclio, e a sinistra la pista dell’aeroporto con annessi gli edifici della scuola di volo e gli hangar.
Entrarono nella stazione. La scarsa illuminazione lasciava comunque intravedere una vasta area dove correvano numerosi binari separati da pensiline. Si trattava di un grande nodo ferroviario, con la linea proveniente da Roma che lì si divideva in due tratte, la prima che proseguiva nelle Marche per raggiungere Ancona, la seconda che percorreva la pianura centrale umbra sino a raggiungere Perugia e da lì, lambito il lago Trasimeno, entrava in Toscana per raggiungere Firenze. L’importanza della stazione aveva comportato posti di lavoro per gli abitanti della città, direttamente impiegati come personale a terra o viaggiante e soprattutto assunti nella più grande fabbrica di Foligno, oltre la Macchi, quella che aveva nome di “Grandi officine riparazioni delle ferrovie dello stato”. Sul tratto di Flaminia che, uscita dalla città attraverso Porta Ancona, si impegnava in un lungo tratto rettilineo a lato del quale sorgeva la grande fabbrica ferroviaria, avevano costruito un lungo caseggiato che ospitava gli operai con le loro famiglie, tipo i caseggiati operai a schiera delle città inglesi, e che loro avevano visto anche a Terni in prossimità delle acciaierie. Il treno non si fermò del tutto, continuò un procedere sempre più lento, raggiungendo, per via di scambi inseriti rumorosamente, il binario ultimo verso est che conduceva dentro lo stabilimento aeronautico. C’era un portone in ferro all’ingresso che qualcuno da dentro si incaricò di aprire, costringendo per pochi istanti la locomotiva ad un fermo, che dette ai nostri occasione per scendere dalla garitta. Scesi si ritrovarono sull’ultima pensilina a vedere il treno entrare dentro la fabbrica, perdendosi oltre il grande portone in ferro. Prima che questo venisse richiuso, riuscirono ad intravedere fioche luci che illuminavano un ininterrotto lavoro notturno fatto di fumi e rumori metallici, e in uno spazio aperto, fuori dagli opifici, apparvero alcuni velivoli, pronti per essere trasportati all’aeroporto per la prova del decollo. Poi non si vide più nulla, un clangore metallico perso nel buio della notte, raccontava il lavoro indefesso di mani e intelligenze, chiamate a fornire illusioni di un riscatto militare che appariva tragicamente chimerico. Si ritrovarono soli nella grande stazione, non treni in transito, né persone in attesa, solo una locomotiva vagante tra i binari ad agganciare vagoni che poi spingeva in un binario laterale, raccolti come ad un convivio che sapeva di cessazione di ogni attività, tutti sovrastati e annichiliti da una aura di distruzione e morte che incombeva nell’aria come un’attesa minacciosa. Di lì a poco avrebbe avuto la forma di grossi e sgraziati mostri metallici sempre più grandi e terrificanti nel loro progressivo avvicinarsi alla città. Era già accaduto a Terni, quando sarebbe stata la volta di Foligno? Avrebbero potuto quei piccoli aerei che avevano visto sul piazzale della fabbrica contrastare la missione di guerra dei bombardieri americani? Si mossero lungo l’ultimo binario in direzione di una strada che li attraversava tutti. C’erano due sbarre ai lati che si abbassavano e alzavano in relazione al passaggio dei treni e un casotto dove viveva il casellante con la sua famiglia, addetto a quella funzione. In quel momento le sbarre erano alzate. Raggiunta la strada, abbandonarono la stazione e si ritrovarono in via Piave lungo la quale su un lato correva l’alto muro di cinta della fabbrica, interrotto dopo una decina di metri dall’ingresso per mezzi e maestranze. In prossimità si innalzava una torretta che ospitava la sirena per il cambio dei turni di lavoro, in alto ben visibile la scritta” Credere Obbedire Combattere”. Proseguendo, la strada era contornata sui due lati da case a due piani in stile liberty, ognuna con un giardinetto intorno, che, essendo la strada in salita, suggerivano l’idea di residenze agiate per una borghesia cittadina alla ricerca di aria salubre, discoste dal centro cittadino dove dominava un clima umido e nebbioso d’inverno e caldo d’estate. La presenza del fiume Topino che lambiva le mura della città e con un ramo le attraversava, non aiutava, pur avendo il pregio di essere la piscina all’aperto degli sportivi e la riserva di pesce per le mense della città. Invece le case di via Piave erano immerse in una campagna che iniziava a cedere spazio ai boschi e agli uliveti dei primi rilievi montuosi che avrebbero terminato la loro ascesa nell’altopiano di
Colfiorito. Poi era arrivata la fabbrica, le abitazioni avevano conservato l’impronta gentile ma ne avevano un po’ risentito come salubrità e quiete bucolica. Alcune erano la residenza di tecnici varesotti che lavoravano nella fabbrica, come il motorista Sonzini nella casa al civico 20. Non a caso i nostri avevano preso la strada nella direzione che andava in salita, invece di scendere per ricongiungersi alla Flaminia che avrebbero dovuto tornare a percorrere per proseguire il viaggio. Quel Sonzini era fratello di un geometra, collega di lavoro dei nostri nel cantiere dell’Expo 42 ed entrato presto in amicizia con loro. Quando Silvio gli aveva detto dell’Umbria da cui venivano, il geometra aveva raccontato del fratello che da Varese era stato trasferito nello stabilimento di Foligno. L’ultima volta che si erano visti, il geometra li aveva pregati di passare a trovarlo, fornendo loro l’indirizzo. Da un po’ di tempo non aveva ricevuto sue notizie e oramai anche lui, il geometra, sarebbe tornato a Varese per via della chiusura del cantiere. Dunque le comunicazioni con Foligno sarebbero state più difficili. Si era molto raccomandato con loro e da ultimo a Silvio erano tornate in mente quelle parole quando si erano approssimati a Foligno. Però, “chi sa dove sarà Via Piave”? aveva pensato, e loro non erano nella condizione di mettersi a girare per la città di notte per cercare una strada e portare dei saluti. Non sapevano che la fabbrica Macchi fosse in via Piave e quando uscendo dalla stazione avevano visto la scritta sul muro in prossimità del passaggio a livello, nella mente si accese, accanto all’impegno di rispettare una promessa, la possibilità di chiedere un aiuto per la notte. L’ora non era tarda, non era ancora mezzanotte, forse potevano rischiare un tentativo. Arrivarono in prossimità della casa, l’ingresso principale si apriva su via Piave, uno secondario su via Monte Grappa che lambiva la facciata laterale dell’abitazione, le altre due erano a confine delle case limitrofe. Un giardino ingentiliva il terreno che si estendeva intorno alla casa, più ampio sul davanti e dietro, meno esteso ai lati. Il confine era delimitato da un basso muretto, sopra una siepe di edera sostenuta da paletti che disegnava il limite tra il sé e il resto del mondo.
Riposo notturno in via Piave a Foligno Due piani con finestre incorniciate da elementi geometrici e floreali, così i due portoni. Un terrazzo sul davanti, un tetto a pagoda, e sotto, come raccordo arrotondato, una “ventana” nel gergo dei muratori, che marcava il passaggio verso i muri perimetrali. Nell’insieme, un’abitazione gentile da borghesia benestante e colta, impreziosita dal verde del giardino con aiole piene di fiori e alberi sempreverdi e a foglie caduche, i cui rami sporgevano all’esterno a donare ristoro estivo a coloro che passavano lungo la strada. La luna sorta ad oriente dietro la guglia del monte di Pale illuminava la casa, la strada e il terreno del giardino, coperto da un tappeto verde che le foglie cadute dagli alberi contribuivano ad arricchire con i marroni, i gialli, e tutte le molteplici sfumature dei colori dell’autunno. Intravidero una luce che proveniva da una finestra del secondo piano. Si decisero, suonarono il campanello, posto accanto al cancello che dava accesso al giardino. Dopo alcuni minuti udirono il rumore di una persiana che si apriva, e sul balcone apparve il contorno di una figura che guardando verso il cancello gridò “chi è a quest’ora?” Loro si scostarono verso il centro della strada in modo da essere visti, per quanto il chiarore della notte consentiva, discosti dai rami degli alberi che coprivano la visuale. Silvio rispose “siamo colleghi di lavoro di suo fratello a Roma. Non è educazione disturbare a quest’ora ma abbiamo visto una luce accesa e avevamo un impegno da onorare. Suo fratello ci ha incaricato di portarle i suoi saluti e attraverso di noi sincerarsi se lei stava bene, visto che non era riuscito più a contattarla. Ci scusi.” “Aspettate vengo ad aprirvi” rispose. Si accesero altre luci dentro la casa, si sentì il rumore della chiave che apriva il portone e comparve la figura dell’uomo che scese i tre gradini di graniglia arrotondati ai lati, che raggiungevano un lastricato di ardesia, come un tappeto di pietre srotolato sul camminamento, che conduceva, tra due siepi di viburno alternato a piracanta, al cancello. Uscì sulla strada e premuroso li fece entrare. Li accolse, oltre il portone, un ampio salone che copriva nell’asse longitudinale, parallelo a via Piave, tutta l’estensione della casa, separato con un lungo muro maestro dalla parte posteriore dell’edificio, cui si accedeva attraverso una porta. Quella conformazione costruttiva suggeriva a loro muratori che l’abitazione fosse stata costruita in due tempi: prima la parte anteriore poi quella posteriore, forse ne erano testimonianza i due ingressi. Piante da appartamento, cuscini sparsi su divani, un pianoforte a mezza-coda, sulla parete divisoria un focolare in marmo piperino, quadri alle pareti di pittori locali, Giuliano Quagliarini e Aldo Canzi ed Elvio Marchionni di Spello. Sonzini li fece accomodare. Era uomo sui trent’anni, carnagione chiara, capelli tendenti al biondo, pettinati all’indietro, un po’ stempiato, un fare tranquillo e un parlare conseguente. Loro, da subito si produssero in ringraziamenti per averli accolti in quell’ora tarda e per la gentilezza e familiarità che aveva prodigato nei loro confronti. Parlavano e sprofondati tra i cuscini dei divani si lasciarono andare ad una sensazione di benessere che la sosta in quella casa signorile procurava loro. Dopo giorni e notti passate all’aperto, esposti alle variazioni del tempo, vestiti degli stessi abiti, quello stare lì a conversare, immersi nell’eleganza e bellezza degli arredi, appariva come un miracolo che la sorte aveva concesso. Però accanto al piacere che provavano, avvertirono insinuarsi in loro il disagio procurato dal pensiero di quanto fossero malmessi nell’aspetto, quasi da renderli inadeguati, non meritevoli di stare lì. L’ospite mostrò di non aver notato niente di disdicevole, ma quel silenzio che ci poteva stare con il non aver rilevato nulla di riprovevole ci poteva stare anche con l’astensione signorile da qualsiasi commento. In modo diverso tutti e tre avevano quel disagio, lo si intuiva dalla cura che tutti mettevano nell’assettare le stoffe arruffate, nel passare la meno tra i capelli per sistemarli in modo accettabile, nel tenere i piedi uniti, per dare quanto meno, in assenza di altro, una parvenza di correttezza al loro sedere. D’altra parte qualche insufficienza ci poteva stare con il viaggio non propriamente tranquillo che avevano intrapreso e dopo un po’ quegli scrupoli si attenuarono, non del tutto ma non più ostativi al lasciarsi andare, con misura, alle mollezze dei divani. Il Sonzini raccontava di trovarsi bene nella fabbrica e in città, e aggiunse che avrebbe trovato il modo di informare il fratello, per tranquillizzarlo. Non nascondeva però che le cose stavano mutando, negli ultimi mesi si era cominciata a respirare un’aria pesante, per il timore di imminenti bombardamenti, come era accaduto ad agosto a Terni. Anche per questo motivo certi progetti come la costruzione del nuovo aereo da caccia Macchi dell’ingegnere Troiani non andava avanti, aggravato dalla difficoltà negli approvvigionamenti e da un clima generale di sconforto che aveva preso tutti, tecnici e maestranze, anche se non lo si dava a vedere. Si pensava che un’incursione aerea avrebbe trovato un contrasto aleatorio: poca contraerea e l’impossibilità degli aerei di stanza all’aeroporto, a competere con l’aviazione alleata più numerosa e moderna. I nostri Savoia-Marchetti S.79 erano aerei di trasporto poi modificati in bombardieri che avevano dato prova di sé nei raid su Malta, trimotori veloci che la propaganda aveva ribattezzato con il nome di “gobbi maledetti” ad indicare la loro particolare conformazione e il terrore che, si diceva, causava negli inglesi al loro apparire. Come caccia erano arrivati alcuni Messerschmitt Bf 109 tedeschi ad integrare la forza dei bombardieri, ma non erano niente rispetto a quanto raccontavano dell’incursione su Terni, dove si erano contati numeri impressionanti di unità aeree. Così, aggiunse, si pensava di cominciare a trasferire a Varese attrezzature e personale, meno esposto, comunque più lontano dal fronte. “Sono stati anni belli” proseguì “questi passati a Foligno”. Ora anche per lui si prospettava il ritorno nella fabbrica di Varese, e finalmente a casa nel vicino paese di Malnate dov’era la famiglia. Forse vi avrebbe trovato anche il fratello, da quanto loro raccontavano della crisi del cantiere per Expo 42. Era una bella città, Foligno, raccontava. Una fiorente campagna intorno e industrie ad essa collegate, come il grande zuccherificio lungo il fiume, la fabbrica di macchine olearie di Rapanelli, i grandi pastifici, i mulini. E poi concerie e cartiere, memoria delle tante che in era medioevale prosperavano lungo i fiumi che scorrevano in città o nelle vicinanze. E le grandi officine delle ferrovie dello stato che competevano con la Macchi come numero di addetti. Città popolosa con un grande territorio che si estendeva in montagna sino al valico di Colfiorito, il confine con le Marche. Luogo ameno l’altopiano di Colfiorito, con un lago che era oasi preziosa per gli uccelli migratori. Era anche sede di un campo di tiro per la scuola di artiglieria ubicata in città. Con la guerra vi avevano approntato un campo di concentramento che ospitava prigionieri slavi e in numero minore delle forze alleate. Belle le ragazze di Foligno che con gli allievi ufficiali della caserma e i tecnici della Macchi avevano occasione d’incontri che spesso diventavano legami matrimoniali. Così alcune seguivano lo sposo lontano dalla città, altre viceversa lo trattenevano, guadagnando alla collettività giovani di fuori che si dedicavano a nuove attività imprenditoriali. Anche nella ristorazione, come con il ristorante Amatillo, nella piazza centrale, dal nome del vecchio ristoratore folignate, la cui figlia aveva sposato uno di Varese. Quando questi subentrò nella gestione, si mise a servire i bolliti della tradizione lombarda, con il piatto forte della lingua di bue di cui il trattore, servendola, precisava che quella non aveva mai parlato male di nessuno. Queste cose ed altre Sonzini raccontava e sembrava come di chi ha piacere di narrare a qualcuno che mostra attenzione ed interesse, forse in assenza di altri interlocutori, quasi loro avessero a colmare una solitudine. Ci stava con il suo essere forestiero e un po’ schivo ma questa cosa non gli aveva impedito di ammirare quella città dell’Umbria così diversa dalla sua Lombardia, e ora con loro il piacere di raccontarla. Si era fatto tardi e nonostante le obiezioni, approntò i divani per far passare loro la notte lì. Offri anche del cibo, ma questi, per pudore, avendo ottenuto più dello sperato, e nonostante non disdegnasse il loro stomaco di impegnarsi con qualcosa di più appetibile rispetto ai residui di cibo che si portavano appresso, dissero che andava bene così e non si disturbasse ulteriormente. Chiesero anche della casa, così bella ed elegante non potevano pensare che l’avesse approntata a quel modo lui, da solo e dato il poco tempo trascorso da quando era venuto a Foligno. “Non è la mia” rispose “è di una famiglia del luogo, i De Divitis”. Costoro si erano trasferiti ad Ancona e l’avevano affittata con tutti i mobili e l’arredamento. il capo famiglia doveva stare fuori per lavoro, e aveva portato con sé tutta la famiglia, così lui aveva potuto godere di tutto quel ben di Dio e nemmeno ad un gran prezzo. Dopodiché il Sonzini augurò un buon riposo, e loro, salutandolo, avvisarono che se ne sarebbero andati presto, alle prime luci dell’alba e che lui non si disturbasse, aveva già fatto così tanto! Strette di mani, promesse di rivedersi, poi lui se ne andò in camera e loro cominciarono a pregustare il sonno a cui si sarebbero abbandonati come angeli, per la prima volta dall’inizio del viaggio, in quella bella casa di via Piave. Ognuno scelse un divano e sprofondò nei cuscini felpati, morbidissimi, che li avvolsero come in una nuvola di piacere. Erano circondati dalle belle cose che arredavano il salone e il tepore che avvertivano era come venisse dai quadri, dai vasi, dai tappeti, dalle tende e dalle infinite altre cose di gusto che mani sapienti avevano distribuito intorno. Raccontavano un’umanità raffinata, lontana dai clamori delle folle, dalle vicende della politica, della storia addirittura; come chi persegue itinerari tracciati in un tempo lontano, refrattari all’influenza degli accadimenti; come chi aveva avuto occhi per vedere oltre il quotidiano, inseguendo ideali di bellezza e nobiltà del sentire. È di tutte le civiltà compiute, in un arco di tempo limitato, prima che oscuri segnali ne annuncino il tramonto. Dovevano essere bella gente i De Divitis! Dal giardino si udiva il vento muovere i rami degli alberi, e il verso degli uccelli infastiditi da quello scuotere, nel loro riposo notturno. Era tutto così piacevole che non ebbero voglia di addormentarsi subito. Così continuarono a parlare tra di loro sottovoce, per non farsi sentire dal padrone di casa. Parole e pensieri in libertà, piacevoli come i loro giacigli, e le morbide lane che ricoprivano i loro corpi. La temperatura tiepida del salone che la ghisa dei radiatori procurava, li aveva indotti a togliersi di dosso gli abiti, sempre gli stessi dei giorni di viaggio. Avevano curato di pulirli e spazzolarli per quanto possibile ogni mattino, dopo la notte trascorsa nelle locande o sulla panchina della stazione ferroviaria, ma ora c’era l’occasione di qualcosa di più radicale. Un bagno oltre il salone che il Sonzini aveva detto era a loro disposizione consentiva anche la cura del corpo. D’altra parte l’ospite si era ritirato nel piano superiore, dunque con l’attenzione che procurarono di tenere, riuscirono a non disturbarlo, mentre a turno si sbarbarono e lavarono e si presero cura degli abiti. Così rimasti in brache e maglia di lana a pelle si distesero sui divani sotto le coperte. Il sonno tardava a venire come di chi non si risolva a dissolvere nell’incoscienza un momento di felicità arrivato inatteso, imprevisto, fortunoso, per sua natura limitato nel tempo. Un attimo di pausa, per tirare il respiro, prima di riprendere il cammino della vita che ha una croce in fondo alla strada, salvifica solo per chi avrà guardato in alto, lanciandosi oltre il quotidiano.
