Una mattina nella II Clinica Chirurgica del Policlinico Umberto I a Roma

    

     

 

 

Lo avrebbe mandato dal professor Stefanini, quel figlio inquieto, medico come lui, ma voglioso d’altro , qualcosa di più , di diverso, rispetto a quella condotta in mezzo ai monti dell’Umbria, alla quale il padre avrebbe voluto associarlo, per poi lasciargliela dopo il suo pensionamento.        Voleva qualcosa di più, era bello, volenteroso nello studio , in un’Italia che correva.     C’era frenesia e voglia di fare, in giro , di migliorare la condizione da cui si veniva, e lui che partiva già bene, sentiva il paese o la città di provincia come una prigione.      Sognava la grande città, le aule universitarie , la gloria , che l’intelletto e l’avvenenza del suo aspetto  gli avrebbero procurato.      Il padre medico conosceva il professore da tempo per via di vincoli universitari comuni, e così andò a Roma in quel Policlinico che sapeva di Savoia, di Unità d’Italia, di una nazione giovane che voleva farsi largo tra le grandi potenze europee.           E infatti era stato costruito alla fine dell’800’, regnante Umberto I e ancora oggi così si chiama.     La clinica era la II Clinica Chirurgica, un edificio più modesto rispetto alla I Clinica Chirurgica che era monumentale, per essere tra quelli costruiti all’inizio, mentre altri meno sontuosi erano stati aggiunti nei decenni successivi,  in un cantiere senza fine che aveva fatto di quell’ospedale un complesso forse il più grande d’Europa.    E Paride Stefanini  non mancò di onorare l’antica amicizia.       Gli disse di mandarglielo  per un colloquio.     Umberto Conti , la settimana successiva si recò a Roma in treno, scese alla stazione Termini, a piedi percorse la strada che costeggia il Castro Pretorio, edificio monumentale che da residenza dei pretoriani era ora caserma della Polizia di Stato, e in breve arrivò in via del Policlinico dove si affacciava l’ospedale Umberto I, diviso dalla strada da una lunga e massiccia cancellata posta al di sopra del muro di recinzione che circonda tutta la città sanitaria.     Durante la guerra, avevano divelto molte recinzioni in ferro, anche monumentali, in giro per l’Italia, per farne armi e cannoni , ma quel ferro non l’avevano toccato. Rispetto del monumento?.         Aveva il nome di un re, il successore  se ne sarebbe potuto avere a male.      Chi sa?              E davanti c’erano le mura Aureliane.         Stavano lì da duemila anni e in apparente buona salute nonostante le cannonate dei piemontesi, che arrivando dalla via Nomentana dopo il cannoneggiamento lanciarono   la carica dei bersaglieri del generale Fanti .     Venivano dall’Umbria, la resistenza pontificia si era liquefatta a Civita Castellana all’incrocio tra la via Flaminia e la via Cassia.     La capitolazione seguiva quella della roccaforte di Civitavecchia.      Sulle mura di Roma i militi schierati ebbero l’ordine di opporre una parvenza di resistenza e dopo le prime bombarde a porta Pia, la battaglia per Roma fu compiuta con qualche morto che giustificasse l’epopea che sarebbe stata poi scritta e celebrata.      Il Savoia lasciava Firenze per insediarsi nella città eterna , il Papa si ritirava nel palazzo del Vaticano da cui non sarebbe più uscito.      Ma il Tevere sembrò non gradire i nuovi padroni e allagò mezza Roma come non si era mai visto.     Vittorio Emanuele dovette fermarsi alle porte della città e pose la sua residenza in una villa sulla Salaria che poi si chiamò villa Italia dentro il parco di villa Ada e al di là della residenza ufficiale del Quirinale, anche dopo, i reali continuarono ad abitarla.      Lì fu arrestato Mussolini  dopo la notte del 25 luglio 43, a seguito della improvvida decisione di conferire con il sovrano.      E da Lì fu presa allora la decisione di costruire i lungotevere per proteggere la città e creare vie di comunicazione più celeri e moderne dentro la stessa .     Iniziò così quel nuovo sacco di Roma  con cambiamenti definitivi del disegno cittadino.     Nuove strade e palazzi di stile umbertino che si inserivano con stridore nel tessuto di monumenti di epoca imperiale e poi papale ,con progressiva distruzione della Roma medioevale , che in grande stile sarebbe continuato , sino a compimento nel ventennio fascista .      