La bambina albanese

 

   

Era festa in piazza.    Una sera d’estate, la manifestazione, la prima di una serie che avrebbero risvegliato il paese dal letargo invernale.                    Piazza deserta e  bar semideserti nei lunghi mesi d’inverno.         Pochi stranieri in paese, per mancanza d’offerta di posti di lavoro, per la politica dell’amministrazione, non molto favorevole all’accoglienza e all’immigrazione.         I pochi, non gente di colore, solo qualche albanese, arrivato da tempo.       Tra questi,una donna con i suoi due figli, forse un marito, ma non evidente, se pur esistente.          Lei da anni impegnata come cameriera in un ristorantino, da sembrare ad occhi inesperti e non cognitivi la donna del padrone , ma cosi non era.             Un atteggiamento duro nel rapporto con i clienti, avvezzi alla cortesia falsa e truffaldina degli altri.        D’altra parte la non atavica conoscenza dei clienti giustificava la poca confidenza elargita agli ospiti.        E soprattutto il carattere della donna era a quel modo.         Il figlio, ragazzino fattosi grande, che l’affiancava nel lavoro, un pò più empatico, e una bimbetta diventata bambina .      Quella sera i ragazzini del paese che avevano frequentato il corso di canto e musica stavano tutti in piazza.       Dovevano cimentarsi dinanzi al pubblico di genitori, turisti estivi e gli altri abitanti del paese, in un saggio-prova terminale dell’anno di studio.       Erano tutti vestiti bene con l’abitino della festa, tirati ed emozionati alcuni, disinvolti altri.          In mezzo a tutti Lira, la piccola albanese del ristorante.     Lei, compita, perfetta, nella sua prova.            Poi sul finale, una sbavatura piccola, ininfluente.            Corre dalla mamma in un pianto dirotto, si abbandona tra le braccia amiche.                 Dopo un po’, il silenzio interrotto da rari singhiozzi, appena percepibili, emessi con pudore.          L’abbraccio dei due corpi, delle loro anime, è assoluto, come un immagine statuaria che proietta intorno una luce propria non riflessa.               Come quelle degli altri bimbi, l’anima di Lira era incorrotta, ma in più, la sua, non viziata dalle sempre coccole e dal lasciar fare dei genitori del benessere.      La  percezione in lei che bisognava far bene sempre e in tutto, per farsi accettare nel mondo nuovo dove avevano chiesto di essere accolti.           Per questo piangeva disperata , capiva quante aspettative aveva riposto in lei la mamma che l’aveva iscritta al corso con gli altri bimbi del paese e lei si era preparata con cura, con giudizio .       Lo aveva detto la maestra alla madre, che Lira era brava , la più brava di tutte e che era sicura avrebbe fatto una grande figura la sera dell’esibizione.          Ed era stata la più brava di tutte e quella sbavatura finale, se possibile, aveva aggiunto qualcosa, non aveva tolto niente.          Lo capi la gente, le altre mamme, che le tributarono un applauso scrosciante .                  Ma lei non capiva, sapeva solo che avrebbe dovuto fare meglio.        Alla fine nel porto sicuro del corpo materno  si acchetò quasi dormiente, come di naufrago, che il mare finalmente placido, lascia esausto ma salvo sulla sabbia.

 

Marcello paci