Alla volta di Vescia
Si alzarono dopo la notte ristoratrice, si vestirono, poi uscirono in giardino, e aperto il cancello si trovarono in Via Piave. Stava facendo giorno, il chiarore era tutto dietro il monte di Pale che nascondeva ad est la montagna folignate con il valico di Colfiorito sulla sommità, dopo quindici chilometri circa da dove si trovavano. Da lì si scende nel territorio marchigiano del Maceratese. Si, perché via Piave era il tratto cittadino della statale Val di Chienti che prendeva origine dalla Flaminia poco dopo l’uscita di questa da Foligno attraverso porta Ancona. Dopo venti metri dal suo inizio, Via Piave-Statale Val di Chienti incontrava il passaggio a livello che avevano attraversato la sera. Quindi costeggiava la fabbrica Macchi e poi la casa dove avevano pernottato. Da lì, subito in salita, la strada per circa cento metri era separata dalla campagna intorno da una doppia fila di villini in stile liberty. Poi una curva a sinistra, e un’ultima casa con la scritta sul muro dell’altitudine e del limite della città dalla campagna collinare circostante. Proseguendo, la strada attraversava paesi via via di altitudine maggiore, sino agli oltre ottocento metri dell’altopiano di Colfiorito. La strada era stata uno dei percorsi seguiti dai viaggiatori del gran tour nell’Ottocento, che scrissero pagine toccanti nel descrivere la meraviglia all’apparire dall’alto della grande pianura umbra. Ci passavano anche i marchigiani diretti a Roma e Leopardi tra loro, che soggiornò a Foligno, una volta raggiunta la Flaminia e forse dormì nello stesso albergo dove pochi anni prima aveva riposato Goethe, non riportandone una grande impressione. Una località amena, l’altopiano che racchiudeva una palude, meta di sosta degli uccelli migratori, e un paese, residenza estiva delle famiglie borghesi della città, trasferite lì per godere della frescura e dell’amenità del posto. Luogo anche di memorie storiche, che la tradizione suffragata da ritrovamenti archeologici e testimonianze storiche, rimandava ad una civiltà preromana databile sin dal III millennio a.C. con insediamenti stabili, poi evoluta in una società strutturata dal IX secolo a formare un popolo umbro, i plestini, sembra di origine filistea. Inserito nel territorio romano fu teatro, durante la seconda guerra punica, di uno scontro tra la cavalleria romana, reduce dalla battaglia del lago Trasimeno con quattromila uomini condotti dal pretore Caio Centenio, e le truppe cartaginesi di Maarbale. Anche la toponomastica del territorio circostante conferma il fatto d’armi, come con il nome di un paese del vicino agro nocerino: Africa. Fa pensare all’altro paese sul Trasimeno che ricorda quella battaglia dal nome suggestivo di Ossaia. Ricordo dell’immane tragedia dei soldati romani trucidati dai cartaginesi.
A loro però della statale Val di Chienti e di tutte quelle storie, ancorché sconosciute, non interessava molto, perché dovevano riguadagnare il passaggio a livello e immettersi sulla Flaminia per continuare il viaggio alla volta di Vescia, il primo paese che si incontrava uscendo da Foligno da porta Ancona. Da lì, per un miglio la strada sarebbe corsa diritta sino ad arrivare alla chiesa di San Paolo che la divideva in un troncone principale, e in un diverticolo detto la “corta di colle” che raggiungeva la statale Val di Chienti, eliminando tutte le giravolte del primo tratto, da cui il nome di “corta”. Ce n’erano altre tre di porte in città, ognuna prendeva il nome della località dove era diretta la strada che lì prendeva origine: Firenze, Roma, Todi e ognuna, dopo un miglio, aveva una chiesa a cui si arrivava percorrendo un rettifilo. Ricordavano il miglio aureo che a Roma segna le consolari, dopo l’origine dal Foro. Per la Flaminia forse la porta Fontanilis sulle mura serviane, che i nostri avevano designato come luogo dell’appuntamento per il viaggio da intraprendere. Arrivati al bivio si girarono a guardare la città alle spalle. Videro Porta Ancona chiusa, con della gente davanti che ne attendeva l’apertura. Erano uomini della campagna e delle colline intorno, con asini al fianco, carichi dei prodotti autunnali della terra da portare al mercato di piazza dell’Erba. Volsero il cammino dall’altra parte in direzione della chiesetta di San Paolo che si intravedeva in fondo al viale. A destra costeggiarono le mura delle Grandi Officine Ferroviarie, a sinistra un lungo caseggiato, abitazione degli operai con le loro famiglie. Oltre, rare case lungo la via che non sapevano più di città. Niente traffico di mezzi o uomini, esclusi alcuni ritardatari all’appuntamento con il mercato. Non faceva freddo, camminavano senza parlare sotto un cielo nuvoloso, in fila sul ciglio della strada, al limitare di un canale dove scorreva un rivo copioso d’acqua. Era una diramazione del fiume Menotre, che veniva giù dalla montagna, precipitando da una cascata ai margini del paese di Pale, dopo aver messo in movimento le macchine della cartiera Sordini. Pale era ai piedi dell’omonima montagna che vedevano davanti a loro e un po’ a destra ergersi alta e aguzza verso il cielo. A sinistra la grande gobba del Subasio con la visione di sghembo di Spello e in parte di Assisi, “ove Subasio frange più sua rattezza” che si affacciavano sulla grande pianura. Ancora a destra sulle prime colline vedevano il colle che ospitava il convento dei frati cappuccini, su un colle vicino il convento di San Bartolomeo dei frati dell’Ordine fondato nel XIV secolo dal beato Paoluccio Trinci. Più lontano ed in alto la monumentale Abbazia benedettina di Sassovivo.
Ma non si incontra nessuno in strada? Certo è ancora presto, ma sembra che la gente sia tutta in casa, senza voglia di uscire!… C’è la guerra, si va in giro solo per necessità, si temono bombardamenti aerei degli alleati, fascisti e tedeschi minacciano vendette per il tradimento del re e di Badoglio…. Timore di una guerra civile fratricida tra italiani, dentro la più grande tra tedeschi e alleati. Giovani uomini vanno in montagna per evitare l’arruolamento nell’esercito di Graziani a fianco dei tedeschi, e anche stanchi di questa guerra che dura da troppo e non se ne può più di tutte le feluche, le parate militari, i discorsi roboanti, la patria, l’impero …. Era tutto troppo grande, sbagliato per noi, per l’Italietta che siamo, da duemila anni, da quando è sparita la gloria di Roma. Averla riproposta, illudendosi che fosse possibile riattualizzarla, forse è stato un bel sogno, ma solo un sogno. Ci hanno pensato da subito le montagne della Grecia, il deserto africano, le steppe della Russia a far crollare il castello di menzogne, figlie di ignoranza e sciatteria di chi le aveva cavalcate, degli stessi che in quei giorni in massa andavano ad affollare le schiere dei pochi che avevano da tempo denunciato l’inganno…. Qualcuno che avesse riflettuto sugli accadimenti di quegli anni e del tempo attuale avrebbe potuto avere questi pensieri che giravano nell’aria, ma dominava il desiderio di salvarsi, di farsi i fatti propri. Poi ci avrebbe pensato la storia ufficiale a decretare il campo del bene e del male, a seconda di come andava a finire. Si sarebbe detto che si era rivendicato l’onore d’Italia che non aveva tradito l’alleanza con i tedeschi, o invece che si era riscattato combattendoli a fianco dei passati nemici. Si sarebbero scomodate le grandi idee per giustificare le scelte di campo, estranee ai più nei momenti di pericolo della vita, patrimonio quelle solo di minoranze, come degli irriducibili ancora in galera perché comunisti e comunque antifascisti, o quelli dell’altra parte che in quei giorni stavano confluendo nei battaglioni Nembo, Barbarigo, e nella X Mas a rinforzare le truppe germaniche sul settore tirrenico della zona di Roma, dove si sarebbe verificato da lì a poco lo sbarco degli alleati. Quell’autunno del 1943 stava finendo in un’atmosfera sospesa, gravida di temuti lutti incombenti. Se ne percepiva la minaccia, e la vita nelle strade delle città non era più quella dei mesi precedenti, quando si era in guerra, ma ancora lontana. Ora si annunciava in casa. Quei pensieri giravano per la testa della gente e anche dei nostri che esternavano nel loro camminare alla volta di Vescia. Davide tra loro era il meno preparato a raccapezzarsi in quel bailamme nel quale l’Italia era precipitata e con essa il mondo. Era cresciuto lontano dalla patria, in una periferia privilegiata dell’italianità. Si era sentito parte di quel disegno di grandezza che il regime aveva proposto, avvertiva che lui come altri della sua età avevano trattato spocchiosi i nativi di Rodi, come fossero gente da civilizzare, da evangelizzare al nuovo credo politico. Ora dinanzi al pericolo dei tedeschi aveva lasciato Rodi, e con l’isola e i suoi aveva lasciato lì anche i miti della sua età. Il dolore dell’abbandono attenuato dalla sfida dell’avventura, per un giovane che si apriva alle prove della vita. E quello che vedeva intorno, e i discorsi dei suoi compagni finivano per distruggere le ultime certezze se ancora ce n’erano. Se tutto fosse andato bene sarebbe arrivato ad Ancona da quei parenti di cui aveva solo sentito parlare, senza averli mai incontrati. Erano il suo riferimento ma più passavano i giorni, più non era entusiasta di quella cosa. Non era più lo stesso giovane di prima, della sua vita a Rodi, avvertiva in sé un cambiamento, come un’attesa di cose che lo avrebbero preso. Percorso circa un chilometro, oltre la chiesa di San Paolo cominciarono ad intravedere le case di Vescia. Per tutto quel tratto di strada, a destra della via si estendeva la grande tenuta agricola dei Morotti, una famiglia benestante di Foligno che aveva un palazzo nobiliare in città. La proprietà era delimitata da un basso muro che non nascondeva agli occhi dei passanti la grande villa padronale. Ci si arrivava per uno stradino che partiva dall’ingresso della tenuta. Lungo il percorso, gruppi di cipressi graziosamente disposti come in un disegno d’artista. La campagna coltivata intorno, nella pianura e sui primi contrafforti collinari, che in alto confinava con la più grande tenuta dei Clarici estendentesi verso la montagna a comprendere il territorio della Abbazia benedettina di Sassovivo, di cui la famiglia possedeva una parte. Al tempo del potere temporale dei Papi il convento non era solamente un gioiello architettonico, dominava una moltitudine di comunità religiose e territori, anche nella capitale come la chiesa dei Santi Quattro Coronati. Napoleone e poi i Savoia ne decretarono il declino con lo smembramento della proprietà e la divisione in tre parti del monumento: al demanio, ai Clarici, al vescovo di Foligno. Tutto intorno il secolare bosco di lecci sopravvisse in parte, circondato da un immenso uliveto. La proprietà dei Morotti invece era agricoltura nella pianura e ulivi e frutteti sulle colline con casolari sparsi che ne facevano un quadro pittorico suggestivo da cartolina turistica o disegno di viaggiatori del gran tour. Direzione Ponte Centesimo Arrivati in paese, la prima casa che si trovarono davanti fu un edificio alto, quasi un grattacielo rispetto alle altre case, le più solo pianoterra, alcune ad un piano. Una bella costruzione dalla tinteggiatura celestina che non a caso era chiamato dalla gente il “Casone”. Loro erano diretti lì, sin dall’inizio del viaggio vi avevano stabilito una sosta, ed ora erano arrivati. Lì, perché era casa di parenti stretti, vi abitava un ramo della famiglia Paci. Più esattamente un fratello di Attilio (il padre di Silvio), Francesco detto Checco, da Sigillo vi si era trasferito anni prima, quando lo sviluppo industriale di Foligno aveva promosso una attività edilizia importante. C’era bisogno di artigiani validi e lui Mastro Checco, capomastro come il fratello Mastro Attilio, vi aveva messo in piedi una impresa edile. La dimora in quel paese vicino alla città, Vescia, un posto tranquillo simile a quello lasciato. Inoltre la casa si affacciava sulla strada che lo avrebbe riportato a Sigillo, se le cose non fossero andate. Era come dare corpo, materia, ai pensieri: la via Flaminia davanti il portone, sarebbe bastato ripercorrerla nella direzione del ritorno, c’era la casa di sempre che aspettava. Forse anche per questo la dimora non era in città, si sarebbe potuto dire una mancanza di determinazione a causa di radici e vissuti che confliggevano con il nuovo. E sarà stato anche per questo che agli inizi del secolo, la grande emigrazione in America di giovani di quei paesi appenninici non aveva coinvolto i ragazzi della famiglia, eccetto uno. Dunque dimora a Vescia, un paese dal nome impronunciabile ma in quella bella casa che Francesco aveva messo a posto e fatta più bella. Con lui la moglie e i figli: Edmondo ed Euro e Luigi, Adriano, Giuliana, Elio. I più grandi, arruolati nel lavoro della muratura, e gli altri contigui ad essa, come Elio falegname, in qualche modo Adriano contabile, e poi Giuliana l’unica femmina, e da ognuno nuove famiglie e quindi figli, e ad infoltire il tutto anche Dante un nipote, fratello di Silvio. Questi bussò alla porta, da dentro aprirono, comparve lo zio. Furono espressioni di gioia ed affetto, poi entrati in casa fu un accorrere degli altri presenti a casa. Cugini e cugine che chiedevano che ci facessero lì, li sapevano a Roma, e giù Zeno e lui a raccontare di loro, del compagno di viaggio, e di rimando loro. Poche notizie da Sigillo, ma proprio in quei giorni si stava ragionando di mandare i piccoli su in paese per allontanarli dai pericoli dei bombardamenti che si temevano in città. Avevano scritto allo zio Attilio in questo senso e si era fatto vivo Umberto che stava predisponendo dove alloggiare i ragazzi. Prepararono per loro una lauta colazione che era quasi un pranzo. Tra discorsi e mangiare e riposo si fermarono a lungo. Oltre a mastro Checco e le donne di casa c’erano i figli più giovani, gli altri erano in giro per cantieri ancora attivi in città nonostante la guerra, lavori per lo più di manutenzione, non nuovi progetti, dati i tempi. Mattinata piena di materia e sentimenti, ma ora si trattava di ripartire. “Ma come?” Si preoccuparono i parenti. “Di nuovo a piedi?” I tre che lo davano per scontato chiesero se loro avessero alternative da suggerire. Intervenne Edmondo, il primogenito che era rientrato da poco in casa a prendere il furgone del lavoro.“Qui accanto c’è la stazione ferroviaria di Scanzano, vi si fermano i treni merci per caricare i prodotti dello scatolificio militare.” disse. Si trattava di un grande complesso situato fuori del paese sulla strada che andava a Belfiore, strada che come la corta di Colle fungeva da scorciatoia per la statale val di Chienti dove si immetteva all’altezza del paese di Pale. Belfiore come certifica il nome si presentava al visitatore con un aspetto gradevole ed edifici importanti tra i quali il grande convento dei padri somaschi, restaurato pochi anni prima ad opera di un’impresa dove aveva lavorato come assistente Zeno. Se si passa l’impropria similitudine Belfiore appariva come un vecchio signore dai tratti aristocratici. Popoloso e antico aveva la dignità che gli veniva da una storia di laboriosità e la presenza di individualità che guardavano oltre la dimensione locale. Come fu per un figlio illustre, socialista della prima ora, che fu senatore del regno e antifascista irriducibile da meritarsi il confino. In quei giorni si sapeva di un suo coinvolgimento nella costituzione del CLN, il comitato di liberazione nazionale. Veniva da una famiglia di proprietari terrieri ed industriali cartari, che avevano in paese la fabbrica. E non era la sola attività manifatturiera presente nel paese, a giustificare la spocchia e superiorità con cui i belfioresi si relazionavano con i vicini vesciani, senza storia questi e con una attività economica fatta principalmente di commerci legati al transito sulla via Flaminia. Alterne fortune legate ai cambiamenti occorsi nella storia in termini di sovvertimenti politici, immigrazioni, invasioni, caduta di imperi e altro. Durante il Medioevo quando la strada di comunicazione più importante non era la Flaminia, come era sempre stata e sarebbe tornata ad essere, Vescia di fatto non esisteva. I traffici si svolgevano lungo via della Spina, una strada montana più sicura rispetto alla consolare che correva in pianura. Allora non c’era più la manutenzione stradale che Roma aveva garantito per secoli, e oltre a questo la Flaminia era teatro delle scorribande dei barbari, gli immigrati irregolari di allora. La via della Spina era così importante che i conti di Campello ancora oggi se ne fregiano sul loro stemma.
