Avviluppati sulla vespa che era stata di mio padre e poi di mio fratello, abbiamo percorso questa strada. Inseguivamo i fantasmi degli uomini famosi e di quelli sconosciuti che nei secoli hanno levigato le sue pietre, Cesare con le sue legioni, imperatori e papi, barbari e pellegrini, mio p adre e mia madre prima che io nascessi, a costruire la vita. I bassi e umili muretti del limitare della strada ritmavano nell’aria il rumore del motore, la carezza del vento sul viso e tra i capelli impediva di fermarsi, rendeva il viaggio senza fine. Pensammo che non saremmo più tornati, o forse vecchi, prima di morire, ripercorrendo una strada ormai irriconoscibile. La risacca della vita ci ha restituito presto e la morte giovane, cara agli dei, è toccata ad altri non a noi. Sono passato da te, l’altra mattina, dopo tanto tempo, deviando sulla vecchia strada della nostra prima età. Stavi dietro il balcone a vendere medicine, pochi chilometri di distanza dall’ospedale del mio lavoro.
È corso un lampo nei nostri occhi, ancora una volta, un’ultima corsa.