Questa fase costruttiva si riassume nella costruzione dell’enorme monumento dell’altare della patria di piazza Venezia , tentativo tronfio, inadeguato e patetico di riproporre e superare la grandiosità antica romana, in un’ipotesi di nuova partenza e riproposizione che il fascismo avrebbe fatto proprio in scala altrettanto imponente, ma con soluzioni architettoniche in qualche caso geniali come nella realizzazione della sede centrale delle Poste, o più in grande in quella dell’Expo 42.       Un po’ meno felici quando  si intervenne in aree interne alle mura , con inevitabile distruzione del preesistente giudicato di nessun valore( leggi Roma medioevale).     Da tutto questo si capisce che I Savoia vollero grandiosità anche nella costruzione del nuovo Ospedale e nel preservarlo dalle manomissioni.   Forse pensava anche questo Umberto mentre attraversava il grande cancello.       Era una mattinata particolare quella, perchè quel giorno, come da molti anni, la scuola stefaniniana si celebrava, vale a dire tutti gli allievi che avevano frequentato il maestro e che si erano fatti onore per loro merito e con l’appoggio più o meno determinante del maestro, si incontravano nell’Istituto.    Dopo la riunione, i saluti, le pacche sulle spalle , i sorrisi di cortesia simulata tra coloro che erano ancora in competizione per un posto più prestigioso,  tutti insieme avrebbero raggiunto il ristorante, sempre il solito in zona Parioli.    Sarebbe arrivato Selli da Pisa , Castrini da Perugia, Negri e Giombolini da Foligno, e poi Fiorani, Cortesini, Ricci, Speranza, Ribotta, Carbone, Arullani, Trecca, Negro, Procacciante, Benedetti-Valentini, la capo-anestesista Pastore, il radiologo Saracca, tutti da Roma, insieme ad altri della città e di fuori.   Ogni anno si celebrava quel rito e faceva specie vedere gli anziani prepararsi con cura e timore.   Perché il maestro, felice della loro presenza, avrebbe comunque trovato il modo di redarguirli per qualcosa, perché l’azione educativa non era finita con il loro distaccarsi per assumere responsabilità in prima persona.     Il filo con il maestro non si interrompeva, e questi sentiva come suo dovere redarguire se c’era bisogno, per continuare ad ottenere da ognuno di loro il meglio che potevano dare.    In fondo quando aveva offerto i suoi auspici per piazzarli nelle cattedre o nei primariati si era assunto la responsabilità di quella scelta, e dunque occorreva continuare a vigilare sul loro operato.       Per altro il maestro o barone come si chiamavano i professori universitari di un certo peso era stato un innovatore , aveva favorito la specializzazione dei suoi allievi , li aveva mandati in giro per il mondo ad acquisire nuove tecniche.     Fiorani in America ad imparare la chirurgia vascolare, Cortesini i trapianti, etc..      Così l’Istituto si era andato differenziando nelle varie specialità con a capo gli allievi che aveva formato per quella specifica competenza.      Non così Valdoni, l’altro grande della chirurgia romana e nazionale , vero barone accentratore che operava in prima persona tutto, facile o impegnativo che fosse l’intervento.    E come successione designava e preparava  uno  dei suoi allievi, che come lui sarebbe stato il signore assoluto della Clinica.      Altro carisma Valdoni, oltre che nella professione anche nell’aspetto di un bell’uomo raffinato e dall’eloquio forbito con un’immancabile erre moscia e un eleganza che ricordava l’origine triestina, e i primi studi sotto l’impero asburgico.     Meno appariscente e raffinato nell’aspetto Stefanini,   ma con una visione più moderna che gli veniva anche da un passato ospedaliero e non solo accademico come era stato per Valdoni.       Fatto sta che l’autoproclamarsi un principe e non solo un barone, e un principe di stampo rinascimentale, come ebbe a dire  nel corso di una trasmissione televisiva, nella quale lo avevano contrapposto ad un rappresentante campione della rivoluzione del 68, aveva un fondamento in questo suo creare una corte di intelligenze preparate a interpretare le novità chirurgiche che si andavano affermando nel mondo.   Umberto, superato il cancello, si trovò subito davanti la II Clinica Chirurgica, vi  entrò.     Si trovò in uno spazio non molto ampio, chiuso in fondo da una porta a vetri  che dava accesso alla divisione di chirurgia toracica, ermeticamente chiusa.     Non c’erano portieri o altri addetti alle informazioni.   Si trattava di aspettare qualcuno che gli indicasse lo studio del professore.    Nel frattempo si guardò intorno.     