“Potrebbe essere una buona soluzione. Non è difficile trovare il modo di salire su un vagone. Però c’è il pericolo dell’incontro con i militari che controllano la fabbrica e la stazione, per paura di colpi di mano da parte dei gruppi che si vanno raccogliendo in montagna”, continuò Edmondo, e raccontò che qualche giorno prima si era verificato qualcosa del genere. Dal territorio del monte Pennino era sceso a Nocera un gruppo di una ventina di persone che avevano attaccato la caserma dei carabinieri per prendere le armi, si era verificato uno scontro a fuoco, con alcuni partigiani e carabinieri feriti. I rivoltosi erano comandati da slavi evasi dal campo di concentramento di Colfiorito, ma c’erano anche giovani di Foligno tra i quali Antero Cantarelli, un cattolico impegnato in politica che era rimasto sfregiato in volto. “Intanto potreste venire con me” riprese Edmondo “devo andare in località Ponte Centesimo, una decina di chilometri da qui nella direzione del vostro cammino. Vi sistemo sul furgone, uno accanto a me e gli altri due sul cassone dietro, tra gli attrezzi”. La località prendeva il nome da un ponte romano di cui rimaneva solo l’imposta e qualche pietra nel greto del fiume Topino sopra il quale era stato costruito. Zona di resti archeologici quella, oltre il ponte, il cui nome ricordava la distanza in miglia da Roma, ed era sostanzialmente corretta. Secondo altri indicava il centesimo ponte sulla Flaminia a partire dal Foro, e che si sappia nessuno aveva verificato la congruità della misura. Anche perché di tanti ponti non ci sarebbe stata più traccia, scomparsi nel corso dei secoli. Comunque oltre il ponte era stato riportato alla luce un viadotto della consolare primitiva che sormontava un chiavicotto per il drenaggio delle acque verso il prospicente Topino. In prossimità, la chiesa di Santa Maria Assunta che nella parte inferiore della facciata mostrava blocchi di pietra di epoca romana con cui era stata costruita la precedente Abazia paleo-cristiana, punto di riferimento importante di tutto il territorio, come la qualifica di Pieve attestava. Nel territorio una comunità di cui parla anche Plinio il Vecchio nella “Naturalis Historia”, i “nucerini favonienses”, distinti dai “nucerini camellari” della vicina Nocera. La strada correva lungo la pianura nei pressi del fiume, poi caduta Roma, per i motivi già ricordati, la via fu spostata verso la collina dove corre ancora oggi e dove all’altezza della stazione ferroviaria di Pieve Fanonica, sulla collina antistante, si trova un’edicola del 1600 che ricorda lavori di manutenzione della strada danneggiata dalla piena del fiume Tinia, il Topino di oggi. Il nome latino Tinia era stato preceduto dal termine umbro Supunna. Nomi diversi di lingue e civiltà diverse ad indicare il medesimo fiume. La natura appare immutabile in confronto alla variabilità della storia umana. Non lo è, ma occorrono tempi lunghi perché i cambiamenti occorrano, e se accadono improvvisamente, significa catastrofe. Per intanto, umbri e romani sono scomparsi e anche noi non stiamo bene. E il Topino continua a portare acqua dai monti di Nocera sino alla pianura umbra, magari un po’ meno del passato per il furto da parte dei signori di Perugia. E nei secoli Nocera ne ebbe grande lustro per la salubrità delle acque salvifiche. “Nocera delle acque” dove anche Francesco malato si recò a berne per riacquistare un po’ di salute compromessa dai digiuni, dalla vita errabonda, dall’ascesi. Chiedeva ancora un po’ di vita per continuare a lodare il Signore ed insegnare agli altri, in modo che fosse più lontano il tempo della dimenticanza. E dove anche un imprenditore milanese aveva portato la figlia malata. Ottenuta la guarigione mise su un’impresa per la captazione dell’acqua, l’imbottigliamento, e la commercializzazione sotto il simbolo del leone e la scritta “Acqua di Nocera Umbra Felice Bisleri”.
Alla stazione di Pieve Fanonica
Sistemati sul furgone partirono. Ai limiti del paese trovarono un assembramento di militari, Edmondo deviò immettendosi su una strada laterale che li avrebbe condotti, superato il Topino, a San Giovanni Profiamma. Lì avrebbero incrociato la via Flaminia primitiva, quella che viene da Bevagna e che si sarebbe ricongiunta più avanti con quella che li aveva portati a Vescia. Percorsi alcuni chilometri la raggiunsero in prossimità di una chiesa di epoca paleo-cristiana, proprio all’ingresso del paese di San Giovanni. Chiesa di grande importanza storica perché sede vescovile sin dall’inizio dell’era cristiana e luogo di culto di Forum Flaminii, la città edificata poco dopo la costruzione della strada dal console Flaminio medesimo a perpetua memoria, e posta nel punto di mezzo tra Roma e Fano. Passarono velocemente tra le case del paese, dopo avere costeggiato alcuni manufatti, parallelepipedi in opus cementizia, che erano tombe di epoca romana di viaggiatori deceduti sulla via. Ne rimaneva quella testimonianza muta, ormai senza più un nome che ne ricordasse l’identità. Oltre San Giovanni Profiamma, i due tratti della Flaminia si ricongiunsero in località Ponte Centesimo. Lì doveva fermarsi Edmondo per risanare il tetto di una casa colonica, di proprietà di Fiordi Ottavio che oltre la casa aveva un terreno di piccole dimensioni, circa un ettaro, da cui, come contadino, tirava fuori a stento di che vivere per sé e la famiglia. Per questo motivo integrava il bilancio familiare con il lavoro a giornata di manovale nell’impresa di Edmondo. Ora questi lo avrebbe aiutato nel lavoro del tetto probabilmente senza pretendere compensi, a giudicare dall’affetto con cui Edmondo ne parlava. In vista della casa il furgone si fermò e loro scesero, saluti e abbracci, e ultime raccomandazioni. “Continuate ad essere prudenti, la zona da Foligno a Nocera non è tranquilla, tedeschi e fascisti si stanno riorganizzando con presidi nel territorio per mantenere l’ordine e combattere i movimenti ancora isolati che si vanno costituendo in montagna. Si sente parlare di imminenti rastrellamenti per catturare in particolare i fuoriusciti dal campo di concentramento di Colfiorito, slavi in primis che vengono descritti particolarmente determinati e feroci, mentre gli inglesi hanno solo desiderio di raggiungere la linea del fronte per ricongiungersi con i loro. D’altra parte i tedeschi devono concentrarsi nei combattimenti con gli alleati e hanno necessità di una retrovia che non crei problemi. Di più hanno bisogno di uomini da inviare in Germania per il lavoro coatto e di giovani per le armi, da utilizzare al fronte, i fascisti sono il loro braccio esecutivo. Ecco che farsi trovare in giro senza validi motivi è molto, molto rischioso”. Così sentenziò Edmondo con eloquio e movenze da aspirante patriarca. Ne aveva l’aspetto, bell’uomo, alto, signorile, se non fosse stato per le mani callose che ne denunciavano il mestiere materico, modi che sarebbero stati ancora più raffinati se sostenuti da frequentazioni adatte, che comunque in qualche modo ricercava, se si voleva dare un significato alla sua non saltuaria presenza nel teatro Piermarini al Corso di Foligno dove si davano commedie o nel Cinema Impero dove si davano le opere liriche. Si salutarono dunque, lui alla volta del casolare posto su un coppo a sinistra della strada, loro che presero a procedere in direzione di Valtopina, il comune successivo che avrebbero incontrato dopo alcuni chilometri. La strada svoltava bruscamente a sinistra, più a ridosso della collina, proprio all’altezza dei resti del ponte diruto. Ponte Centesimo una volta crollato, probabilmente dopo la fine dell’Impero, tramontata anche la capacità costruttiva e tutto il resto, non fu ricostruito causando l’interruzione della strada. Di conseguenza deviarono la strada a ridosso della collina dove da allora corre. Forse per questa ragione quella curva innaturale della via. Percorsi circa cento metri, al bordo della strada notarono due cipressi che delimitavano una lapide in pietra con una scritta: il nome di un cantoniere dell’Anas, lì’ caduto sul lavoro. Lessero e rimasero sbalorditi, si trattava di uno del paese, in qualche modo lontano parente, come si è tutti nelle piccole comunità. Si chiamava Alessio Gambini, non altrettanto bene si leggeva la data dell’infausto giorno, ma doveva essere recente se loro non ne avevano saputo nulla. Rimasero alcuni momenti in silenzio come una muta preghiera. All’altezza dell’edicola si distaccava una via che scendeva ad un livello inferiore del terreno, dove scorreva il fiume e dove sorgeva un agglomerato di case. Proseguendo, la strada dopo alcuni chilometri avrebbe condotto al paese di Capodacqua, e da lì, su per la montagna a raggiungere il piano di Colfiorito. Ce n’erano in giro per l’Umbria di posti con quel nome, tutti avevano a che fare con luoghi di confluenza di corsi d’acqua, magari imbrigliata e raccolta per la distribuzione verso le grandi città. La sciarono la Flaminia e imboccarono quella via laterale, per raggiungere la stazione ferroviaria di Pieve Fanonica poco distante. Si diressero lì per vedere se c’era qualche possibilità alternativa alla marcia. Si trattava di una piccola stazione che serviva le persone dei paesi intorno: Capodacqua, Afrile, Cupacci, e di altri sulle colline, più lontani. Si era fatto mattino inoltrato, il cielo nuvoloso senza annunci di pioggia, la temperatura mite. Non erano stanchi, avevano camminato quasi niente rispetto ai giorni trascorsi: quel breve tratto da Foligno a Vescia. Poi, rifocillati nel corpo e nell’anima in casa dei parenti, via con il furgone sino a Ponte Centesimo. Calcolarono che non rimaneva tanta distanza per la conclusione del viaggio: circa quaranta chilometri per loro. Per Davide era diverso, proseguire alla volta di Ancona per lui avrebbe comportato salutarli prima di Sigillo, nella zona di Fossato di Vico, località Osteria del Gatto. Lì un diverticolo si distaccava dalla Flaminia per raggiungere il paese di Fossato e poi su per la montagna sino al valico dove si scavalcavano gli Appennini per scendere a Fabriano nelle Marche e proseguendo si raggiungeva Ancona.
Entrarono nella stazione ferroviaria, era simile in tutto a quello di Sacrofano dove, alcuni giorni prima, erano saliti sul treno della linea Roma-Viterbo. Si sedettero sulla panca della piccola e disadorna sala d’aspetto, ma non erano stanchi, non aveva bisogno il corpo di riposo, piuttosto la mente, tanto più incombente da far loro dimenticare la prudenza che avevano manifestato per tutto il viaggio. Erano entrati senza curarsi della presenza di altri, magari di militari!! Quello stare lì a dispetto delle regole che si erano imposti e che Edmondo poco prima aveva rafforzato con il suo saluto, era dovuto ad una spossatezza che non aveva a che fare con i muscoli e le ossa. Qualcosa dentro imponeva quella pausa, forse per ritrovare il senso di quell’andare che era il viaggio intrapreso. Sì, tornavano a casa, nei luoghi e tra le persone della vita, ora spinti dalla guerra in atto, ieri dalle pause del lavoro, ma se si liberava l’azione in atto, l’impresa, il divenire che avevano messo in moto, dalla dimensione del tempo, dello spazio, delle motivazioni, avrebbero intuito che quell’andare aveva una sua misteriosa, interna necessità. Era legata a comportamenti ancestrali, tramandati da sempre, diventati determinanti genetici. Come l’andare dell’uomo preistorico, mosso dalla pulsione degli istinti, dalla necessità di soddisfarli, per sopravvivere, per perpetuare la specie. Per poi, costruiti i villaggi e le città, quasi appagato, fermarsi. Ma dentro, un senso di mancanza, il bisogno di ripartire spinto da nuove necessità, non più istinti, ma costruzioni della mente. E da allora sempre così, con la vita che si consuma in tutto questo fermarsi e ripartire, giorno dopo giorno, con accidenti che turbano l’acquisito, e di nuovo a ricreare l’equilibrio distrutto. Un pendolo continuo tra stasi e movimento, conservazione e avventura, comportamenti indotti e libertà, obbedienza e rivolta, paura e coraggio. Come in quei giorni coloro che abbandonavano i sicuri rifugi della casa e della famiglia, per correre a Salò a cercare la bella morte, o gli altri che sulle montagne si preparavano a sacrificare la vita per non aspettare che gli americani sbrigassero la pratica. Mentre gli altri, i più, rimanevano avvinghiati a casa per difenderla e difendersi, ad aspettare che passasse la buriana, per rincominciare domani la stessa vita di ieri, di sempre. Pensieri autonomi che avevano una vita propria e prendevano vigore nel percepire in loro quel momento di stanchezza e riflessione che li rendeva ricettivi. Così calavano in loro, si univano con quelli della loro mente e amalgamati formavano la nuova consapevolezza di sé e delle cose. Così funziona e così giorno dopo giorno nel volgere della vita si matura la coscienza dell’uomo desto, nel tentativo sempre frustrato e sempre riproposto di capirci qualcosa sul senso della vita, prima che sia troppo tardi.
Intorno non c’era nessuno, sui binari non passavano treni, non segni di pericoli all’orizzonte. Si sentirono sollevati, dominava la sensazione di piacere che dava loro il ricordare il cammino di quei giorni. Quello che dovevano ancora fare incuteva meno preoccupazione. In fondo compresero che il loro andare su quella strada che era stata e ancora oggi continuava ad essere la strada della vita, era come un destino che nel percorrerlo, strada e destino, li appagava. Tornare al paese e ripartirne per guadagnare il pane per sé e la famiglia, sempre su quella strada vecchia di duemila anni. Nel trascorrerla era compagna la storia, infiniti uomini l’avevano percorsa, anche quelli i cui nomi erano finiti nei libri della storia maggiore. Cesare era passato di lì a conquistare il mondo e gli imperatori dopo di lui, e i Papi, e i re barbari che posero fine al sogno di Roma. Lì era passata tutta la storia anche quella minimalista e loro ne facevano parte. Percorrerla aveva il sapore di una funzione religiosa, alla quale loro stavano partecipando con quell’andare che riassumeva in sé il senso della vita, procedere oltre e indipendentemente dalla meta contingente, come mossi dal destino, come atto afinalistico necessario e indispensabile, il cui significato era conchiuso in sé stesso.
