ALCESTE

 

 

 

 

La stazione ferroviaria­­ sta in fondo ad un viale alberato su cui si affacciano ville liberty di inizio novecento.  Sono edifici importanti di fattura raffinata, si succedono l’una all’altro con regolarità, ognuno circondato da uno spazio verde, diventato nel corso dei decenni un piccolo parco. Ci vivono famiglie della borghesia cittadina.     Il viale collega la stazione ad un ampio spazio, un crocevia di strade che confluiscono su un asse principale, rettilineo, che dalla piazza centrale della città, conduce a Porta Romana per poi sorpassarla e dirigersi a S. Eraclio in direzione di Roma.     Sullo slargo si affacciano, da un lato i due grandiosi ingressi allo stadio di calcio e al circolo del tennis, e dall’altro la stazione delle corriere.    Tutte costruzioni realizzate nello stile razionalista degli anni trenta, nella logica di una celebrazione del regime, ma in linea altresì, con un’idea architettonica di funzionalità: la concentrazione, in questa zona della città, del movimento dei viaggiatori e dell’attività sportiva dei cittadini.     La stazione ferroviaria fu costruita alla fine dell’Ottocento, quando la città e l’Umbria erano confluiti nel nuovo regno d’Italia, sconfitto e soppresso lo stato pontificio.    La ferrovia, di cui la stazione era una tappa importante, collegava Roma con Ancona, il mar Tirreno con l’Adriatico.    Servì a modernizzare e potenziare il traffico di uomini e merci che sino ad allora avevano potuto utilizzare solo la consolare Flaminia.    L’antica strada, in ampi tratti, fornì il basamento su cui fu posata la linea ferrata.    Il treno sostituì cavalli e carrozze, il viaggio di giorni divenne viaggio di ore.   Furono cancellate d’un tratto vestigia, storie e memorie che erano rimaste preservate per duemila anni. Fu il prezzo pagato per la modernità.                                                                                                                                 Quel giorno di settembre, Alceste era uscito di casa senza una meta precisa, e dopo aver vagato per le strade della periferia, si era ritrovato quasi senza accorgersene, fuori Porta Romana, all’inizio del Viale della Stazione.  A casa non aveva nessuno che lo aspettasse, così continuò a passeggiare senza fretta, lungo il viale. Passò davanti alla Caserma Gonzaga, sede fino a pochi anni prima della Scuola allievi ufficiali di Artiglieria da campo e da montagna, ormai desolatamente vuota da quando era stata spostata nel Lazio a Bracciano.   Dall’altra parte del viale vedeva le ville dei ricchi della città, se ne scorgevano alcuni, affacciati sui balconi, altri nel giardino, intorno a poltrone impagliate e di stoffa, cani dinoccolanti e umani appagati, un po’ annoiati.

 

Rivide nonno Umberto lì, a tirar su mattoni e disegnar archi di pietra, capomastro di imprenditori nazionali e coloniali. Fascistissimi quelli, non Biancalana. Lo chiamavano così al paese, per via della grande criniera di capelli, bianchi come la neve: lui era socialista. Aveva fondato, in paese, la sede del partito, quello di Turati e poi di Nenni.  Quando morì, condoglianze da Roma, parole sopra un libro, una falce, e un martello. Muratore il padre e il nonno, muratori i figli, tutti con la stessa fede. L’Angelina a casa, i frutti dei due campetti della dote, pane dei dieci figli, quando la muratura non bastava. Le toccò di seppellire tutti i figli maschi, per malattie, per il lavoro, per la guerra. Le sopravvissero solo le figlie. Mai un lamento, non pianti. Morì in silenzio come aveva vissuto. Biancalana aveva girato l’Italia per via del lavoro, portandosi i figli mano a mano che crescevano, per insegnare loro il mestiere. L’Angelina non si mosse mai dalla casa dove l’aveva portata Umberto, perché così lo chiamava lei, non Biancalana come tutti gli altri del paese.  Piccoli proprietari terrieri i genitori di Lei, che non avevano visto di buon occhio quel giovanotto per il quale l’Angelina si era presa una passione, diffidenti non per il mestiere ma per quella sua mania di fare politica. Di mettersi contro le famiglie per bene del paese e anche contro i preti, lui, con quei suoi amici degni di lui: Aleandri Oberdan con quel suo fiocco nero da anarchico, e ci girava per il paese nonostante i carabinieri lo guardassero male; e quell’altro, quel Tarquinio Parbuoni, anche lui socialista e testa calda, che era stato cacciato dall’America per motivi politici, e prima di partire per le trincee del Carso da cui non sarebbe più tornato, insieme a Biancalana, avevano sequestrato il grano nei magazzini del signore del paese, che ne aveva fatto incetta in un anno di carestia. I carabinieri avevano fatto passare loro alcuni giorni in carcere, e poi la cosa era finita lì.

