Quei pomeriggi con i libri aperti sulla scrivania, senza voglia di leggere, o se si provava, le parole come segni neri incomprensibili sul bianco della pagina. Misi cose nella fiat 500 blu, quella con le maniglie ai lati dietro. Corsi a Perugia per raggiungere la camera che mi attendeva da alcune settimane, da quando era iniziato l’anno accademico. La salita per Casaglia, il Policlinico Monteluce, Via Faina, i palazzi della casa dello studente, nel secondo la mia camera di nuova assegnazione. Entrai, una camera fredda, il letto, un tavolo e due sedie. Misi a posto le mie cose, mi sedetti al tavolo e aprii un libro, ché era ancora presto per la cena alla mensa. Lentamente, via via ingravescente, un senso di estraneità. Insisto a scorrere le righe, fingo di appassionarmi al viaggio dello zucchero dentro le cellule, trasportato faticosamente dall’insulina che immagino come un Caronte, per dare appeal letterario a quella tragica sequenza di atti determinati. Niente, dall’estraneità ad un senso di oppressione e poi di angoscia, che attanaglia il cuore e la mente. L’unica salvezza nella fuga. Rimisi tutto nella sacca e il breve viaggio mi riportò a casa, a Foligno. Quando io ero via, mia madre nel fine pomeriggio, fatte le faccende di casa, per annegare la solitudine, si recava presso la famiglia amica dei Benigni. Andai a prenderla, felicità nel vedermi, senza dire parole. Tornammo a casa nostra, lei preparò la cena, muovendosi leggera come in una danza tra i fornelli, ero felice anch’io accanto a lei radiosa, ma con il cruccio di aver rimandato ancora il definitivo distacco. L’altra sera, solo, nella grande e bella casa della mia senescenza, mi sono sentito come in quella camera della casa dello studente, di allora. Ma non sapevo dove sarei potuto tornare, non c’era un posto dove tornare. Quella casa dove ero era l’ultimo ritorno, ormai ce n’era solo un altro, che non era di questo mondo.