Si fermarono ancora un po’, poi visto che non c’erano notizie di treni merci in arrivo, nessuno parcheggiato sui binari, e il primo per viaggiatori, come era scritto sulla bacheca, sarebbe arrivato da Foligno dopo oltre un’ora, uscirono dalla stazione e presero a camminare nei pressi. Sfuggono al rastrellamento dei tedeschi Avevano tempo, la zona appariva tranquilla, con il fiume poco distante. Rumore dell’acqua tra i sassi, fruscio nel suo scorrere tra la sabbia della riva e la vegetazione delle sponde. Nei secoli il fiume aveva scavato e dato forma a quella vallata che da Nocera arrivava sino a Foligno, e che aveva nome di valle del Topino. Nel mezzo il paese di Valtopina, a ridosso del versante nord-orientale del monte Subasio. Di lato al fiume, un centinaio di metri oltre la stazione, videro e vi si diressero, la chiesa di S. Maria Assunta. Quelle grandi pietre squadrate da tempio pagano, antico luogo di culto, diventato poi cristiano, importante perché vi si celebravano i battesimi. E di quel tempo aveva assunto lo stile di chiesa paleo-cristiana medioevale. Addossate alla Chiesa costruzioni abitative che facevano apparire il complesso come un fortilizio di difesa, di cui verosimilmente occorse la necessità, una volta caduta Roma. Vi girarono intorno, nessuno dentro le case o fuori, sembrava un relitto della storia, ma alcuni panni stesi fuori dalle finestre testimoniavano la presenza di gente che lì abitava, magari fuori per lavori, nei campi o altro. La chiesa era chiusa, ma dalla tipologia faceva sospettare un interno simile a quello della chiesa di san Giovanni Profiamma che avevano visto passando a bordo del camioncino di Edmondo. Magari le primitive pietre avranno visto il console Flaminio in preghiera a chiedere la protezione degli Dei per la grande opera viaria che stava portando avanti. Gli fu concessa, ma non ebbe lo stesso favore degli dei di lì a poco, quando sul Trasimeno, non molto distante, avrebbe visto massacrare i suoi legionari ad opera dei cartaginesi di Annibale, calati dalle alture circostanti di Tuoro, con le acque del lago tinte del loro sangue a cui aggiunse il suo per condividere uno stesso destino ed evitare di sopravvivere all’onta della sconfitta. Poco distante dalla chiesa ammirarono con gli occhi del mestiere il viadotto, coevo della consolare, parte di un manufatto atto a favorire il deflusso delle acque provenienti dalla collina vicina, a salvaguardia della strada. Dal lato opposto, oltre il fiume, sulla collinetta dove passava la Flaminia attuale che avevano abbandonato poco prima, all’altezza della lapide che ricordava il compaesano Alessio Gambini, videro la casetta colonica con il monumento sull’aia che celebrava lavori di alcuni secoli prima su quel tratto di strada, franato a causa di una piena del Topino. Invece l’antico tracciato si snodava sotto i loro piedi nel posto dove stavano passeggiando, a ridosso del fiume scavalcato dal grande ponte di cui vedevano ancora l’imposta rimasta su un lato. Quel luogo deserto dove stavano girovagando a passi lenti, per far passare il tempo nell’attesa di un treno da prendere se ci fossero state le condizioni, era proprio un gran bel posto. Ci si respirava la storia, anche se la mancanza di vita, di gente, di rumori, suggeriva pensieri di abbandono, di morte, che quei resti del passato contribuivano ad ispirare. Ma era sensazione mendace, la storia non scompare mai del tutto, i luoghi dove si è svolta possono apparire sonnacchiosi ma in qualche modo conservano traccia degli avvenimenti che lì si sono svolti. Sarebbe bastato rimuovere la polvere, il fango, magari l’asfalto che ricopriva le pietre dell’antico acciottolato per riscoprire i solchi dei carri che per secoli lì erano passati e se ci si fosse messi in ascolto, si sarebbe sentito il clangore delle armi dei legionari in marcia, insieme alle loro voci, ai suoni della loro baldanza di giovani uomini lanciati alla conquista del mondo, per la loro gloria e quella di Roma. Come a dare corpo a quei pensieri, all’improvviso dalle colline circostanti un rumore concitato di passi, come di corsa. In breve spuntarono dal bosco una decina di uomini, scarponi infangati e logori ai piedi, abiti dalle fogge diverse, come raffazzonati da mani premurose di donne, che avevano approntato in fretta indumenti atti a proteggerli alla meglio dal freddo e dalle intemperie della montagna. Portavano armi, fucili per lo più, mitra alcuni, pochi. Quando arrivarono allo scoperto corsero con più fretta, alla ricerca di un nuovo riparo, e intanto guardavano intorno per vedere se ci fossero segni di pericolo. Si accorsero dei nostri che stavano nei pressi del fiume, li raggiunsero. Timore e fermezza da parte di Silvio che si mise dinanzi agli altri, ma quelli non mostrarono al loro avvicinarsi segni di minacce, anzi ancora lontani facevano gesti con le mani come a invitarli a nascondersi. Quando furono da presso gridarono: “abbiamo i tedeschi alle spalle, dobbiamo nasconderci, non vi fate trovare qui, è pericoloso anche per voi!” Insieme raggiunsero un boschetto e una volta al riparo aggiunsero: “stanno facendo una rappresaglia, venite con noi, non ci devono trovare! Decisero di raggiungere il fiume che in quel tratto era abbastanza profondo da ricoprirli oltre la cintola e dunque anche interamente per il tempo necessario, in caso di emergenza. Presero a percorrerlo sulla riva destra, in senso contrario alla corrente, in direzione di Nocera. Sembrò una scelta felice quella del fiume, perché sulle rive cresceva una folta vegetazione che dopo una trentina di metri non permetteva di procedere. All’udire le voci dei tedeschi avvicinarsi, si tolsero gran parte dei vestiti, li caricarono avvoltolati a mo’ di massaie di un tempo sulla testa, sopra gli abiti le armi, con la mano che schiacciava il tutto e si immersero nell’acqua continuando a procedere per allontanarsi più velocemente possibile dalla radura dove stavano dilagando i soldati. In silenzio procedevano lungo il fiume, si udiva solo lo sciabordio dell’acqua. Poi, prima impercettibili e via via più distinte, si udirono le voci dei tedeschi che si avvicinavano. Il gruppo dei fuggitivi si raccolse in prossimità della riva, uno di loro prese gli abiti e le armi e li mise in una buca del terreno che ricoprì con foglie e sabbia. Quindi velocemente rientrò in acqua e insieme agli altri vi si acquattò fino ad immergersi quasi completamente, in prossimità del bordo del fiume. I militari, intorno ad una trentina di individui si erano sparpagliati nella radura, indossavano la divisa grigio-verde della Wehrmacht, tutti giovani, alcuni quasi imberbi, determinati nell’atteggiamento e nel vociare tra di loro, come mossi dal dovere di svolgere al meglio la funzione loro assegnata. Loro e tutti i camerati distaccati in Italia si trovavano ad operare in una terra ostile, dopo una dubbiosa fratellanza mai assimilata, frutto della volontà politica dei governanti, non sentimento di popolo che aveva subito e inflitto lutti nella passata guerra. Queste truppe dislocate nella penisola per combattere gli alleati, dovevano dunque guardarsi dalla gente, divisa tra la fedeltà al vecchio alleato protettore della neonata Repubblica Sociale Italiana e l’adesione agli appelli del re e di Badoglio passati al nemico di ieri. I militari germanici pur nella teutonica, acritica, assoluta, pratica del dovere, provavano sentimenti che andavano dalla paura per la loro vita, alla rabbia verso gli italiani traditori, e ne facevano spietati esecutori di rappresaglie, quando si prestava loro il fianco con azioni di guerriglia, o attentati. Alcuni entrarono nella stazione ferroviaria, altri controllarono la chiesa con le abitazioni annesse, gli anfratti e i boschi intorno. Un gruppetto si avvicinò al fiume, iniziò a percorrerlo lungo le sponde, chi verso valle, chi in direzione dei nostri. Penetrarono nella fitta vegetazione che ricopriva la riva, ma dopo pochi metri si fermarono per l’impossibilità di procedere. Si sarebbe trattato di immergersi nel fiume se avessero voluto seguitare la perlustrazione. Confabularono tra di loro…. I nostri con il cuore in mano aspettavano…… Al richiamo imperioso del loro comandante che dirigeva le operazioni da un luogo in prossimità della chiesa, i soldati desistettero e si ritirarono. I nostri al momento erano salvi. Tutta la pattuglia si raccolse davanti la chiesa, in formazione raggiunse la strada soprastante dove li attendevano dei mezzi blindati e dei camion. I nostri erano rimasti immersi nell’acqua fredda e all’affievolirsi del vociare dei tedeschi, e all’udire il rumore dei motori in allontanamento, presero a riemergere cautamente, ormai intirizziti per la temperatura e l’immobilità. Progressivamente riguadagnarono la riva del fiume, raccolsero gli abiti e le armi, alla bene e meglio asciugarono i loro corpi e i vestiti con cui erano entrati in acqua e ricompostisi, prudentemente si affacciarono nella radura lasciata deserta dai tedeschi, di cui non c’era più traccia. Zeno fu l’ultimo a uscire dall’acqua, aveva approfittato della immersione nel fiume per esplorare le buche negli anfratti del greto, un antico modo di pescare che i ragazzi del paese e lui con loro, praticavano nel fiume Chiascio. Si catturavano lucci, trote e altri pesci, che arricchivano il pranzo di famiglie numerose, sapientemente cucinato da mamme angeliche, custodi della vita. Una bella dose di proteine nobili, quel pesce, in tempi in cui la carne era privilegio delle classi abbienti, poche persone in ogni comunità. Zeno uscì con il ricco bottino, sarebbe servito anche per festeggiare lo scampato pericolo. Verso Nocera, lungo la valle del Topino Nel frattempo discussero tra di loro e convennero di allontanarsi da quel luogo e prendere per Nocera, percorrendo il bordo orientale del fiume, quello protetto dal bosco che dalla collina arrivava a lambire l’acqua. Si misero in marcia e i nuovi presero a raccontare ai nostri quanto era accaduto in quei giorni sulla montagna. Quello che avevano vissuto pochi istanti prima era la coda di un rastrellamento che era iniziato nei giorni precedenti sulla montagna, nei pressi di Annifo e dei paesi limitrofi di Cariè, Colle Croce, Sorifa, Mosciano. Sembra che fossero stati uccisi dei soldati tedeschi la settimana precedente, ad opera di partigiani guidati dagli slavi, fuggiti dal campo di Colfiorito. La notizia non era certa, forse fatta circolare ad arte per giustificare la rappresaglia messa in atto. Fatto sta che i tedeschi erano dilagati sulla montagna folignate in forze e c’erano andati di mezzo tutti quei giovani uomini che avevano incontrato nel loro percorso. Non tutti partigiani, gente per lo più di Nocera e dei paesi vicini, ma anche di Foligno. Catturati li avevano concentrati nella piazzetta di Collecroce. Altri erano riusciti a fuggire nei boschi o come loro in pianura in prossimità del Topino. Quelli raccolti nella piazzetta furono fucilati, circa una ventina, in gran parte partigiani appartenenti alla IV brigata Garibaldi. Altri catturati nei boschi e sulle strade, ignari di tutto, semplici contadini o boscaioli, furono chi uccisi, chi avviati ad un campo di concentramento, destinazione finale fabbriche e campi di lavoro in Germania. Il gruppo di uomini proseguiva guardingo lungo la riva del fiume nella folta vegetazione. Quando il corso d’acqua si allontanava dagli alberi e si faceva più scoperto, loro avanzavano nel fitto del bosco, avendo sempre come riferimento il rumore dell’acqua. Seguendolo, anche senza vedere il Topino, avrebbero raggiunto Nocera Scalo. Lì il fiume raccoglieva le acque del Caldognola, un torrente che prendeva origine nel territorio di Gualdo Tadino e dopo aver ricevuto nel suo alveo le acque del Rio Fergia si congiungeva con il Topino a Nocera scalo, un semplice raggruppamento di case sorte in prossimità della stazione ferroviaria e della canonica. L’ampia vallata del loro cammino era delimitata a sinistra dagli ultimi contrafforti del monte Subasio e a destra da rilievi che annunciavano le retrostanti vette della catena appenninica non ancora visibile dal fondo valle. Sarebbe apparsa in tutta la sua magnificenza non appena scollinata l’altura di Nocera. In quel momento, e non era più così lontano il tempo e la distanza, i nostri si sarebbero commossi alla visione del monte Cucco, la montagna più alta di quel tratto di Appennini, che sovrastava il loro paese posto ai suoi piedi. Il grande massiccio, nel vederli, avrebbe mandato un richiamo, come un suono di tono, e nelle sue grandi caverne viscerali si sarebbe formato un nuovo obelisco calcareo, accanto ai tanti che avevano celebrato il ritorno al paese dei figli dispersi nel mondo. Avrebbe annunciato la fine del viaggio, il ritorno a casa. Procedevano, si erano lasciati alle spalle Valtopina il capoluogo della vallata, e ai lati sulle colline circostanti scorrevano come un presepio le frazioni che si affacciavano sulla valle. Dall’alto avevano osservato la storia trascorsa e ora quella attuale. Il fiume, la strada consolare, la ferrovia ne raccontavano il fluire. Loro, le frazioni, no. Residuali testimonianze di insediamenti antichi, di quando le incursioni barbariche avevano spinto la popolazione ad abbandonare la pianura. Le rocche e i bastioni ancora in piedi,erano segni di una vita che un tempo si era spostata in alto per resistere alla violenza dopo la fine della pax romana, come stava accadendo in quelle settimane per la gente di quel territorio e di quello di Foligno che si accingevano a sfollare nei paesi di montagna per non perire sotto i bombardamenti alleati delle città e le violenze dei tedeschi. Procedevano e si lasciavano alle spalle, in alto sulle colline, Balciano, Postignano, Giove, Poggio, Ponte Rio, Col Folignate. Apparivano con la punta delle rocche non ancora dirute e con una vita che si percepiva continuare a scorrere, residuale economia montana, fatta di pascoli e boschi per le necessità degli animali e dell’uomo. Di lì a poco tutta quella vita sarebbe lentamente scomparsa, a causa di un abbandono maldestramente vicariato da attività ricettive per ricchi borghesi attirati da una farlocca riscoperta di valori antichi. Stavano percorrendo un tragitto di circa quindici chilometri da Pieve Fanonica a Nocera scalo. La strada era in lieve salita, quel tanto che permetteva di raggiungere i cinquecento metri del colle di Nocera, a partire dai duecento di Foligno. Il sole era alto nel cielo, quando arrivarono in prossimità della canonica di Nocera scalo. Era fine mattino, il mondo intorno splendente e meraviglioso dava letizia ai cuori, comunicava messaggi di positività. Non c’era nessuno in giro, uscirono allo scoperto e presero a camminare a ridosso del fiume che li portò presso un gruppo di case dal nome di Case Basse. Un gruppo di abitazioni sotto il rilievo collinare su cui, incombente sull’abitato, si ergeva la rocca con la parte più antica della città di Nocera, degradante da lì verso Occidente ad incontrare la Flaminia moderna che ne costeggiava la porta d’ingresso. Mura possenti da tutti i lati cingevano la città, ma di queste ce se ne accorgeva solo in prossimità, da lontano la città emergeva alla vista tra le colline intorno per lo svettare in cielo della parte alta della torre civica chiamata dai nocerini il Campanaccio e del campanile accanto della chiesa di S. Rinaldo. Case basse era un insediamento antico, sorto lungo la primitiva consolare, ora borgo minimale, da quando la strada era stata spostata dal fondo valle dove scorreva il fiume, un po’ più in alto per raggiungere la Nocera dei Longobardi sorta sul colle omonimo, una volta distrutta dai Goti di Alarico la Nuceria Camellaria dei romani, posta accanto al fiume. Città importante Nocera sin dal tempo degli Umbri che la chiamavano Noukria, poi importante colonia romana. Il termine camellaria designava il nome dei fondatori della città: Camers o Camerinesi. Studiosi di cose antiche in particolare il tedesco Radke come riportato da Monsignor Sigismondi, storico locale, attestavano che il termine ha a che fare con la città di Camerino e aggiungono che la prima Flaminia andava a Camerino da Nocera per raggiungere Senigallia che era abitata dai Galli Senoni. Ma questa roba non ci interessa per la nostra storia, è roba astrusa, infatti più prosaicamente altri ritengono che il termine designasse la fiorente attività di fabbricazione delle camelle, le ciotole in dotazione ai legionari, che lì venivano prodotte. Nocera era punto di snodo viario, con la prosecuzione verso Fano di quello che divenne il tragitto ufficiale della Flaminia e con la diramazione verso Ancona con il nome di strada Septempedana, che attraversate le località di Dubios, Prolaqueum, e Semptempeda (l’attuale S. Severino) raggiungeva Ancona. Il Municipio con il cristianesimo religione di stato divenne diocesi importante sin dal IV-V secolo d.C. Serviva un vasto territorio che si estendeva sino alle Marche e sede da allora di un seminario contiguo alla cattedrale di S. Rinaldo, il patrono martire della città. Successivamente Guastaldato del Ducato longobardo di Spoleto, poi dominio dei Trinci signori di Foligno, infine parte dei domini della Chiesa. Anche a Case Basse nessuno in giro. Si fermarono a bere ad una fontana. Era acqua naturale minerale che Bisleri aveva convogliato lì per il benessere della gente, piccola parte di quella che imbottigliava poco sopra nello stabilimento che prelevava l’acqua da una delle sorgenti dell’acqua preziosissima che non aveva salvato da morte Francesco, ma nei secoli aveva comunque portato benessere a moltitudini di sofferenti che a quelle fonti erano accorsi come lui per una domanda di salute. La sosta alla fontana doveva essere necessariamente breve, avevano avuto fortuna sino a quel momento, ma non sapevano se i tedeschi fossero ancora in giro. Certamente non potevano entrare in città con il rischio di trovarvi un presidio di tedeschi o fascisti, quanto meno di carabinieri. Occorreva per i fuggiaschi trovare un riparo sicuro per far decantare la cosa e poi tornare sui monti. Per i nostri la cosa era diversa, ma in qualche modo si erano coinvolti in quella storia e per il momento sentivano che per la loro sicurezza dovevano condividere le decisioni di coloro. In quel pensare e parlare, tornò alla mente di Zeno e Silvio quel ragazzo, studente di Medicina, Domenico Ettorre, conosciuto sul treno e separatosi da loro alla stazione di S. Oreste. In quell’occasione aveva parlato dello zio vescovo mandato a Nocera, lontano da Roma, dalle gerarchie ecclesiastiche per soddisfare una richiesta del regime, al quale la posizione antifascista del presule non andava giù. Dunque si poteva far appello a quei sentimenti per una ospitalità di qualche giorno per coloro scampati al rastrellamento. E forse anche per loro. Era un tentativo da fare. Arrivare all’Episcopio senza farsi vedere non era impossibile, si trattava di proseguire lungo l’antica consolare, fatti un centinaio di metri si distaccava dalla strada uno stretto viottolo che scalava la roccia dove si ergeva la torre e il campanile con accanto l’episcopio e il seminario diocesano. Lo aveva riportato alla memoria Silvio, che anni prima aveva lavorato in un cantiere per la manutenzione del seminario e ricordava quel sentiero che lui e gli altri operai percorrevano nella pausa del pranzo, per raggiungere la fontana dove consumavano il pasto del giorno. Dunque si trattava di raggiungere il vescovado, una o al massimo due persone per prendere contatto, con gli altri ad attendere da basso. I due non potevano che essere Zeno e Silvio che conoscevano il ragazzo. Si disposero ad andare mentre gli altri si allontanarono dalla strada e riguadagnarono il bosco vicino. I due si avviarono parlottando tra di loro, un pensiero di disappunto diventava parole che si scambiavano l’un l’altro sulla medesima riga di spartito. Avevano fatto male a tirare fuori quella possibilità di un ricovero nell’episcopio.? Anche se gli avvenimenti della mattina li avevano portati a condividere il destino degli altri, con i quali per altro sentivano un’affinità, quanto meno per motivi politici, e l’essere fuggiti con loro li aveva salvati da un incontro con i tedeschi, ora in un momento di assenza di pericolo immediato, avvertivano tutta la perplessità di continuare a condividere con quelli le tappe successive della vicenda. Non c’entravano nulla con la riferita uccisione dei militari germanici, causa del rastrellamento, erano in prossimità del loro paese, il viaggio era andato fin lì bene, stavano per raggiungere le famiglie che avevano bisogno di loro. Ora compromettere tutto per condividere la sorte di coloro…… Intanto erano arrivati al viottolo che prendeva origine dal tratto di strada dove si affacciava una bella villa in stile liberty assolutamente dissonante con le case della zona. Era in prossimità dello stabilimento dell’acqua minerale, pensarono potesse essere di Bisleri, se ancora vivo, o dei suoi eredi. L’erta salita su cui s’impegnarono tolse lucidità alle determinazioni logiche della pianura, fece prevalere le ragioni del cuore che li portò a pensare meno a sé stessi e più agli altri. Quei ragazzi sbandati avevano bisogno di aiuto e loro potevano darglielo con la missione che avevano intrapreso, se avesse avuto successo.