 

Sulle panchine del viale all’ombra dei platani, sedevano persone indaffarate che si concedevano una sosta nel loro percorso di cose da fare. Pochi i nullafacenti.

 

Questi amavano di più sostare seduti a Porta Romana, appollaiati sulla “spiaggetta”, il lungo sedile semicircolare in pietra ricavato nel muro che delimita l’albergo Poledrini. I pensionati e i giovani in amore ci passavano le giornate nella stagione buona, a scambiarsi tenerezze, a parlare, a guardare il movimento di gente e automobili che si svolgeva davanti a loro. Non ci si dava appuntamento lì, ci si incontrava per caso, anche se poi erano sempre i soliti ad occupare quelle pietre riscaldate dal sole.

 

Gli sembrò di vederci Lisa, alzarsi di scatto al suo passare e corrergli incontro, perduta dietro un sorriso d’amore, e lui, per un attimo, si sentì in paradiso come allora.

 

 Era semplicemente bella e giovane, ma soprattutto persa. Alceste non poteva che innamorarsi di lei, non c’era altro da fare nella vita che perdersi dietro di lei. Lui alla soglia dei quarant’anni, non bello, vecchio per quella ragazza. Non poteva che corrergli dietro, aspettarla agli angoli delle strade. Lei lo tradiva con altri, con ragazzi della sua età, con abitudini autodistruttive inconfessate, che la rendevano più disponibile al suo amore, per confondere e occultare la sua vita nascosta. Erano baci e abbracci, fughe fatate in città di pietra, in campagne ininterrotte sino all’orizzonte, aggrappata a lui, stretta a lui per le strade del mondo intorno. Fughe di mattine e pomeriggi, sottratti alla loro vita diversa, di casa, di famiglie, di tutto. Senza un appuntamento per il giorno dopo, ma un giorno dopo c’era, o l’altro dopo, e ancora. Lei bugiarda, diceva di amarlo, lo scriveva di notte su fazzoletti infilati nel tergicristallo della macchina, che lui ritrovava la mattina, uscito di casa per il lavoro. Poi lunghe assenze, scompariva e lui pensava che non l’avrebbe più rivista, non disperato, consapevole che in quel modo doveva andare. Quasi una liberazione. Ma Lisa d’improvviso si materializzava, e ricominciavano ad amarsi sino alla successiva dissoluzione. Un giorno Alceste le disse che avrebbe preso in affitto un minuscolo appartamento in un vicolo del centro, all’ultimo piano. Da lì si vedevano le torri della città e le montagne intorno. Lei ci sarebbe potuta andare quando avesse voluto, forse incontrarsi lì. Non aveva risposto, solo un sorriso, niente di più, non ci fu il tempo. Si ammalò per la vita nascosta, inconfessata. La portò a fare gli esami…… diventò evanescente giorno dopo giorno, lui continuò a cercarla, lei si fece trovare sempre meno, sino a scomparire e mor…………………………….