Lo spazio aveva le pareti perforate da ampi finestroni, dai quali prendeva luce e consentiva di guardare fuori  l’intenso traffico di umanità variegata:  medici, infermieri, malati, visitatori, inservienti, barelle, ambulanze.      Era  tutto un brulichio di cose e persone che si muovevano, alcune pigramente, altre vaganti agitate, quasi a fuggire l’angoscia delle sentenze ricevute o di quelle attese e paventate.   Altri trasportati da un padiglione all’altro su barelle o sedie a rotelle, spinti da barellieri con atteggiamento scanzonato.   Una bonomia che è dei romani da sempre, un flusso di ironia ed empatia naturale non costruita o ipocrita.     A volte noncuranza che non arriva ad essere sgarbo o cattiveria,  magari trascuratezza.        Passò un infermiere in camice verde, Umberto gli chiese dove fosse lo studio del professore, quello rispose indicando una porticina a due ante metallica.    Era l’ascensore, non ne aveva l’aspetto.    Si trattava di andare al III piano,  lì c’era lo studio.   Mentre saliva si andava preparando, con ansia crescente, alle cose da dire.     Doveva essere convincente, comunicare al grande maestro la sua determinazione a dedicarsi  interamente alla scienza, alla nobile arte della Chirurgia, sacrificando  tutto  per quell’obbiettivo.    L’ascensore si aprì e si trovò in un androne più piccolo di quello dell’ingresso.   C’era una porticina da cui si potevano prendere le scale che portavano ai vari piani, ma notò che le persone usavano solo l’ascensore per spostarsi.    Ebbe curiosità di andare a vedere e costatò che le scale erano anguste , un po’ buie , come abbandonate.    Gli venne da pensare alla vecchia casa dello studente a Perugia, quella antica, la prima delle altre che sarebbero sorte lì  vicino in via Faina .     Dalla strada bisognava scendere da una scalinata doppia , stile barocco, e la regola, non scritta, comandava che andava presa quella di destra , l’altra portava sfortuna.      Se poi la si fosse percorsa un giorno di esami , la bocciatura sarebbe stata assicurata. Chi sa se anche lì a Roma era una cosa simile?.      L’androne dava accesso ad un lungo corridoio su cui si aprivano studi medici e le segreterie delle varie articolazioni specialistiche della Clinica.       In fondo  una porta lasciava entrare in una grande stanza che era un’aula attrezzata per conferenze, seminari, lezioni agli specializzandi .    La prima porta del corridoio, preceduta da un’anticamera, era lo studio del Professore.        Davanti stazionavano camici bianchi e verdi in continuo movimento.      Aspetto di gente  benestante, lievemente abbronzata,  inflessione romanesca della voce , appena accennata, non volgare, alcuni con spocchia fastidiosa.        Quanto bastava per indicare il privilegio della loro posizione, almeno così appariva.       Umberto chiese a qualcuno del prof. Stefanini , ma quelli lo guardarono dall’alto in basso e non risposero, come a dire:  “ma chi è questo che chiede del professore”? Nessuno lo conosce, ha una bella faccia tosta!.”     Andavano e  venivano, non si capiva cosa facessero, e si rinnovano continuamente . Tutto questo intimidì ancora di più Pietro e gli veniva da pensare che con  quell’esordio sarebbe stato ancora più difficile affrontare il professore.     Il tempo passava , la gente cominciò a scemare, e nella mente di Umberto si confondevano le parole che aveva preparato di dire.      Non sarebbe stato in grado di dire niente, e il pensiero gli procurava un senso di panico.     Riandava con la mente alla presentazione che aveva fatto di lui il padre.      La lettera di ritorno era stata incoraggiante , con espressioni di affetto per il vecchio compagno di studi, e questo  legittimava la speranza di un atteggiamento benevolo nei suoi confronti, sarebbe stato ascoltato su quanto aveva da dire.     Passò il tempo, molto tempo, si era fatto pomeriggio.      Era calato il silenzio al terzo piano,  la gente che aveva visto gravitare lì intorno progressivamente era scomparsa. Finita la sala operatoria, alcuni privilegiati erano andati al pranzo della Scuola, altri al lavoro della corsia , altri nei lodo studi privati.   Era rimasto  lui, quasi piccolo e contratto, in un angolo dell’anticamera.    Lì ormai c’era solo lui con Arlette, la segretaria del professore.     Arlette  aveva un volto gentile ma non tanto da confortarlo con parole o altri sostegni, oltre quel “ ah, lei sta aspettando il professore” .       