Al seminario di Nocera
Arrivarono sulla minuscola spianata dove si ergeva la torre. L’occupava per gran parte il basamento del monumento, sul davanti una staccionata faceva del luogo una straordinaria terrazza aperta sulla vallata: la vista spaziava su un tripudio di colori autunnali che le foglie cangianti dei boschi donavano a chi avesse avuto animo e tempo per guardare. La bellezza della natura non esiste di per sé, occorre un’anima, una mente, un corpo che sappia recepirla ed apprezzarla come tale. Prevede una componente innata e una costruita dall’educazione. La percezione immediata del bello sembrerebbe la più veritiera e quella frutto dell’educazione la più fallace, perché guidata, quasi imposta da chi si arroga il diritto di sentenziare, ma alla fine la cosa si risolve con il metro della autenticità del sentire, che rende mutevole, personale, il giudizio del bello. E comunque si vedeva in lontananza sino a Valtopina e al centro della vallata il fiume, la strada e la ferrovia, insieme alla linea immaginaria del percorso che avevano fatto seguendo il limitare dei boschi in prossimità del fiume. Dalla piazzola dove si trovavano, uno svincolo conduceva in una piazza in discesa che proseguiva tra due file di edifici a formare una via che si portava nella parte bassa della città, sino a terminare in prossimità della porta principale dell’abitato. Persone e anche uomini in divisa giravano da basso. Loro, affacciatisi sulla piazza trovarono da un lato l’ingresso alla cattedrale, dall’altro quello al vescovado. In prossimità non c’era nessuno. Veloci fecero i quattro passi che li portarono sino al portone dell’episcopio e tirarono la corda di un campano posto all’interno che rispose con un suono basso come ovattato. Ebbero timore che non fosse sentito e ripeterono il gesto. Rumore di passi veloci e il portone si aprì. Un giovinetto non ancora adolescente si affacciò e sorridente li fece entrare nel cortile. Affabile e nel contempo autoritario il ragazzo chiese cosa volessero e come per presentarsi e rivendicare il ruolo e l’importanza della funzione, aggiunse: mi chiamo Germano Mancini, sono un aspirante seminarista, qui per studiare e ho l’incarico di rispondere a chi suona alla porta, far entrare chi appare come persona per bene, e rifiutare l’ingresso a coloro che non mi sembrano a posto. Vi ho guardato dallo spioncino, ecco perché non ho aperto al primo rintocco, il tempo è servito per giudicarvi, dopo ho deciso di aprire. Dunque cosa volete? Parlava con l’autorevolezza di una persona adulta e anche con una appropriatezza di linguaggio singolare per la sua età. I nostri chiesero al ragazzo di poter parlare con il vescovo e chiesero se lui fosse a conoscenza di un giovane che loro avevano conosciuto alcuni giorni prima. Anche lui, come loro, in viaggio da Roma a Nocera, lui diretto lì dallo zio vescovo. Forse era arrivato o era ancora in viaggio, loro non sapevano. Germano rispose: “devo sentire padre Sigismondi che sovraintende al Seminario e funge anche da segretario del vescovo”. Se ne andò oltre una porta che dal cortile immetteva in un lungo corridoio di cui non si vedeva la fine. Loro si posero nell’attesa in quel luogo chiuso dominato dall’alto dalla grande mole della Torraccia e più discosto dalla guglia del campanile. Il tempo era mite, gli abiti indosso ormai asciutti, loro presentabili nell’aspetto, ove fossero ricevuti dal vescovo. Non parlavano, né pensieri incalzanti muovevano la coscienza, aspettavano. Quello che c’era da dire lo avevano stabilito, si trattava di trovare le parole giuste, poi sarebbe andata come doveva, non erano angustiati dal risultato. In fondo pensavano che per loro e Davide il fallimento dell’impresa non sarebbe stata drammatica, riconquistata l’autonomia, avrebbero trovato il modo per proseguire il viaggio. La coscienza era tranquilla, stavano cercando di aiutare coloro, più non potevano fare. Il cortile era circondato da alte mura su cui si aprivano finestre che inondavano di luce le camerate e le aule dei seminaristi, dei veri o presunti aspiranti. Se ne sentiva il vociare, chi sa, se in un momento di sosta dei loro studi, o per insegnanti tolleranti. Si, il seminario era un luogo dove si studiava per diventare preti, per vocazione o più spesso perché figli di famiglie povere che non potevano offrire prospettive rosee di futuro. La carriera ecclesiastica dava una certezza economica, magari misera se si finiva in parrocchie sperdute di montagna, oppure più dignitosa, quando non privilegiata se si andava avanti nella carriera a ricoprire ruoli importanti. Ma c’era anche un’altra ragione: il sistema scolastico statale era ancora esclusivo, con i licei e le università frequentati prevalentemente dai rampolli delle classi abbienti. Le classi popolari essendo destinate a lavori manuali, l’unica possibilità, per questi di accedere agli studi superiori la davano i seminari. Dunque molti ragazzi, dopo le scuole elementari erano mandati in seminario, vi trascorrevano tre anni per completare il primo ciclo di studi, alcuni proseguivano nel ciclo successivo, poi al momento di iniziare il percorso finale che li avrebbe portati al sacerdozio, tornavano a casa. Gli insegnati preti per combattere questo costume avevano iniziato a sottoporre gli allievi ad una confessione dove chiedevano loro di dichiarare se erano lì per farsi preti o per studiare. Ove avessero detto il falso, sarebbero incorsi in peccato mortale e la pena poteva arrivare sino alla scomunica, oltre ad incorrere nel giudizio di Dio. La maggior parte cadeva, così di fatto l’escamotage di andare in seminario per studiare si fermava al primo ciclo di studi. Mentre loro erano lì in attesa che qualcuno si facesse vivo, da basso gli altri, riconquistato il bosco, attendevano l’esito della missione dei due. Nell’attesa ragionavano sul da farsi, se le cose non fossero andate come speravano. Sarebbe occorso riconquistare la montagna, sperando nel progressivo esaurimento del rastrellamento tedesco, e comunque trovare il percorso meno battuto non era cosa semplice. Tra tutti Davide aveva stabilito un feeling con uno dei fuggiaschi, sin da quando si erano immersi nel fiume dove se l’era trovato casualmente accanto, poi aveva camminato accanto e si erano parlati. L’altro si chiamava Samuele, anche lui di famiglia ebraica, la comune origine favoriva la conoscenza e l’intesa. Così si raccontarono, Davide del suo viaggio da Rodi e Samuele del suo da Pitigliano, il paese della sua famiglia. Era Pitigliano un borgo della maremma toscana in provincia di Grosseto, ospitava una comunità ebraica numerosa con tanto di sinagoga, quasi eccessiva per quel piccolo borgo, e la cosa la faceva indicare come la piccola Gerusalemme. Dopo le leggi razziali per evitare pericoli la famiglia si era trasferito a Roma, presso parenti in una casa del ghetto che appariva luogo sicuro, quasi un’oasi, perché si pensava che la vicinanza con il Vaticano conferiva una sorta di protezione da parte del Papa. Non sarebbe andata così, ma intanto lì con altri giovani, come lui arrivati da fuori, meno con quelli del ghetto, si erano avvicinati ad elementi gentili dell’antifascismo, Con costoro dopo l’otto settembre avevano deciso di andare in montagna per confluire nelle formazioni partigiane. La decisione era stata avversata dalla famiglia, dai parenti e dai conoscenti del ghetto. Era opinione comune tra gli ebrei romani che nessuno li avrebbe toccati, per via del Papa e per essere stati, molti, sinceri sostenitori del fascismo, quando non ex combattenti, magari decorati ed invalidi della grande guerra. No nessuno li avrebbe toccati, lo aveva detto anche Israel Zolli rabbino di Roma in quegli anni che aveva stretto un rapporto con Papa Pio XII, ottenendo promessa di asilo per gli ebrei romani in caso di necessità, cosa che avvenne e che forse fu concausa della sua conversione al cattolicesimo a guerra finita. E poi, proprio in quel torno di tempo accadeva che ebrei francesi entravano clandestinamente in Italia per sfuggire ai tedeschi e ai francesi di Vichy. Miglior prova di questa? Ma tutto questo non fermò il gruppo di giovani tra cui Samuele che presero la via della montagna per scampare il pericolo e di più per combattere contro i persecutori del popolo ebraico. Un gruppo di giovani ebrei che intendevano coinvolgere altri ebrei fuggiaschi per formare quella che poi effettivamente divenne la brigata ebraica. Avevano tratto ispirazione da quanto era successo alcuni mesi prima nel ghetto di Varsavia dove al comando di Mordecai Anielewicz gli ebrei si erano ribellati ai tedeschi ingaggiando una lotta che li fece resistere per un mese, nella speranza di un aiuto dalle truppe sovietiche che si trovavano alle porte di Varsavia, e che invece non intervennero. Samuele era stato distaccato in Umbria con la IV brigata Garibaldi. Raccontò a Davide i particolari del rastrellamento tedesco e della strage che ne era seguita nella piazza di Colle Croce e lo invitò ad unirsi a loro. Davide non rispose, ma il silenzio era dovuto alla enormità di quella proposta, avrebbe voluto rispondere subito di no, che lui non si era mai interessato di politica, che anzi i suoi erano stati favorevoli al fascismo, che lui era diretto dai parenti ad Ancona, che quello era il motivo del viaggio. Ma rimase in silenzio, non disse nulla, qualcosa in quell’invito lo prendeva, la simpatia per l’altro che sentiva già amico lo spingeva a riflettere. Cominciò a pensare che in fondo la destinazione Ancona a raggiungere parenti lontani a lui sconosciuti non era stata mai così attraente, tanto che all’inizio si era opposto all’invito pressante dei suoi, alla fine si era lasciato convincere, ma in quell’assenso c’era il fascino di una cosa nuova, di un’avventura che la sua età legittimava. E poco lo interessava la sicurezza dai pericoli della guerra che quella lontana città di mare sull’Adriatico, e soprattutto la protezione da parte dei parenti potevano procurargli. Se era il desiderio di avventura che lo interessava, cosa meglio della vita clandestina sui monti? Non aveva motivazioni politiche o desiderio di combattere o fare l’eroe, al momento, però gli accenni che Samuele aveva fatto non li avvertiva sbagliati e poi c’era un altro pensiero che lo spingeva a rimanere in silenzio, a prendere tempo, a riflettere. Se avesse aderito all’invito non si sarebbe allontanato da quel territorio, forse avrebbe potuto tornare a Strettura da lei. Tornò Germano con padre Sigismondi e con loro un giovane seminarista che rivelò nei tratti del volto i caratteri del compagno di viaggio conosciuto alla stazione di S. Oreste, anche lui sceso dal treno. Si era lui, Domenico Ettore. Si salutarono, si raccontarono il viaggio di entrambi da quando si erano lasciati sino a quel momento. Anche per lui era stato soprattutto marcia e qualche mezzo di fortuna. Infine lo zio vescovo lo aveva accolto con stupore e preoccupazione e con lui si era trovato d’accordo nell’evitare in tutti i modi l’arruolamento nell’esercito di Salò, la copertura temporanea e precaria di seminarista lasciava il tempo per meditare sul da farsi. Sperava nell’avanzata degli alleati che gli avrebbe consentito di tornare a Roma per riprendere gli studi. Terminati i convenevoli il presunto seminarista si fece rispettosamente di lato e il prete che nel frattempo li aveva guardati con cura e si era fatto la convinzione di persone per bene, in accordo alla primitiva impressione di Germano, chiese loro cosa volessero dal vescovo. Loro dissero di coloro che aspettavano da basso e come la speranza di un aiuto di sua eccellenza poteva essere la salvezza per quegli scampati al pericolo di perdere la vita o in alternativa di essere portati in Germania. Don Sigismondi rimase in silenzio come di chi stesse meditando sulle parole ascoltate. Lo stato d’animo si era mosso a compassione per quei fuggiaschi che attendevano nel bosco. Come collaboratore e confidente di sua eccellenza non poteva avere sentimenti ed idee diversi in quanto ad appoggio al regime, e poi il clamore del rastrellamento con tutti quei morti fucilati nel paese di Colle Croce aveva avuto una grande eco nel seminario e in città. Si temeva per i sopravvissuti, di questi, molti erano di Nocera o dei paesi limitrofi. Dunque pensò a come poter aiutare coloro, in sicurezza senza far correre pericoli al seminario e al vescovo. Gli venne in mente del complesso alberghiero di Bagni, una struttura ricettiva per gente bisognosa di cure termali localizzata sulla strada che da Nocera portava ad Annifo in alto, verso la piana di Colfiorito. Nelle settimane precedenti aveva acquisito benemerenze presso i tedeschi perché aveva dato ospitalità ad alcuni ufficiali affetti da malattia renale. Il comandante della piazza era un colonnello della Wehrmacht, un austriaco cattolico. Era stato lui a presentarsi al vescovo per chiedere ospitalità per i suoi ufficiali malati nella struttura termale di proprietà e gestione della Chiesa. Questi aveva acconsentito mettendo a disposizione la struttura alberghiera. Ora, guariti quelli e tornati al Corpo dopo mille ringraziamenti, il luogo era pressoché deserto con il personale ridotto al minimo, l’indispensabile perché la struttura rimanesse aperta e non si deteriorasse in attesa di tempi migliori. Il segretario pensò che per alcuni giorni coloro potevano rifugiarsi lì. Per la precedente disponibilità a prendersi cura dei tedeschi malati, c’era da sperare che il luogo non sarebbe stato attenzionato in modo negativo dai militari e comunque si diceva che l’azione repressiva era in via di conclusione, e il luogo era in montagna. Dunque appariva come un buon rifugio, e con la dovuta attenzione, al minimo cenno di pericolo i fuggiaschi avrebbero potuto agevolmente conquistare i boschi limitrofi. Parlò, e senza scoprire i suoi pensieri disse loro che avrebbe portato la loro supplica al Vescovo. In cuor suo sapeva che colui si sarebbe trovato d’accordo e avrebbe dato il suo assenso. Se ne andò anche Domenico dopo un caloroso saluto e un augurio per il prosieguo del viaggio. Il vescovo, come monsignor Sigismondi pensava, dette il suo assenso, incaricando il segretario di organizzare la cosa con la massima cura in ogni dettaglio, in modo che non trapelasse nulla all’esterno e sventare così pericoli anche che per la comunità ecclesiale. Dunque tornò nel cortile e comunicò la decisione ai due. Raccomandò che quelli da basso, informati del progetto, rimanessero nascosti. Alle prime luci della sera lui avrebbe mandato un suo uomo, esperto conoscitore dei sentieri della zona, che li avrebbe portati sino a Bagni. Lì l’uomo avrebbe dato al personale ulteriori istruzioni alle quali anche i fuggiaschi si sarebbero dovuti attenere con scrupolo per la loro salvezza e la incolumità di tutti. Aggiunse che insieme alla risposta positiva all’aiuto richiesto, dovevano portare la benedizione del vescovo a coloro e la raccomandazione di comportarsi da buoni cristiani soprattutto in quel tempo travagliato. Per quanto riguardava loro due il vescovo aveva deciso che insieme al loro compagno di viaggio avrebbero potuto trascorrere la notte nel seminario e poi alle luci dell’alba riprendere il cammino. La notizia li riempì di gioia per il successo della missione volta alla salvezza di coloro, e per la inaspettata ospitalità notturna in un luogo sicuro e al coperto. Germano li accompagnò al portone che rinchiuse dietro di loro.