 

L’appuntamento, la gente e ragazzi se lo davano lì vicino, ad una decina di metri di distanza tra le colonne di Porta Romana e nello spazio antistante.                                     E giù in Corso Cavour, la strada principale della città, che conduce in Piazza della Repubblica, dove si affacciano il Municipio, il Duomo, Palazzo Trinci.  A Porta Romana, due colonne ricordano e giustificano il nome.

La porta di un tempo, come tutte le altre della città, furono demolite all’inizio del Novecento in ossequio allo spirito del nuovo da cui la nazione unita era animata.

Ai lati delle colonne si innalzano due edifici uguali, eleganti, a due piani, con rifiniture in travertino e una tinteggiatura celeste pallido.

Erano stati in passato uffici del dazio, poi riconvertiti ad altri usi istituzionali.

Ci aveva messo mano il padre di Alceste, impresario edile negli anni del secondo dopoguerra, e fu l’ultimo lavoro fatto in città prima della morte prematura.

 

Lo rivide in sella della vespa 150, quella con il fanale sul manubrio, non sopra la ruota come la 125, in giro per i cantieri che aveva in città. Risentì il calore della mano grande e callosa con cui lo teneva, mentre lo accompagnava all’asilo delle monache di S. Anna in via dei Monasteri. Rivedeva il gesto delle lire che passavano dalla sua, alla mano della suora, il giorno in cui lo avrebbe lasciato a consumare il pranzo. Accadeva una volta la settimana e c’era quel supplemento di denaro oltre la retta, ed era festa per Alceste: quel pentolone che le monache avrebbero portato alla fine dei compiti della mattina, e le ciotole di coccio riempite con il grosso ramaiolo traghettante il minestrone caldo fumante. Solo lì mangiava volentieri, così quel giorno sarebbe stato buono anche per il padre che avrebbe dovuto arrabbiarsi di meno per imboccarlo, per penetrare nella bocca serrata. Lui come Giovanni per Cristo era l’amato dal padre e questi, con amore, lasciava freddare il suo cibo nel piatto per nutrire quel figlio cagionevole e delicato. Non aveva fatto lo stesso con l’altro, ormai grande, non ne aveva avuto bisogno e non avrebbe potuto, lui lontano in guerra, e prima per lavoro in giro per l’Italia. Alceste era nato dopo la guerra nella città della nuova vita, lontano dal paese d’origine. Erano finiti gli anni della paura, Alceste cresceva con il crescere del lavoro e della promessa di un futuro radioso nella nuova casa che il padre si era costruito da solo, impiegando i muratori nei ritagli di tempo, ma in gran parte da solo. Una bella casa a due piani con un giardino intorno. Sapeva di benessere, di agiatezza, di riscatto dalla vita dura e difficile dell’infanzia, a fare il muratore in giro per l’Italia, assistente nei grandi cantieri dell’impresa Costanzi, quelli della grande villa sulla strada per Perugia tra Spello e Assisi, dove si era sposata Giovanna la figlia di re Vittorio Emanuele III. Quel figlio gli somigliava, già aveva, e lo avrebbe avuto di più da adulto, lo stesso modo di camminare, gli stessi capelli folti e ricci, lo stesso carattere schivo ma con quel tratto di bonomia e di sorriso negli occhi, che era del padre e che sarebbe stato il suo modo di rapportarsi con gli altri nell’età adulta.

 

Alceste prese giù per il Corso, lasciando Porta Romana, perché un vento prematuramente freddo che sapeva di autunno spingeva a camminare nelle vie del centro più riparate. Mandavano messaggi di familiare accoglienza. Era mattina avanzata di una giornata luminosa. Le” brunette”, le montagne sopra Trevi in direzione di Spoleto rimandavano una luce diversa. Nei boschi e nei prati erbosi non più l’uniformità violenta dell’estate, si percepiva un mutamento, come un annuncio dei colori prossimi dell’autunno. Dall’altra parte, sopra Assisi, in direzione di Perugia, il Subasio giganteggiava isolato sopra la grande pianura umbra.