Quelle parole le sole rivolte a lui, un paio di volte in tutta quella lunga giornata, servirono a dargli una identità, ad attenuare la confusione e la stanchezza che sentiva nella mente.       Con la mente andò a quella sera di alcuni mesi prima:  una festa a Spoleto a casa di conoscenti , vi aveva conosciuto quella ragazza bella ,come lui era bello, alta come lui era alto , un po’ spocchiosa come anche lui sapeva essere , per mascherare quel disagio dovuto alla timidezza che l’aveva accompagnato tutta la vita.       Incredibile quella timidezza!                       Non ci stava con quel fisico possente, il viso maschio, la prestanza atletica che gli aveva dato il gioco del basket .   Le  donne lo corteggiavano , e lui rispondeva imbarazzato .      Riusciva a sciogliersi solo con quelle sfacciate , di più con le poco di buono.     Trovava in  loro come un’innocenza primitiva che lo emozionava , lo rapiva , lo faceva innamorare.  E questo andava di pari passo con il loro essere quanto più lontano possibile dal clichè della ragazza per bene , adatta al matrimonio e a metterci su famiglia.   Sarebbe stato sempre così, lo sapeva, anche negli anni a venire.     Ma ora quella ragazza bella , aristocratica, di modi raffinati , di nobile lignaggio, era apparsa.     Gli faceva intravedere una cosa da fare,  buona per tutti , per i familiari , per la carriera.   E con le altre?     Cosa  avrebbe fatto, come si sarebbe comportato?      Ma al di là di tutto, sapeva , sentiva che per lui la cosa importante , vitale era il lavoro, l’affermazione nel lavoro, e lì all’Università alla corte del prof. Stefanini. Quella fortuna del padre che lo conosceva , quella lettera di presentazione e lui qui, oggi, a tentare la fortuna.    Se solo fosse riuscito a comunicare al professore  tutta la sua voglia di sacrificio, di abnegazione, di sofferenza da sopportare, di angherie da subire da parte degli anziani……….. Il professore arrivò che era buio.    Gli passò davanti senza guardarlo, Arlette  gli si fece incontro , gli aprì la porta dello studio ed entrò con lui.      Umberto rimase al suo posto con il cuore in gola, non l’aveva nemmeno guardato , certamente non l’avrebbe nemmeno ricevuto.    Aspettava indeciso se andarsene in punti di piedi, scivolando lungo il muro e scendendo le scale , non l’ascensore che avrebbe fatto rumore nel silenzio della clinica deserta.   Intanto rimase seduto sulla sedia che Arlette gli aveva indicato la mattina tante ore prima quando era arrivato.   Cosa avrebbe detto al padre ?    Sicuramente si sarebbe beccato un rimbrotto, lui gli avrebbe ribattuto che quella fantasia dell’università era stato un errore , la grande città , la carriera prestigiosa erano state un sogno folle.  Si era convinto finalmente, gli avrebbe detto : avevi ragione papà, il mio lavoro è accanto a te, in condotta.    Arlette si affacciò, lo guardò  e disse: “il dott. Conti ?”   Umberto  si alzò di scatto, rosso in viso, con il cuore che batteva rapido.     “Sono qui” rispose.    “Venga, il professore la riceve”.   Umberto percorse i metri che lo separavano dalla porta dello studio inciampando nella moquette , dandolo a non vedere, con un sorriso ebete , di cui si vergognò immediatamente.    Si affacciò sulla porta e chiese permesso, poi aggiunse “buonasera professore”. Stefanini era seduto alla scrivania, gli fece con la mano il gesto di avvicinarsi, Arlette lo presentò dicendo: professore il dott. Conti aveva un appuntamento con lei, le voleva parlare.     Stefanini accennò un rapido sguardo su di lui, poi riprese a guardare le carte.     Intanto Pietro dritto davanti la scrivania aspettava , non si risolveva a pronunciare parole.      Doveva o era preferibile aspettare che il professore dicesse qualcosa?.     Si risolse per la prima opzione, preparò le parole, che gli si accavallano, confondendosi  nella mente, quando Stefanini, senza alzare gli occhi, disse a bruciapelo: quanto ha preso all’esame di patologia chirurgica e di clinica chirurgica’ ?    Pietro si sentì sollevato quando declamò: trenta e lode su entrambi.    Lo disse con insolita sicurezza per lui, quasi senza timore.     Stefanini aggiunse: un mio allievo, il prof. Castrini andrà tra breve a rivestire la cattedra di Patologioa Chirurgia a Perugia , si presenti a lui e non mi faccia pentire di averlo segnalato. Arrivederci e buona fortuna.