Ripercorsero velocemente la strada che li aveva portati al vescovado e ritrovarono i compagni in attesa inquieta per il risultato della missione. Fu comunicata e accolta con misurate ovazioni, in accordo a quanto raccomandato circa il comportamento da tenere, defilato e prudente. Nel frattempo Davide aveva continuato a rimuginare, indeciso sul da farsi. Samuele lo aveva lascato ai suoi pensieri, non era più intervenuto, nessuna pressione. L’invito era stato fatto, non era opportuno andare oltre. In fondo si era conosciuti solo alcune ore prima, al di là di una simpatia immediata e della comune appartenenza etnica non c’era altro. Dunque lo aveva lasciato ai suoi pensieri, non si era più curato di lui, quasi si era dimenticato di quanto si erano detti. Non era così per Davide, sentiva che il colloquio gli aveva scatenato un subbuglio dentro, che non era facile districare. Aveva chiari in testa i pericoli e il buio di una scelta che lo avrebbero portato sui monti a combattere contro i tedeschi e gli italiani di Salò, o al meglio a fuggire da loro per non farsi prendere. Non sentiva in sé una motivazione politica come altri del gruppo, avvertiva solo in parte la solidarietà con i confratelli giudei, dei quali si cominciavano a conoscere le sofferenze nei paesi d’Europa occupati dai tedeschi. Sarebbe stato certamente più sicuro arrivare ad Ancona dai parenti che lo attendevano. Erano costoro inseriti da sempre nella comunità cittadina, i genitori gli avevano parlato di protezioni delle quali godevano, per effetto anche della loro solidità finanziaria. D’altra parte si sapeva che quella variabile, anche dinanzi ad un aumento della persecuzione, poteva valere un lasciapassare o addirittura la possibilità di restarsene nel proprio luogo di residenza. Si sapeva di famiglie ebree che grazie al loro patrimonio non avevano avuto a temere, salvi dalle persecuzioni inflitte agli altri ebrei. Un caso famoso, che si sarebbe conosciuto a guerra finita, era stato quello della famiglia Wittgenstein a Vienna. Gente importante, imprenditori nel settore siderurgico, con l’ultima generazione composta da un filosofo e matematico emigrato per tempo in Inghilterra e un pianista privo dell’arto superiore destro, perso sul fronte orientale della grande guerra, riparato negli Stati Uniti. Per lui musicisti prestigiosi composero musica per pianoforte per una sola mano, e poté continuare la sua carriera di pianista. Sempre lui, che alla morte del padre era diventato il capo della grande famiglia, pagò una cifra colossale per ottenere il permesso per due sorelle di continuare a soggiornare nella grande casa di Vienna, senza dover temere nulla a causa delle leggi razziali. Ancona, le antiche case del ghetto, la montagna, le armi, i tedeschi, salotti eleganti, abiti caldi, freddo, notti all’addiaccio, scontri armati.. Immagini si affollavano nella testa di Davide, diverse, contrastanti, tenebrose o suadenti. Generavano confusione, incapacità di annodarle in un filo che portasse ad una conclusione, ad una determinazione, ad una scelta. Poi tra tutte, come un soccorso, una pausa nell’affanno della ragione, quella figura di donna, le morbidezze anfrattuose del suo corpo, aderente per un attimo al suo. Forse l’avrebbe potuta rivedere, forse il marito non sarebbe tornato. Provò un senso di colpa. Continuò a camminare silenzioso tra gli alberi del bosco, lontano dagli altri, anche da Silvio e Zeno che stavano ancora raccomandando il comportamento da tenere nel prosieguo, come suggerito dal vicario vescovile. Infine si fermò, una determinazione sul viso aveva preso il posto dell’incertezza di prima, la si leggeva da una piega delle guance che sapeva di sollievo, quasi di gioia, come di chi vede la luce alla fine di un tunnel. Raggiunse Samuele, “vengo con te” gli disse. L’altro non rispose, ebbe solo un sorriso sul volto che sapeva di approvazione e di promessa che si sarebbe preso cura di lui, come un fratello maggiore. Poi Davide si diresse verso i due compagni di viaggio, che avevano visto il colloquio con preoccupata curiosità. Comunicò loro la decisione, non senza un velo di titubanza. Si trattava di salutarli per porre fine al viaggio che avevano intrapreso insieme alcuni giorni prima. Avvertì che lasciarli gli procurava dentro come un dolore, segno del legame che si era creato in quel poco tempo. Ripensò a quella sera, da solo, nella locanda di Sassacci, avvilito, con una punta di disperazione. Poi erano arrivati e a loro aveva raccontato di sé ed era stata come una liberazione dopo tutto il silenzio che lo aveva accompagnato dalla partenza da Rodi. Era stato come trovare sulla strada una nuova famiglia, si era sentito protetto, gli avrebbe consentito, nei giorni a seguire, di guardare il mondo intorno, di provare emozioni e sentimenti nuovi, che altrimenti da solo sarebbero stati schiacciati dalle necessità del viaggio. Quei cinque giorni insieme avevano consumato un tempo lungo come una vita, ne erano successe di cose, pericoli, emozioni, turbamenti. Sentiva che una nuova consapevolezza di sé si era andata formando nel suo animo, come l’aver superato una soglia. L’aspettava un nuovo viaggio accanto a Samuele, pieno di pericoli e di nuove certezze da conquistare, ma sentiva nel corpo e nella mente l’energia per intraprenderlo. Silvio ebbe un sorriso paterno, preoccupato ma consapevole che non si doveva dire niente, né dissuaderlo né incoraggiarlo. Zeno fu più turbato, più grande di Davide di dieci anni, ormai uomo con una famiglia che l’attendeva in paese, ma non così tanto istituzionalizzato da non sentire i richiami della giovinezza. Aveva portato quelle armi con sé, per difesa personale in caso di necessità? Si, ma forse non solo. C’era l’annuncio di una lotta in divenire per le contrade d’Italia. L’aveva causata la guerra tra gli alleati da un lato e i tedeschi e la Repubblica fascista dall’altro. Il popolo subiva come sempre nell’attesa che quella nuova piaga passasse prima possibile, che finisse presto, comunque. Questo è il sentimento della gente dinanzi al pericolo. Le scelte ideali, gli schieramenti, si fanno dopo, a cose fatte e spesso secondo la convenienza. Ma lui, pur figlio del popolo, era ancora giovane e la voglia di schierarsi per le idee nelle quali si era sempre riconosciuto era presente. Forse portava con sé quelle armi, ancorché contrario alla violenza, perché in quel tempo di violenza occorrevano per difendere quelle idee. Il contraltare era il paese che l’attendeva con la vecchia famiglia e soprattutto quella nuova, una moglie e un figlio, e con loro un futuro da costruire. Già nella sosta a Vescia il parente Edmondo gli aveva prospettato le possibilità di impresa in città a Foligno su cui c’erano avvisaglie di prossimi bombardamenti. A guerra finita, comunque, ci sarebbe stata la necessità di una nuova e importante attività edilizia, e per loro, professionisti del settore, sarebbe stata una propizia occasione di lavoro. Il dissidio tra la realtà della sua condizione e la fantasia di una gioventù non del tutto trascorsa, conflisse improvvisamente, dopo una presenza discreta, mai esplosa nelle settimane precedenti. La decisione di Davide era stata il detonatore. La voglia di condividere la scelta, contro la necessità di proseguire il viaggio con Silvio, era una lacerazione che pretendeva di essere immediatamente ricomposta, non c’era più tempo. Nella mente il turbamento di quel primo mattino a S. Marcello, come una preghiera, e con esso l’immagine di Tarquinio, il figlio di quattro anni che l’attendeva. Sì, doveva tornare in paese, avrebbe fatto la sua parte in altro modo. Prese dal pastrano le armi e le consegnò a Davide, fu come un testimone che si passava ad un giovane adepto, come una affiliazione. Consegnava con le armi anche il patrimonio di valori sociali, politici, ideologici che erano suoi e della famiglia. Al giovane, ignaro di politica, avrebbe indicato il campo per cui combattere……… Zeno e Silvio gli si fecero più da presso e l’abbraccio fu come una benedizione. Poi salutarono gli altri con un gesto della mano e volsero i loro passi sul sentiero che li avrebbe riportati nei pressi del “Campanaccio o Torraccia” come i nocerini chiamavano la torre civica. Dalla sommità Pietro di Rasiglia aveva delittuosamente precipitato la moglie Orsolina, donna gentile legata da amore a Niccolò Trinci. Gelosia e vendetta che si ammantano di bellezza. Nel volgere di poche ore Messer Pietro aveva giustiziato la donna e i fratelli del potente signore di Foligno, Corrado Trinci. Oltre Pietro, mal ne incolse al padre Pasquale, ignaro dei fatti, le cui membra furono appese alle sporgenze di palazzo Trinci in prossimità della piazza di Foligno e lasciate lì per giorni a futura memoria. Suonarono la campanella del portone e il solerte Germano che sapeva del loro ritorno, si affrettò ad aprire. Non ci furono altri convenevoli, era stato stabilito quanto doveva farsi, quindi furono accompagnati in una stanzetta contigua al dormitorio dei seminaristi, era la prima di un lungo corridoio in fondo al quale era ubicato un locale adibito a luogo per i bisogni corporali. Data l’ora, con la sera che era scesa sul paese e lambiva con la sua ombra l’Acropoli fu detto loro che di lì ad una mezz’ora dovevano raggiungere nel piano sottostante il refettorio dove avrebbero mangiato insieme agli altri. Nella stanza due brande, un tavolo, una sedia. La finestra della stanzetta era sormontata da un grande crocifisso ligneo che troneggiava sulla parete. Una presenza assoluta per le sue dimensioni in confronto con quelle della stanza. Avevano messo il pastrano e lo zaino su un lato di ciascuna branda e sedevano ognuno sull’altro lato guardando fuori della finestra lo spettacolo magico della sera. Lo sguardo catturava ad occidente l’ultimo chiarore del cielo, qualche stria rossastra tardava a scomparire dietro il profilo delle colline che chiudevano da quel lato la vallata del Topino. Silvio appariva stanco, se avesse potuto scegliere si sarebbe steso sulla branda per recuperare energie, ma non poteva, dovevano scendere per il pasto. Zeno era come preso da pensieri che non c’entravano con le incombenze della giornata e del viaggio. Quel crocifisso sulla parete sopra di lui, di nuovo, come poco prima salutando Davide, gli aveva trasmesso un turbamento come nella chiesa di S. Marcello a Roma. Complice la luce di quel tramonto dolcissimo che penetrava nella stanzetta sempre più debolmente e trasformava il languore iniziale in tenebroso sgomento. La famiglia che l’attendeva, la guerra intorno, il lavoro da reinventare, gli ideali politici, queste cose e tutto il resto che riempivano la mente e l’azione dei giorni della vita, svanivano dinanzi al mistero di quell’uomo inchiodato sulla croce. Dicevano che era morto a quel modo perché i carnefici intendevano proporlo come ammonimento al popolo che lo aveva esaltato negli anni del suo peregrinare per le strade di Palestina. Dicevano poi che era risorto, che aveva sconfitto la morte per lui e per tutti gli uomini di prima, di allora, di sempre. Ci sarebbe stato un tempo, alla fine, che tutti si sarebbe ritrovati con lui nella città di Dio, uniti dall’amore universale che aveva creato il mondo. Si scosse da quei pensieri, provò un senso di fastidio, come l’essersi abbandonato a debolezze della mente che si accompagnano a quelle del corpo quando si è stanchi e provati. Ma di nuovo intuì che non sarebbero spariti e si sarebbero ripresentati per richiedere risposte che non sarebbero potute venire dalla sua mente. Ma quelle domande inevase tenevano socchiusa una porta da cui improvvisamente, forse nell’ultimo momento, avrebbe visto irrompere una luce accecante che era la risposta. Era ora di andare, si alzarono dalla branda, uscirono dalla stanza richiudendo la porta dietro di loro, scesero al piano di sotto. Il refettorio era una grande stanzone rettangolare con due lunghi tavoloni posti a ridosso delle pareti da cui erano separati da uno spazio sul quale erano allineate una serie di panche occupate dai seminaristi. Suppellettili essenziali sui tavoli, un piatto, posate, un bicchiere, con intervallate caraffe d’acqua. Entrarono nel refettorio da una porta che si apriva sul lato corto della stanza, l’altro, nella parte opposta, era occupato da un tavolo rialzato, occupato dal rettore del seminario, contornato da altri quattro sacerdoti, due per lato. Su quel lato si aprivano due porte che servivano una per l’accesso e l’uscita, l’altra per comunicare con la cucina limitrofa. Il rettore fece loro un cenno con la mano, era l’invito ad attraversare la sala per raggiungere il tavolo del comando. Con un certo imbarazzo passarono in mezzo alle due file di ragazzi che li guardarono incuriositi e con accenni di riso subito annichiliti dalla disciplina del posto. Fu indicato loro un posto dove sedersi in cima al tavolone di sinistra, in prossimità del tavolo dei religiosi. Ad un successivo cenno del rettore tutti si alzarono in piedi e loro con gli altri. Il segno della croce e furono recitate preghiere. Zeno e Silvio accennarono con le mani e le labbra a seguire gli altri, poi tutti tornarono a sedersi e dal vano della cucina entrò un sacerdote con un grembiule sopra l’abito talare che lo trasformava nel cuoco che era la funzione a cui era stato assegnato. Trasportava un carrellone fumante di cibo che riempiva di odori l’ambiente. Iniziò dal tavolo dei sacerdoti, continuò con i nostri, poi scivolò lungo le il tavolone dei seminaristi. Con un ramaiolo versò nelle scodelle un brodo scuro nel quale galleggiavano rari tralci di carne. Per completare la manovra occorse diverso tempo, alla fine quando fu completata, il rettore invitò a cominciare il pasto e rivolse uno sguardo ai due che sapeva di accoglienza e piacere per la loro presenza. Il liquido caldo fumante scendeva lungo l’esofago a riscaldare lo stomaco e tutto il corpo, il benessere che ne veniva sembrava un ringraziamento a chi aveva saputo procurare quel sollievo. Il brodo con passate di vegetali e tracce di carne erano un lusso per quei tempi. Per loro reduci da un cibo spesso all’asciutto e precario dei giorni precedenti, più di un lusso. A Zeno venne da pensare che le suggestioni religiose cui aveva cominciato a non essere più estraneo, una volta calate nella realtà diventavano anche istituzioni come quel seminario. Significavano un tetto, del cibo per i custodi della fede, come era stato un tempo per i leviti del popolo ebraico, e in quel momento per tutti quei ragazzi che forse a casa non avrebbero avuto la certezza di quel cibo. Ancora di più e addirittura come missione lo stato laico doveva fare. E bisognava ammettere che qualcosa si era messo in piedi. Ne erano testimonianza le colonie estive per i figli del popolo, oltre ad altre cose. Per non parlare della recente bonifica delle paludi pontine, che aveva sottratto alla miseria, alla malaria e alla morte i disgraziati contadini di quei latifondi che nascevano, lavoravano, morivano dopo una breve vita in quell’inferno. Il pasto non durò a lungo, si udivano rumori da parte dei seminaristi, come tentativi abortiti e coartati di lasciar libero corso alle pulsioni dell’età a causa dello sguardo severo dei sacerdoti, ma non così terrifico da inibire del tutto i lazzi e i risi dell’innocenza. In qualche modo segnarono il tempo della preghiera di ringraziamento al Signore per il cibo ricevuto e della benedizione che avrebbe disposto le anime al riposo notturno. I nostri fecero un accenno d’inchino rivolto al tavolo dove sedevano il rettore e i sacerdoti. E attraversato di nuovo il salone, tornarono al piano superiore per rientrare nella loro stanza. Silenzio intorno che li avvolse per tutta la notte, e favorì il sonno sino al riprendere della vita all’alba con il chiarore del cielo e i rumori che venivano dalle stanze dei seminaristi. Si svegliarono, allargarono le braccia come un rimettere in funzione gli ingranaggi ferrosi del corpo, stropicciarono gli occhi quasi a prepararli alla luce del giorno incombente, poi a turno raggiunsero il bagno in fondo al corridoio per lavare il viso e altri bisogni corporali. In quell’attraversare il corridoio crebbero i segni del risveglio dei seminaristi che come loro si accingevano ad iniziare la giornata. Costoro rientrati in camera avrebbero rassettato le loro cose, si sarebbero vestiti per raggiungere la cappella ad intonare le lodi mattutine al Signore, poi ci sarebbe stata la colazione e dopo sarebbe iniziata la giornata di studio e preparazione dello spirito all’incontro con Dio. Anche i nostri rassettarono la stanza, poi presero le loro cose e chiusa la porta alle spalle scesero le scale per raggiungere il cortile. La sensazione di benessere che il sonno riparatore e l’accoglienza ricevuta avevano infuso in loro cominciò a dissolversi al pensiero di come affrontare gli ultimi venticinque chilometri che li avrebbero riportati a casa. La gioia per la fine del viaggio, l’abbraccio con i loro cariche il desiderio rendeva prossimo, si attenuavano sino a scomparire al pensiero di qualche imprevisto e pericolo. Ora si trattava di vedere quale opportunità si sarebbe aperta una volta usciti sulla strada, dovevano cercarla e si auguravano che il caso venisse in loro soccorso. La marcia lungo la consolare o per i campi in caso di necessità, come avevano fatto sino ad allora, era scelta probabile e di necessità. Ma ora, arrivati alla conclusione del viaggio, rifuggivano dall’idea di incappare lungo il tragitto, ad un passo da casa, in qualcosa che avrebbe vanificato tutto. Un nuovo incontro con i tedeschi, o i militari di Salò, che avrebbero chiesto e……. Arrivarono in cortile e con grande meraviglia trovarono Domenico che li attendeva. Disse che il vescovo li salutava e che era stato felice di dar loro ospitalità. Compresero che nell’accoglienza ricevuta c’era stato lui, il compagno di viaggio sul treno della linea Roma-Viterbo. La cosa li fece riflettere sull’importanza anche utilitaristica degli incontri se si ha una propensione di apertura verso il prossimo. Quel desinare sul tavolo di pietra alla stazione di S. Oreste, un incontro che si era consumato nel volgere di un tempo limitato, aveva comunque creato un legame che li aveva soccorsi nel momento del bisogno. Oltre l’accoglienza, Domenico aggiunse che aveva un’altra buona notizia per loro. Tra non molto sarebbe arrivato il padre di un seminarista di Sigillo a riprendere il figlio che aveva bisogno di una convalescenza a casa dopo un brutto episodio febbrile occorso la settimana precedente. Probabilmente un’influenza particolarmente violenta che negli ultimi giorni si era attenuata, ma i genitori, d’accordo con il rettore, preferivano farlo vedere dal dottore del paese, il dott. Gaudenzi che era pediatra oltra ad essere il medico condotto del paese, anzi l’unico specialista della zona con pazienti che venivano anche da Fabriano nelle Marche. Domenico raccomandò di non muoversi dal cortile e presentarsi a colui che a momenti doveva arrivare e che probabilmente conoscevano essendo del loro paese, quindi prese congedo salutandoli affettuosamente. C’era una panchina in un angolo del cortile, si sedettero lì in attesa. L’aria fredda, non ancora percorsa dai raggi del sole che indugiava dietro il monte Pennino, pungeva sul volto e sulle mani e procurava una sensazione di malessere a tutto il corpo, come se tardasse ad adattarsi ai rigori dell’inverno incipiente. Si coprirono con i pastrani, tirarono fuori dalle sacche del pane e companatico, residui delle provviste fornite loro dai parenti di Vescia e mangiarono. Da sempre per la gente del popolo il cibo oltre che sostentamento era anche medicina in assenza di altro. Poi si alzarono dalla panchina e camminarono per il cortile. L’aria cominciò a riscaldarsi e il corpo pure, grazie anche al movimento e al cibo. Si sentirono meglio e tornarono a sedersi. Non avevano curiosità di indovinare chi potesse essere il compaesano in arrivo, certamente per possedere un’automobile, doveva essere uno dei “signori” del paese. Solo gli Agostinelli, i Fantozzi, i Damiani, i Bartoletti e pochi altri potevano permettersi un’automobile, dunque se avessero voluto impegnarsi, tra quelli avrebbero dovuto cercare. Magari in quel disinteresse c’era anche la contrapposizione sociale, l’appartenenza ideologica, la non frequentazione, pur in un clima di rapporti corretti e civili, escluso un episodio di prima della grande guerra quando Umberto insieme al compagno Tarquinio Parbuoni e forse uno degli Oleandri avevano assaltato un deposito di grano degli Agostinelli in un anno di carestia per darlo al popolo. Tutto si risolse bene e non ci furono strascichi. Non dovettero attendere a lungo, si sentì il suono della campana d’ingresso, videro Germano correre ad aprire senza le formalità che aveva usato con loro, segno che quel qualcuno che era alla porta era atteso. Preceduto da colpi di tosse catarrosa, tipica dei grandi fumatori, entrò il “Sor Vittorio Fantozzi”. Era costui un uomo sui quarant’anni tarchiato, con un viso pieno, leggermente obeso, pochi capelli pettinati all’indietro, ben vestito, ma dava l’impressione che gli abiti non venivano dismessi nel suo andare in campagna, così che ne mostravano l’uso improprio, con sgualciture e usura. I lavori della azienda agraria erano la principale occupazione delle sue giornate, accanto alla cura della Lancia Aprilia 1500 con cui si cimentava in gare regionali e nazionali accanto all’amico Lallo nella veste di meccanico. Entrato nel cortile con l’immancabile sigaretta stretta tradita gialle di nicotina si accorse di loro e fece un cenno come a chiedere cosa ci facessero lì. Silvio e Zeno si alzarono per salutarlo. Usarono deferenza dignitosa com’era costume antico e ora rinforzato