 

Alceste era cresciuto in quell’angolo di mondo. Ammirava l’incredibile bellezza della natura, delle storie e delle opere degli uomini che si erano compenetrati in un tutto armonioso. Da Spoleto a Perugia era un susseguirsi di luoghi: Foligno e Bevagna in pianura; Trevi, Montefalco, Spello, Assisi, Bettona, sulle alture. Lì un tempo vivevano gli Umbri, poi erano arrivati i Romani, e dopo di loro i Longobardi. L’antico immenso lago preistorico che si estendeva sulla pianura, ritirandosi,  aveva lasciato al suo posto i fiumi che la rendevano fertile: il Clitunno nato da polle sotterranee sotto Campello, caro a Carducci, ma prima di lui ai patrizi romani che lo navigavano per raggiungere Melania ( Bevagna ); il Topino che precipitava a valle dai monti di Nocera;  il Chiascio cantato da Dante, che proveniva dai monti di Gubbio; e verso Perugia più grande di tutti il Tevere dove tutti gli altri confluivano. E oltre il Tevere, un’altra Umbria, già terra d’Etruria con la superba Perugia che dall’alto del suo colle dominava tutte le altre città.

Le brunette” e il Subasio da un lato, i monti Martani dall’altro delimitavano quella terra dove Alceste si era rimescolato negli anni della sua vita , tra quotidianità e suggestioni confuse, che sapevano della polvere lasciata dai legionari in transito da Roma per conquistare il mondo, o di ritorno per celebrare i trionfi; di Federico che qui visse la sua fanciullezza; di Francesco vagante stralunato a lodare Dio; e il clangore delle armi di  Niccolò dei  Trinci e di Fortebraccio da Montone; e gli eserciti pontifici a punire le città ribelli, e…………..

 

Non c’era molta gente in giro, giunto a metà di Corso Cavour passò davanti l’edificio dove aveva imparato a leggere e scrivere:

 

La scuola elementare intitolata a Giuseppe Baldassarre Piermarini, figlio illustre della città, conosciuto per essere stato nel settecento l’architetto della Scala di Milano. Prima della scuola quell’edificio era stato ospedale, poi riconvertito in uffici distaccati del comune. Si apriva sul piano stradale con un porticato che ospitava una serie di ingressi. Quello centrale, più grande, con una cancellata in ferro, introduceva alla grande scalinata che portava ai piani superiori. Nell’atrio il mezzobusto di Piermarini, nato in una strada vicina solo alcuni secoli addietro.

 

Anni 50, il sapore della guerra nell’aria, e insieme la voglia di ricominciare tutto da capo. Alceste, ogni mattina lì, con indosso il grembiule, la cartella, il colletto bianco e duro sul collo dolente, chiuso davanti da un fiocco colorato. Saliva le scale di cotto rosato, percorreva i corridoi su cui si aprivano le aule, lasciava il cappotto o quello che gli somigliava sull’attaccapanni fuori della porta ed entrava nella sua aula, con il maestro Pagliacci ad attendere dietro la cattedra. Le stufe, sempre di cotto, solo nelle aule, legna introdotta nel buco nero con parsimonia, dal bidello severo, con addosso il camice scolorito giallastro, e con parsimonia, inchiostro nella boccetta di vetro infilata nel legno, dove intingere il pennino per i dettati. Banco massiccio per due con il piano basculante, accanto all’altro non sempre amico. Alcuni con il fiocco malmesso con minaccia di scivolare di lato, e inchiostro che scola dal pennino e imbratta le mani e il grembiule. Classi numerose, il maestro unico per tutti i cinque anni. I capelli ben pettinati e raccolti con una molletta, il grembiule sulla tonalità dell’azzurro che inguaina corpi asciutti. Sciatti alcuni, mai a posto, loro, i primi candidati alle punizioni corporali. Bacchettate sul palmo della mano o in testa, “pinucchini”, una pressione roteante dolorosa delle asperità del pugno sul cuoio capelluto. C’erano tutte le classi sociali in quell’aula. Pochi figli di professionisti, un po’ più di operai, e di artigiani, alcuni di famiglie disagiate.

Alceste pensò ai trentacinque compagni di allora, a quelli che se n’erano già andati, e agli altri che, con lui, uno dopo l’altro, li avrebbero seguiti.  Li rivide con la mente tutti, ad uno ad uno, ritratti nella fotografia ingiallita, in giardino, dove andavano per la ricreazione di mezza mattina. Al suono della campanella, in fila, percorrevano il lungo corridoio in fondo al quale si apriva una vetrata, superata, si raggiungeva la breve libertà dello spazio aperto, del cielo sopra di loro. Giochi, lotte e sfottò sotto lo sguardo vigile e severo del bidello, finché un altro suono della campanella, troppo vicino al primo, li riportava in classe.

Tante vite, poi diverse, ma per tutti trascorse lontano dalla ribalta, di ognuno una memoria lieve, nei parenti, in quelli di casa, in qualche amico, poi sempre di meno e infine nulla, l’oblio. Virtù nascoste, grandezze inespresse, quotidianità ripetitiva e devastante, scomparse per sempre.

Ma allora, a scuola, quasi sessant’anni prima, tutto si doveva ancora compiere.       

 

A destra dell’ingresso principale si affacciavano in successione due negozi di articoli commerciali, a sinistra si apriva l’ingresso al cinema Vittoria e a seguire la vetrina e poi l’ingresso alla gioielleria Altieri. Vi si vendevano oggetti in oro e argento e orologi: stanze piccole, anguste, con un retro-bottega buio, che facevano pensare ai negozi degli ebrei, come si pensa che debbano essere per via dei pregiudizi nei quali ci hanno educati. E così gli Altieri sembravano un po’ ebrei, e se ci si andava, si tirava sul conto, perché si pensava, o meglio si dava per scontato, che loro comunque avevano alzato il prezzo e c’era spazio per una trattativa. Erano due i fratelli Altieri, poi si erano divisi.  Uno aveva aperto un altro negozio in fondo al Corso ormai trivio, come chiamavano quel crocevia di strade dove confluiva il corso.

In quel negozio si vendevano oggetti in argento. Poi uno dopo l’altro i due fratelli morirono come tutti e furono sostituiti dai figli ma non quello dell’argento e il negozio si estinse con lui.

 

L’altro quando ormai era malato, un giorno venne lo stesso a negozio, richiamato all’antico ufficio dalla mamma di Alceste. Si conoscevano da sempre perché Altieri era stato un amico del padre di Alceste. Lì la donna si era sempre servita per i regali che aveva dovuto fare per matrimoni, cresime e altro da cui non ci si poteva esimere. È quel giorno doveva fare il regalo più importante e caro: voleva regalare un orologio al figlio con gli ultimi risparmi che le erano rimasti.

Lui ormai grande e sistemato, lei che sentiva di essere prossima alla fine, voleva che gli rimanesse quell’ultimo regalo tra i non molti che gli aveva potuto fare nel corso della vita. Gli disse mettendoglielo al polso parole che anche Altieri condivise: c’era il ricordo del padre, c’era il valore di quell’oggetto che l’avrebbe protetto anche quando lei non ci fosse stata più. E quelle parole, quelle intenzioni gli tornavano sempre in mente ogni volta che ripensava quel giorno da Altieri dopo la morte della madre. Quel giorno dentro il negozio si erano trovate insieme due persone prossime alla fine, se pur inconsapevoli e quell’atmosfera di morte lui l’aveva sentita, gli aveva procurato un disagio che non gli fece capire a pieno le parole dette da Altieri e dalla madre. Ma quel giorno, in quell’antro oscuro sentì un dolore che sapeva di abbandono, e lo riconobbe perché era quello che aveva sentito al tempo della morte del babbo e che non l’aveva più abbandonato.