dalla necessità di dover chiedere, che se c’è la motivazione giusta è virtù dell’età matura. Per altro la deferenza quando non il servilismo è atteggiamento consueto delle classi inferiori nei confronti di quelle che hanno potere e denaro. È un mezzo di sopravvivenza a volte, altre di riconoscimento di qualità superiori e/o di fortuna o ancora di grazia divina com’è nel pensiero della Riforma, infine di ascensione sociale. Scomparsa l’aristocrazia e ridimensionati l’influenza e il potere del clero, era la borghesia, la classe dominante, non così compiutamente come nei paesi anglosassoni, ma in via di grande sviluppo anche da noi. Dall’altra parte le classi operaia e contadina a Sigillo come altrove costituivano la maggioranza del popolo: della prima facevano parte i Paci che insieme agli altri di quella classe vivevano nelle case del paese, la seconda sopravviveva nei casolari della campagna. E ad una borghesia imprenditoriale e latifondista appartenevano i Fantozzi e gli Agostinelli, le due famiglie strettamente imparentate tra loro, che avevano vasti possedimenti terrieri in quel tratto di campagna dell’alta Umbria attraversata dalla via Flaminia, che va dalla zona di Gualdo Tadino sino al valico di Scheggia. Accanto all’agricoltura, l’allevamento degli animali, lo sfruttamento dei boschi, le riserve di caccia, le due famiglie erano impegnate in attività imprenditoriali di grande respiro su scala nazionale. Tra tutte il traforo della galleria del Sempione, un’opera per quei tempi colossale, iniziata nel 1898 e portata a termine nel 1905. Vi aveva lavorato a vario titolo tutto il paese, maestranze composte di minatori, carpentieri, falegnami, ragazzi come portatori d’acqua per le necessità dei lavoratori che lavoravano in gallerie con la temperatura che in certi tratti arrivava a cinquanta gradi. Ne venne una grande guadagno che portò benessere al popolo e ricchezza alle due famiglie impresarie. Fu impiegata per incrementare e modernizzare le proprietà terriere, per acquisire proprietà immobiliari anche al di fuori dell’Umbria, come nel caso di un palazzo a Roma in via del Corso da parte dei Fantozzi, e anche per consentire negli anni a venire scelleratezze dei rampolli con dilapidamento del patrimonio. I Paci avevano fatto qualche lavoro in paese per loro come muratori, ma pur nell’ambito di un rispetto reciproco, loro erano classe operaia e i Fantozzi con i loro pari erano signori borghesi. Diversa sostanza economica e finanziaria, diversa cultura, diverse storie familiari. E se non bastasse loro socialisti e quelli liberali o fascisti. A conferma, un Agostinelli era podestà del paese, Umberto Paci era il riconosciuto capo del partito Socialista, e a lui sarebbe stata intitolata la sede una volta scomparso. “Buongiorno Sor Vittorio, ci hanno detto che sarebbe venuto a prendere suo figlio Carlo per riportarlo a casa. Allora abbiamo aspettato per chiederle se ci usava la cortesia di un passaggio. Stiamo tornando da Roma con mezzi di fortuna e per noi poter tornare con lei sarebbe il massimo. Lei è persona conosciuta e di rispetto, con quello che sta succedendo in giro ci eviterebbe i pericoli della strada e di brutti incontri e corriere e treni sono ancor meno sicuri. Dissero così, calcando le parole sul prestigio dell’uomo, e sui pericoli del viaggio. In questo raccomandarsi curarono con l’atteggiamento del viso di non perdere in dignità e quando terminarono di parlare ebbero la sensazione di esserci riusciti. Non avevano confidenza con quell’uomo ma in fondo era un paesano, e non aveva mai dato negli anni dimostrazioni di faziosità o assunto atteggiamenti o manifestato comportamenti spocchiosi e tanto meno violenti. E poi si trattava di tornare a casa dalle persone amate, ci stava anche una domanda d’aiuto a chiunque potesse darlo. Il Fantozzi attaccato alla sua perenne sigaretta, ognuna accesa con il mozzicone di quella in via di estinzione, ascoltava. “Ma certo” rispose “ci mancherebbe altro che non dò un passaggio a due compaesani senza mezzi, sulla via di casa! Ci mancherebbe! Dovete avere pazienza qualche minuto perché devo andare a prendere Carlo, sapete, quel mio figlio, il maggiore, che si è preso una brutta influenza e lo voglio far vedere dal dott. Gaudenzi, ché mi fido solo di lui. Aspettatemi qui” Aspettarono, dopo dieci minuti, come aveva detto, ricomparve con accanto il figlio Carlo, un ragazzo di una decina di anni che portava una sacca che il padre provvide a caricarsi sulle spalle. Probabilmente c’erano gli indumenti e forse i libri del giovane seminarista. Loro si fecero avanti per liberarlo del peso ma colui rifiutò. D’altra parte nella sua attività di lavoro nell’azienda agricola non disdegnava di salire sui trattori o altre manualità, oltre ad organizzare il lavoro dei contadini, girando per i vari casolari che formavano la grande tenuta. Per la campagna non usava la bella Aprilia, riservata ai giri nei giorni di festa e per le gare, impiegava un furgoncino Fiat più adatto alla funzione. E usciti dal seminario quello si trovarono davanti parcheggiato in prossimità del portone del seminario. Grande soddisfazione dei nostri che una volta seduti dietro sarebbero apparsi operai di quel signore. Si trattava se ce ne fosse stato bisogno di un salvacondotto, nessuno avrebbe chiesto niente al sor Vittorio, un signore conosciuto e allineato con le autorità. Anche i partigiani della zona, che non avevano dato sino ad allora segno di sé, tanto da farne dubitare la presenza, non avrebbero avuto niente da dire. Per loro in caso di necessità, un casolare nascosto si poteva sempre trovare! Dunque Vittorio e Carlo davanti nell’abitacolo e Silvio e Zeno dietro nel cassone all’aperto. Carlo era il figlio maggiore avrà avuto sui 10-11 anni, i nostri lo ricordavano in giro per il paese a giocare con i ragazzini della sua età. Tranquillo, pacioso, forse la sua presenza in seminario non era solo per studiare, ché la famiglia avrebbe avuto i mezzi per mandarlo a studiare a Roma dove possedevano la casa di via del Corso e dove altri giovani dei Fantozzi e degli Agostinelli avevano e avrebbero studiato. La maggior parte presso un collegio religioso il San Giuseppe De Merode frequentato dalla Roma bene. No, forse in lui c’era una vocazione religiosa che ci poteva stare con il suo carattere mite, inconsueto nei tratti genetici della famiglia. D’altra parte avere un figlio sacerdote, magari inserito nella carriera ecclesiastica, ci poteva stare con l’adesione non solo formale agli insegnamenti della Chiesa ed era ancora un titolo d’onore in una regione che fino a non molti decenni prima aveva come massima magistratura non un Savoia, ma il Papa Re. In paese ce n’era un altro, uno dei dieci figli del notaio Francesco Bartoletti, si chiamava Domenico. Sacerdote da circa un decennio sembrava avviato alla carriera, studi in istituti religiosi romani e incarichi presso il seminario di Nocera e in quello regionale di Assisi lo accreditavano come candidato quanto meno di una sede vescovile, magari quella di Nocera dato il suo attaccamento alla famiglia e a Sigillo. Gli intimi sapevano che lui non ambiva a niente oltre la carica di parroco del suo paese, ma non lo diceva pubblicamente per rispetto alle ambizioni della famiglia, in particolare della madre Benedetta Chemi appartenente alla famiglia più importante del vicino paese di Costacciaro. Lasciano Nocera alla volta di Sigillo Vittorio mise in moto il furgone ma non ingranò subito la marcia, gli era venuto il pensiero che quei due dietro sul cassone, con l’aria ancora fredda sarebbero stati male. Chi sa, si sarebbero potuti buscare un malanno come quello per cui era venuto a riprendersi il figlio. Tanta delicatezza del sentire poteva apparire sorprendente in un uomo che non era conosciuto per questi tratti del carattere, né ci stava con l’estraneità di coloro dal suo giro di contatti e amicizie. Si poteva pensare che dati i tempi, acquisire benemerenze presso classi sociali che avevano dalla loro consistenza numerica e aspettative di rivolgimento sociale, poteva essere un buon investimento. Più semplicemente sarà stato un atto di carità cristiana: uscivano da un seminario, il figlio era seminarista, e lui in fondo non era così male. Comunque sia scese dall’abitacolo di guida, salì sul cassone, e rivolto a loro che si erano accomodati a ridosso della parete posteriore della cabina con il bagaglio alle spalle e il pastrano a coprirsi dall’aria fredda, disse: Vedete in quell’angolo? C’è il tendone del cassone, aiutatemi a srotolarlo, ché lo posiamo sopra il traliccio di metallo, lo ancoriamo ai bordi e così coperti sentirete meno freddo e starete meglio. Loro, sorpresi e preoccupati al suo apparire, senza dire nulla, si misero all’operacon animo grato e in poco tempo la manovra fu compiuta. Non ebbero nemmeno il tempo di ringraziarlo, ché Vittorio scese, rientrò in cabina, ingranò la marcia e partì. Loro ancora increduli per l’accaduto, ebbero pensieri e parole di saggezza intorno alla opportunità di non avere pregiudizi nei confronti degli altri. I fatti erano la cartina di tornasole che si incaricava di fare giustizia. Così per Il sor Vittorio che era sempre apparso un burbero incurante degli altri. Non solo aveva dato loro un passaggio per molti versi salvifico, ma aveva avuto anche compassione del loro disagio e si era adoperato a mitigarlo. “Grazie Sor Vittorio” dissero con il cuore anche se lui non sentiva. Il furgone dalla rocca prese giù per la via principale dell’abitato, la percorse sino ad oltrepassare la porta che si apriva in basso sulla cinta muraria, e che dava accesso ad una piazza, cuore pulsante della città. Esercizi commerciali, luoghi di ristoro, giardinetti pubblici con il monumento in ricordo della grande guerra, la banca, l’ambulatorio del medico condotto, il mercato. Tutto questo e altro sfilarono davanti gli occhi di Silvio e Zeno che guardavano da un pertugio del tendone sollevato. Lessero con sgomento il lungo elenco dei caduti della grande guerra che era stato scolpito sui quattro lati del monumento su cui si ergeva un combattente fiero e impavido. Il dolore, la follia, la ferocia, il denaro, l’apocalisse cui si tentava di attribuire una nobiltà, un senso, con il volto fiero ed austero del giovane combattente. Un tentativo maldestro di conforto per il popolo a cui erano stati sottratti i figli, i mariti, i padri, vittime sacrificali al dio della guerra. Attraversata la piazza uscirono da un’altra porta, questa più recente rispetto all’altra di epoca medioevale e raggiunsero la via Flaminia che correva di lato. Voltarono a destra nella direzione di Fano come indicava l’insegna. Dopo una curva la strada diventò subito un’aspra salita a cui i Nocerini avevano dato nome di salita del picchio. Metteva a dura prova i motori dei mezzi che vi si impegnavano con gran rumore di ingranaggi. Per questo era diventata per i contadini della zona un mezzo di guadagno, soprattutto nei mesi invernali quando la neve rendeva impossibile il transito. Allora comparivano i buoi che invece che all’aratro erano attaccati con delle corde alle vetture che venivano trasportate in cima. Per la verità oltre l’azione caritatevole ma retribuita dei contadini, secoli addietro la salita del picchio ospitava meno caritatevoli personaggi che taglieggiavano i malcapitati viaggiatori. Il più famoso, assurto alle cronache del tempo e la cui fama perdura sino ad oggi era stato il brigante Cinicchia. Raggiunta la sommità della salita la strada cominciò a scendere altrettanto rapidamente per entrare in una lunga vallata che si chiudeva dopo circa quaranta chilometri con il valico di Scheggia. Dalla sommità del Picchio la si poteva vedere tutta. Ed era un bel vedere! Imponente, a destra si ergeva la catena degli Appennini che sino ad allora, venendo da Roma si poteva solo intuire, coperta dai contrafforti via via degradanti verso il mare Tirreno. Ora appariva invece maestosa nella sua interezza, distendersi in direzione nord-ovest con le due punte oltre i millecinquecento metri del monte Cucco e del Catria, quest’ultimo leggermente defilato e nascosto. Ma il Cucco lo si vedeva tutto e lo videro i nostri ed ebbero un moto di commozione, Sigillo era ai suoi piedi, stavano arrivando a casa! Boschi lungo i fianchi delle montagne, da sempre riserva di legna per i bisogni della gente, ora di più con la guerra che costringeva a ricorrere alle risorse locali: carbonaie, aree disboscate per farci terreno agricolo o per il pascolo degli animali. A sinistra una linea ininterrotta di colline delimitava la vallata, oltre c’era il territorio dell’eugubino. Tra gli Appennini a destra e la catena collinare a sinistra si stendeva una pianura coltivata, irrigata da piccoli corsi d’acqua che scendevano dai rilievi, di questi il maggiore era il fiume Chiascio e subito dopo il Caldognola che si univa con il Topino all’altezza di Nocera, più avanti nei pressi di Scheggia il fiume Sentino, che attraversati gli Appennini nella gola del Corno confluiva nel fiume Esino e con questo raggiungeva l’Adriatico. Casolari sparsi lungo la pianura per il lavoro nei campi, abitati da famiglie di contadini legati da sempre nei secoli alla terra da un contratto di mezzadria con il proprietario terriero. Questi forniva le abitazioni, gli attrezzi, e quanto altro necessario per il lavoro, e i contadini la mano d’opera di tutta la famiglia che viveva nei casolari. Il ricavato veniva diviso equamente tra le due parti. Per i grandi proprietari il rapporto era gestito da un intermediario, il fattore. Gli appezzamenti di terra affidati al mezzadro si chiamavano poderi. Ce n’erano di grandi e ricchi e piccoli e miseri in quanto a resa delle coltivazioni. Da questo dipendeva la rendita del lavoro e l’agiatezza o la povertà dei contadini che vi lavoravano. Quando lo stato di miseria diventava intollerabile gli uomini per garantire il pane alla famiglia andavano a lavorare all’estero. Accadde particolarmente negli ultimi decenni dell’Ottocento e nei primi del Novecento e caratterizzò l’epopea dell’emigrazione di massa di italiani verso le Americhe e in parte nei paesi d’Europa. Li spingeva la certezza di un lavoro con la possibilità di mandare denaro a casa e la speranza di un ritorno con un gruzzolo consistente, oppure un progetto di vita nuova con le famiglie che li avrebbero raggiunti nel mondo nuovo, appena sistemati là. Successivamente il regime aveva grandemente frenato il fenomeno, con l’acquisizione delle colonie che aveva dirottato in Africa le masse contadine del meridione e del veneto, in parte impiegate anche nella bonifica di vasti territori paludosi metropolitani nella pianura pontina, nel territorio di Alghero, nel metapontino. Lo sviluppo industriale non ancora al passo con gli altri paesi, ma comunque implementato rispetto agli anni dei governi liberali aveva sottratto altra forza lavoro alle campagne. Anche la fascistizzazione della società e il regime autarchico avevano dato nuove opportunità di lavoro, nel quadro di un massiccio intervento dello stato nell’economia. Tutto questo aveva frenato la piaga dell’emigrazione, ma in quel territorio gli effetti erano ancora vivi. Si può dire che non c’era famiglia di quella comunità che non avesse congiunti in America. Di questi, alcuni, fatto un piccolo gruzzolo, erano tornati a casa, molti erano diventati americani e avevano richiamato la famiglia tagliando i ponti con il luogo d’origine. Rimaneva in loro la nostalgia e per alcuni prima di morire un viaggio per rivedere i luoghi e forse le persone di prima, ma spesso le persone non c’erano più e i luoghi cambiati. Così si recideva definitivamente l’ultimo legame. Tra coloro che erano tornati, di pochi si diceva che avevano fatto fortuna, la conferma era l’acquisto di uno o più poderi, secondo le possibilità, magari quelli dove loro stessi e i padri avevano lavorato come contadini. In America andavano a fare i minatori, poi i più intraprendenti lasciavano le mine, come chiamavano quel posto di lavoro, per gettarsi con la determinazione dei poveri in qualcuna delle infinite opportunità di impresa che la società americana proponeva. Così lentamente, da paria, com’erano considerati e trattati, al pari degli ex schiavi neri, o solo un po’ meglio per il colore della pelle, si erano affrancati dalla condizione iniziale, si erano fatti valere e avevano acquisito una migliore condizione sociale. Il fascismo con la benevolenza con la quale il mondo anglo-sassone lo aveva trattato all’inizio aveva aiutato il processo di emancipazione ed aveva aggiunto alla nostalgia della patria un’esaltazione dell’orgoglio nazionale. La testimonianza eclatante di ciò la si ebbe con il trionfo riservato al maresciallo Balbo con la sfilata sulla quinta strada tra un mare di gente, di suoni, di inni, di coriandoli colorati, di bandiere italiane e di gente nostra per strada e sulle finestre osannante. Il discorso che Italo Balbo rivolse agli italiani d’America, toccò le loro fibre più profonde, sembrò loro che lavasse via definitivamente il disprezzo, gli sfottò subiti per il modo di vivere, gli spaghetti, i vestiti, le processioni, le guapperie, e tutto il resto. Ma durò un tempo breve, l’alleanza di Mussolini con Hitler, le leggi razziali, la guerra dichiarata dall’Italia fece di nuovo guardare con sospetto la comunità italiana. Ci sarebbe voluto di nuovo del tempo per riprendere il cammino di integrazione. La Flaminia correva lungo la pianura, scavandosi come una traccia ai piedi degli Appennini, solo in qualche punto discostandosi verso la campagna. Attraversava tutti i centri abitati, paesi e cittadine sorti sul suo percorso. Dall’alto del valico del Picchio, come grani di un rosario, si potevano intravedere, alcuni nitidamente, altri più confusamente: Colle di Nocera, Gaifana, Rigali, Gualdo Tadino, Fossato di Vico, Purello, Sigillo, Scirca, Costacciaro, Villa Col dei Canali, e Scheggia da ultimo. Arrivati in fondo alla discesa, la strada prese un andamento pianeggiante, interrotto da salite e discese, che comunque, mantenevano la quota base di cinquecento metri che era l’altitudine di tutto l’altopiano, per crescere lentamente verso la fine sino a raggiungere i circa seicento metri del valico di Scheggia. Oltre, la Flaminia si sarebbe impegnata in una tormentata e pericolosa discesa, che in pochi chilometri realizzava un dislivello notevole sino a raggiungere l’assetto dolcemente collinare e poi pianeggiante delle province anconetana e pesarese delle Marche, procedenti in lievissima discesa sino a raggiungere, dopo circa settanta chilometri, lo zero altimetrico del mare Adriatico di Fano, la Fanum Fortunae dei romani. Il furgone procedeva veloce sui saliscendi della strada, con rumorosi cambi di marcia che segnavano le frequenti discese e salite in conformità alla natura e asperità del terreno. Asfalto sulla massicciata alternato a tratti di strada bianca, polverosa. Non si vedevano resti della romanità intorno, ma sarebbe bastato fermarsi ed esplorare con cura per trovare ponticelli e “chiavicotti” della primitiva costruzione su cui ancora passava la strada. Invece erano scomparse le pietre basaltiche, segno distintivo delle vie consolari, che ricoprivano la massicciata di terra, ghiaia, e mattoni frantumati, lì da duemila anni. Veloce andava il furgone, come sapesse che quel giorno aveva il compito di riportare a casa quei due che misuravano con ansia il tempo che li separava dai cari che li attendevano. Era come se quello stato d’animo si scaricasse sui pistoni nei cilindri d’acciaio che aumentavano l’andirivieni e con esso la velocità delle ruote. Un mistico direbbe che questa cosa può accadere quando il sentimento è forte e la posta in gioco importante. Comprenderla appartiene al mondo imperscrutabile della fede, di quella che è in grado di muovere le montagne, come sta scritto nel Vangelo (Matteo 17:20) e come diffondeva nella predicazione ai gentili San Paolo. Accade perché le opere dell’uomo vivono in empatia e simbiosi con l’umano, e come Dio ha messo un’anima nell’uomo quando lo ha creato, così l’uomo fa con le sue creature ed è così che anche lui partecipa alla creazione divina che si rinnova continuamente senza fine. Forse per questo le opere d’arte sublimi ci parlano di assoluto, di bellezza, di eternità. È l’anima dentro di esse che parla, che ha a che fare in una unione misteriosa con quella dell’uomo che le ha create e più in alto con quella di Dio. Un legame, una catena misteriosa e inconoscibile alla ragione che muove l’Universo “l’amor che muove il sole e l’altre stelle” (Paradiso XXXIII,145) Così e comunque il furgoncino FIAT 626 prendeva con grinta le curve e tirava fuori i cavalli residui dell’inesausto motore. Non si risparmiava dunque e i nostri sbalzavano sul cassone, ringraziando con occhi brillanti di gioiosa attesa. Trascorrevano i casolari della campagna intorno, i paesi, le case cantoniere, le fontane ai lati della strada, tutti sembravano salutare con sguardo benevolo i due viandanti abbarbicati sul cassone. Loro avevano scostato il tendone, quel tanto che permettesse di guardare fuori e rendersi conto di quando sarebbero arrivati in prossimità di Sigillo, il sole faceva capolino tra coltri di nubi che lasciavano cadere a tratti una leggera pioggerellina, non vento che avrebbe aggravato i rigori dell’incipiente inverno. Passarono sotto Colle posto in alto sulla montagna, sorpassarono il bivio con la strada Clementina, il collegamento voluto da Papa Clemente con il mare per l’approvvigionamento del sale. Entrarono dentro Gaifana, copiosa di acque calcaree che scendevano dall’Appennino, ricche di trote e altri pesci di fiume che la gente del posto allevava in vasconi. Sorpassarono Rigali, proseguirono alla volta di Gualdo Tadino.