 

Accanto al negozio degli Altieri c’era l’ingresso del cinema Vittoria. Lo aveva costruito il babbo di Alceste ed era stato il lavoro più importante della sua vita. Il padrone del cinema si chiamava Innocenzi, un bel signore alto dai capelli bianchi, repubblicano storico della città. Subito dopo la morte del padre, Alceste andava qualche pomeriggio al cinema. Lo mandava la mamma su invito di Innocenzi, come segno di partecipazione al loro dolore e alla disgrazia che li aveva colpiti. Ma Alceste dopo poco tempo smise di andarci, avvertiva un disagio come di cosa che doveva fare al di sopra e contro la sua volontà, per soddisfare sentimenti dei grandi. E poi si vergognava della condizione di orfanello che agli altri ispirava sorrisi di commiserazione ma anche di fastidio, come di cosa che evocava disgrazie da cui era bene tenersi lontani, per scaramanzia. Ricordava in quei pomeriggi e il ricordo era quasi dolore fisico, di quando non era ancora finita la galleria, ma il cinema aveva aperto lo stesso e si era cominciato a dare spettacoli.  Una sera salendo la scala provvisoria in legno gli entrarono nella pelle della mano delle scaglie come sottili stuzzicadenti: fu un dolore che non aveva mai provato. Come sempre non disse niente e durante lo spettacolo se le levò una ad una, ma gli era rimasto addosso quella sensazione dolorosa e gli sembrò che qualcosa fosse rimasto.

 

A metà corso incontrò una sua vicina di casa, si chiamava Luisina e abitava nella dependance di una villa di campagna ormai abbandonata. Si meravigliò di vederla lì. Era donna schiva con poche frequentazioni sociali.  Forse era andata alla Cassa di Risparmio, la cui sede stava appunto in quel tratto del Corso. D’altra parte erano successe cose, alcuni mesi prima, in quella casa o meglio nella villa accanto. E la necessità di una visita alla banca poteva essere legata a quelle cose, da giustificare quella presenza nella via più transitata della città, e nell’ora di punta. Alceste, vedendola, ricordò il clamore che nel quartiere si era prodotto, alla notizia della morte del conte Arduini.

 

Questi era il proprietario della villa ormai deserta, o meglio il proprietario transeunte, perché da alcuni anni viveva in un’altra città, dove svolgeva il suo lavoro, e dove aveva messo su famiglia anche se tardivamente, perché si era sposato all’età di cinquant’anni.