A Gualdo Tadino
Carri lungo la strada trainati da buoi, altri da asini e scheletriti cavalli. Trasportavano cose della campagna e legna raccolta su in montagna per il fuoco dell’inverno. Incrociarono alcuni camion militari, poche vetture civili, l’autobus della linea Roma-Rimini diretto a Roma. La vita in qualche modo continuava, anche con la guerra alle porte che minacciava il suo annientamento. Perchè anche nella catastrofe più grande, la vita resiste e alla fine della buriana, riesplode, sorretta dalla speranza. Ma accanto alla vita che riemerge il male sconfitto non scompare, continuerà a pretendere sacrifici umani gettati nella fornace della storia dietro le insegne degli ismi di turno, inventati da qualcuno, dal suo desiderio di potenza. Conforta il pensiero che ci sarà sempre qualcuno vocato a custodire il senso della vita, l’inevitabilità del volgere delle stagioni, la certezza di una natura che è più forte di tutto. Qualcuno che tramanderà a quelli che verranno dopo, e così da sempre. Arrivarono a Gualdo. All’ingresso della città c’era una pattuglia di carabinieri che fece segno di fermarsi, il furgone rallentò ma coloro riconobbero Vittorio Fantozzi, salutarono e dissero di proseguire. Se c’era bisogno di una conferma sulla fortuna di quel trasporto sul furgoncino, eccola fornita!. Gualdo era un grosso paese con aspirazioni di città, anzi l’unica cittadina in quel tratto di mondo, a cui faceva inevitabile riferimento per i servizi vari tutta la comunità della vallata. C’era qualche scuola di livello superiore, l’istituto magistrale e il ginnasio, oltre le elementari presenti in tutti i paesi della zona. E poi l’ufficio delle Imposte e del Registro, un ufficio del catasto, studi notarili, alcuni grandi negozi di stoffe e di liquori, il palazzo sede della Gil, la gioventù italiana del littorio, insieme a numerose fabbriche di ceramica e di piastrelle, e c’era un moderno ospedale inaugurato nei primi anni del secolo. Il nucleo centrale dell’abitato giaceva adagiato sul primo rilievo della montagna, al limite della campagna sottostante dove sorgevano le fabbriche. Nel nucleo storico, case di fattezza medioevale, dominate dall’alto dalla fortezza di Federico II, di lato, fuori delle mura, l’Ospedale con l’aspetto di una grande villa signorile. Il centro antico, il castello di Federico, l’ospedale, le fabbriche, le istituzioni civili, facevano di Gualdo una cittadina moderna che conservava i segni di un passato importante. L’Ospedale in particolare serviva le persone del posto e quelle dei paesi di tutta la vallata, ed era merito imperituro della famiglia Calai che ne aveva fatto dono alla collettività. Una famiglia importante i Calai che aveva dato un prelato alla curia romana, monsignor Calai, l’artefice della costruzione dell’Ospedale. Ci lavorava in quegli anni, e ci avrebbe lavorato per tutto il resto della vita, un chirurgo brillante nato a Sigillo, compagno di scuola alle elementari di Zeno: si chiamava Roul Braccini. Zeno non ricordava se anche lui era andato in seminario per studiare o aveva fatto il liceo a Gubbio che per quei tempi era lusso di famiglie agiate che i Braccini non erano. In paese si diceva che era stato l’indefesso lavoro con l’ago e il filo della Bice, la mamma sarta, che alla fine ci aveva perso la vista, a permettergli gli studi liceali e poi la cosa incredibile dell’iscrizione alla scuola Normale di Pisa, dove andò a studiare Medicina. Fu bravo, si classificò primo all’esame di ammissione. La cosa gli dette l’accesso ad una borsa di studio con alloggio nel collegio, ma la retta prevedeva comunque un contributo da parte della famiglia. In paese si diceva che non bastando più il lavoro della Bice, era intervenuta una ragazza degli Agostinelli, innamorata pazza del bel Roul. Il fidanzamento aiutò l’andare avanti negli studi. Sembrava destinato ad una carriera prestigiosa Roul, ma complice il suo pessimo carattere se n’era tornato a casa, nonostante le offerte di rimanere a Pisa. Si mise a fare il chirurgo a Gualdo e si sposò. Però di fatto viveva in ospedale, non erano quelli, anni di orari, ferie o regolamenti sindacali. Si doveva stare sul pezzo e quando ci si allontanava, lasciare detto dove, per essere raggiunti. La fidanzata innamorata, diventò moglie insoddisfatta e se ne andò. Lui avrebbe continuato per tutta la vita a fare del bene alla gente, con un occhio di riguardo in più per i compaesani di Sigillo, e circondato dal rispetto, dalla considerazione e dall’affetto della gente, nonostante il caratteraccio. La sua casa, l’ospedale, con le monache ad aiutarlo in sala operatoria e in corsia e ad accudirlo nelle sue necessità di uomo solo. Dopo la pensione il ritorno a Sigillo. Giorno dopo giorno, considerazione, rispetto e affetto scemarono. Da solo a gestire i pochi anni della vecchiaia. Al caffè gli altri non lo fecero più giocare perché si addormentava sulle carte. Allora si metteva a guardare quelli che giocavano, seduto su di una sedia, di lato. Quando si addormentava qualcuno gli faceva scherzi irriguardosi. Infine tornò a morire nel suo ospedale. Tra i chirurghi avrebbe trovato un figlio di Zeno che lo trattò come il padre che non aveva più. Ma tutto questo doveva ancora accadere, per intanto il chirurgo Roul passava le mattinate ad operare stomaci, fegati, ernie e tutto quanto arrivava in ospedale bisognoso dell’arte delle sue mani. Vedendo l’Ospedale sfilare di lato al furgoncino, Zeno ebbe un pensiero per lui, e lo ricordò accanto, nel banco della scuola dell’ex convento dei frati agostiniani che lo stato aveva riconvertito in scuola elementare. L’antico legame si rendeva manifesto nelle occasioni di visita in paese di Roul per salutare le mamma e la sorella. In genere dava poca confidenza alla gente incontrata per strada o in piazza, ma non con Zeno. Se questi era tra gli altri, gli si avvicinava, lo traeva discosto per chiedergli di lui, della famiglia, del lavoro. Abbandonato Gualdo, proseguirono con la mole del monte Cucco sempre più incombente sopra di loro. Se ne vedeva la cima adorna di una croce di ferro che gli uomini di Sigillo avevano innalzato alcuni anni prima come segno di devozione. C’erano andati tutti anche quelli che avevano poco a che fare con la religione, guidati da Tobia che sin da bambino girava per il monte al seguito della madre a raccogliere legna, da cui il sostegno economico della famiglia. Sulla destra sfilarono la piccola frazione di Palazzo Mancinelli e sopra si cominciava ad intravedere la stazione ferroviaria di Fossato di Vico, posta in alto rispetto alla strada. Poi la linea ferrata si sarebbe definitivamente allontanata dalla consolare, deviando a destra per raggiungere in quota la galleria che le avrebbe fato attraversare gli Appennini e raggiungere la piana di Fabriano. Mentre la strada continuava piegando a sinistra per seguire l’andamento verso occidente della catena degli Appennini. Arrivarono in località Osteria del Gatto all’incrocio tra la Flaminia e la strada che da un lato collegava la consolare con Gubbio, dall’altro con il paese di Fossato, oltre il quale proseguiva sino al valico di Fabriano e da lì nella città marchigiana della carta. Gubbio era altra cosa da quel mondo che stavano attraversando, posta al di là delle colline che la nascondevano alla vista, con un dialetto già diverso, quasi un’altra etnia. I romani erano arrivati sin lì, vi avevano costruito un teatro per lo svago dei cittadini di Iguvium, come chiamarono la città umbra. Caduto l’impero diventò un comune medioevale, sempre minacciato di vassallaggio sotto la potente Perugia o sotto i duchi urbinati di Montefeltro che alternativamente se n’assunsero il dominio. Non per caso Federico era nato a Gubbio e vi aveva fatto costruire un palazzo ducale ad immagine di quello del capoluogo, con tanto di studiolo. E rimase Gubbio sotto il dominio di Urbino per circa due secoli sino al 1500, quando divenne definitivamente territorio pontificio. Allora fu di nuovo Umbria e dovette abbandonare la giurisdizione, sul territorio marchigiano, delle città di Cantiano e Pergola che erano state poste sotto il suo controllo. Ma qualcosa rimase di questa alterità che già era nelle Tavole Eugubine, lastre di piombo rinvenute nei tempi moderni dove, in lingua da un lato umbra e dall’altro latina, oltre a permettere di decifrare l’antica lingua e i costumi del popolo umbro, raccontano i litigi e le incomprensioni con i vicini, soprattutto con i gualdesi. Cosa che è rimasta intatta nei secoli, sino ad oggi. Una diversità che si conferma nella loro festa annuale dei Ceri quando tutto il popolo corre dietro al simulacro di enormi ceri che corrono dalla città su per la montagna a raggiungere la chiesa del patrono S. Ubaldo. Ma per statuto e impossibilità, dato il loro volume e l’angustia del percorso che non permetterebbe sorpassi, il primo dedicato a S. Ubaldo arriverà primo, il secondo di S. Giorgio sarà secondo, il terzo di S. Antonio terzo. Persino gli emigrati d’America fanno la festa e si racconta che anche gli eugubini sulle trincee della grande guerra nel giorno del 15 maggio, riuscivano a radunarsi magari solo per un attimo e confezionati rudimentali ceri celebravano la ricorrenza in mezzo alle granate austriache. Gli eugubini erano e sono anche questo e con distacco guardano dall’alto della loro piazza pensile, dai merli del palazzo dei consoli, o per i pochi fortunati, dalla torre che ospita il campanone, la terra d’Umbria che alcuni decenni fa ha dato alla città una sorta di riconoscimento della sua peculiarità ma anche rappresentatività con i tre ceri a simbolo della regione. E i campanari arroccati su trespoli sospesi nel vuoto, danno voce nei momenti topici della vita cittadina e in occasione di calamità ed eventi eccezionali, all’afflato comunardo che lega la sua gente. Ne racconta gli stati d’animo, colora di languore disperato la fine della festa del 15 maggio quando con toni gravi, interrotti da lunghe pause, saluta il calare del sole sui tetti delle case e rimanda all’esplosione di gioia del Maggio successivo. Veri interpreti della natura strampalata degli eugubini, i campanari, quando gli chiesero di organizzare un congresso di campanari di tutta Europa che volevano celebrare lì l’avvenimento per la fama che Gubbio aveva conquistato in quanto a campane e a bravura degli addetti, questi avevano risposto no! Alla fine dopo tante insistenze avevano ceduto inserendo una postilla che suonava così “va bene se sto congresso sa da fà el faremo, ma quelli de fori non ce li volemo.”
Osteria del Gatto erano quattro case, con una locanda per viaggiatori che aveva fuori un’insegna raffigurante un gatto da cui il nome del posto. La locanda sorta lì da tempo immemore e destinata a rimanere anche nella modernità con un nome che ne evocava la vetustà: Il Camino vecchio. Proseguirono, a destra sulle pendici della montagna, sfilava il paese di Fossato, si intravedeva il monastero delle agostiniane, che era elemento costante di tutti i paesi di quel tratto di Umbria, insieme ai conventi dei padri agostiniani. Sempre quell’Ordine, invece di quello di Francesco, prossimo come geografia e data di costituzione. Chi sa perché? Forse c’entrava l’essere passato di lì Agostino nel suo andare e tornare da Milano? Oppure una rivalsa verso Francesco che si era familiarizzato con Gubbio con quella faccenda del lupo, e non si era filato quei paesi che i nostri stavano attraversando? Comunque la questione fu risolta dai Savoia che soppressero in gran parte i conventi e lasciarono i monasteri, con le suore dedite alla cura delle giovani, e negli anni di cui parliamo ancora numerose, seppure sottoposte alla regola severa della clausura. Ma la Fossato che si stavano lasciando alle spalle non era l’antico insediamento romano che compare nelle mappe del periodo imperiale come la pteutingeriana, con il nome di Helvillum che era in pianura lungo la strada dove ora sorge il cimitero. Non a caso da lì prende origine uno stradino che sormonta un ponte di epoca repubblicana, tutto quello che resta dell’antico diverticolo per Fabriano nelle Marche, oggi sostituito dalla nuova strada e dalla ferrovia. Di Helvillum come di tutte le altre località sorte a ridosso della consolare, rimangono poche tracce. Gli insediamenti furono spostati verso la montagna per ragioni di sicurezza a difesa dai barbari.
Arrivarono nel piccolo paese del Purello, una frazione del Comune di Fossato. Sulla facciata di una casa una lapide ricordava le manovre militari alla presenza del re di alcuni decenni prima, in prossimità temporale con l’entrata in guerra voluta scelleratamente dal Savoia a fianco della Francia e dell’Inghilterra. Sorpassarono un ponte e in continuità con le ultime casa di Purello comparve la scritta: SIGILLO 490 m. s.l.m.
A Sigillo