Ecco perché aveva lasciato la villa. Ma vi tornava quasi tutti i fine-settimana, a controllare la casa e a salutare la sorella che abitava nella dependance. Per la verità si mormorava in città che la Luisina fosse figlia dello stesso padre ma che la mamma fosse la domestica di villa Arduini, e che quando il fatto accadde, la posizione sociale e i costumi dell’epoca avessero obbligato a tenere la cosa nascosta. La bimba crebbe in villa equando la madre morì continuò ad abitare nella dependance. Condusse una vita un po’ discosta, appartata anche quando si sposò, e l’incombenza della famiglia accentuò quella nota del suo carattere, ma con i fratelli mantenne sempre un rapporto d’affetto e di condivisione dei comuni interessi. Dei due fratelli, il minore se n’era andato presto, il lavoro l’aveva portato in un’altra regione d’Italia. Lì si era fatto una sua vita e ormai non tornava più in villa. Il maggiore invece era rimasto in casa fino a quando non si sposò. Prima del lavoro nella città vicina, si era occupato della villa e di quello che rimaneva della grande tenuta intorno, patrimonio della famiglia da secoli. Era, la sua, una nobiltà terriera, che aveva tenuto comportamenti non sempre troppo ossequiosi nei confronti dell’autorità ecclesiale che rappresentava il potere ai tempi dello stato pontificio. Tempi non così lontani, neanche cento anni prima, rispetto a quando si verificarono gli eventi luttuosi che sconvolsero la villa. Il nonno del conte, coerente con l’atteggiamento laico che era stato sempre della famiglia, aveva aderito entusiasticamente al nuovo corso inaugurato dai Savoia con l’unità d’Italia e la soppressione dello stato pontificio. La sua figura divenne dominante nel governo cittadino, che si caratterizzò anche per la confisca dei beni della Chiesa e la soppressione delle manifestazioni religiose. Quando morì, per sua volontà, fu allestita una camera ardente in un edificio pubblico, e le esequie furono celebrate senza la presenza di religiosi. La proprietà passò al figlio, diverso per carattere e temperamento, che si tenne lontano dalla politica e si dedicò alla cura delle terre e della villa. La fine di questi fu tragica e oscura. Morì di morte violenta in casa per un colpo di fucile, che si disse partito accidentalmente, ma si mormorava che se pur per sbaglio la responsabilità fosse del figlio maggiore che armeggiava con l’arma.  Da allora, si era negli anni 50, il mondo era cambiato rapidamente e l’economia agricola non bastò più. I tempi in cui i due figli andavano a scuola con la carrozza, erano finiti. Si trovarono costretti a licenziare lo stalliere, il fattore e altro personale della villa e della tenuta. Rimase una donna anziana tutto fare che governava la casa. Il figlio maggiore rimasto solo, si trovò a vivere in un mondo che non ricordava più il suo titolo nobiliare. Ormai solo quella anziana domestica lo chiamava conte, o meglio contino, avendolo visto nascere e avendo usato quell’appellativo quando era bambino e sembrandole fuori luogo, per l’aspetto fisico e il carattere dimesso, mutare quel contino con il più impegnativo epiteto di conte. Anche quella cosa, forse più di altri segnali, gli dette la determinazione di cambiare. Terminò gli sudi universitari e accettò la proposta di lottizzare la proprietà per farne case destinate ad una clientela benestante della città, richiamata dall’amenità del posto. Si era quasi in collina, ai piedi dei contrafforti che accoglievano alcuni monasteri: quello dei cappuccini, quello dei dahoniani, più in là quello di san Sebastiano dei padri francescani dell’ordine di Paolo Trinci e in alto quello imponente e antichissimo dei benedettini di Sassovivo.                                    La decisione fu accelerata dall’esproprio che lo Stato aveva in animo di fare di una parte della proprietà, destinata alla costruzione di una strada a quattro corsie che avrebbe sostituito la Flaminia diretta a Spoleto. Alla fine la villa si ritrovò circondata da tutte queste novità cementizie, come un’isola, una discontinuità quasi fastidiosa e immobile nella frenesia del traffico e della vita di quella gente nuova che era venuta ad abitare lì. E di lì a poco, il conte se ne andò nella nuova città del suo lavoro e la villa rimaneva chiusa sino ai giorni del fine-settimana, quando il conte tornava, in genere il sabato mattina.  Apriva le finestre dopo aver salutato la sorella nella casetta vicina e girava per le stanze, a dare un po’ di luce, e calore, e vita alle cose che raccontavano la sua vita e quella dei suoi avi. Non c’era tristezza anche se ne avrebbe avuto tutti i motivi. La moglie non l’accompagnava mai e quel suo venire da solo, quella solitaria frequentazione del suo mondo passato, non era cosa così allegra e divertente. D’altra parte lo avvertiva come un dovere, come cosa di cui non poteva e non doveva liberarsi. Era come celebrare un rito e richiedeva che lo celebrasse da solo, senza estranei, che non avrebbero capito, non avrebbero potuto. Nella grande sala del primo piano c’erano i ritratti dei vecchi conti, gli ultimi quelli del padre e del nonno, facevano parte del suo vissuto, della sua vita. Lui li ricordava bene. Degli altri conosceva storie che anno dopo anno si andavamo dissolvendo dalla sua memoria. Era un uomo piccolo il contino, e nonostante non fosse vecchio aveva la pelle aggrinzita e lievemente abbronzata com’è dei signori di campagna.  Parlava senza inflessioni dialettali ma le parole non scorrevano fluide, si susseguivano le une alle altre inframmezzate da “steppage” com’è del procedere dei cavalli viennesi o com’è del movimento dei parkinsoniani.  Ma lui non era né l’uno né l’altro e dunque sembrava un vezzo aristocratico non voluto, forse indotto dai geni o dall’educazione ricevuta. In quei due giorni usciva per le strade del quartiere e amava intrattenersi con qualcuno per via, che conosceva, Alceste era uno di questi. Si scambiavano parole, ricordi di com’era il loro quartiere da bambini, di don Alessandro Trecci il parroco della chiesa di San Giuseppe Artigiano che era stata costruita negli anni della loro adolescenza a colmare un vuoto che permise alle famiglie di non dover andare in città per le funzioni religiose. E la chiesa significò anche il biliardino e il pingpong per il loro pomeriggi di festa. Per la verità il contino frequentava quegli svaghi con parsimonia, c’era il suo carattere chiuso, l’educazione ricevuta, la difficoltà ad essere diverso dal sé della mattina quando il cocchiere lo portava a scuola con la carrozza. Ma il trasporto con cui ricordava con Alceste quegli anni faceva comprendere che quell’età, comunque vissuta, era stata il periodo felice della sua vita. Ormai oltre Alceste erano poche le persone con cui fermarsi a parlare, comunque il suo giro del quartiere lo faceva ugualmente e poi nel pomeriggio della domenica, tardi, ripartiva per tornare a casa, dalla sua famiglia. L’ultima volta che si vide era primavera, un giorno di sabato. Era stato visto in chiesa alla funzione religiosa vespertina, lui che per i precedenti familiari e forse per sua scelta non si era dimostrato mai particolarmente religioso. Poi nessuno l’aveva più visto in città e nessuno lo vide il giorno dopo. La sera della domenica non fece ritorno a casa e i familiari si preoccuparono, ma dato che qualche volta accadeva che tornasse di lunedì e visto che il contino non era solito portare con sé quel nuovo aggeggio di moda che era il cellulare e che in villa non c’era più il telefono fisso, decisero di aspettare il giorno dopo. Quando fu lunedì, non fece ritorno a Terni e dunque telefonarono alla sorella che disse di non averlo più visto dopo il giorno di sabato. Concordarono che andasse a sincerarsi a casa cosa fosse successo. Luisina prese la chiave del portone della villa che teneva attaccata ad un chiodo conficcato nel muro della cucina e che usava solo in caso di assoluta necessità, perché non amava entrare in villa, ancorché il fratello non avrebbe trovato nulla da ridire. In qualche modo la storia di quella famiglia, se erano vere le illazioni, la sentiva estranea, non ne faceva parte, era stato un incidente di percorso, se pur accettato con una conseguente affettività con i membri della famiglia presi singolarmente ma non altrettanto accettata dall’istituzione-famiglia. E poi ora la decadenza di quella storia, riflessa nelle mura scrostate dell’edificio e nelle finestre chiuse gran parte del tempo, accentuava la necessità di un distacco per non trovarsi coinvolta in uno stato di depressione e abbandono che le cose suggerivano. Dunque entrò e superato il lungo corridoio, salì le scale e si diresse verso la camera del conte. La porta era accostata, usciva da essa una lama di luce artificiale che non era dominata dalla luce del giorno, perché questa filtrava debolmente dalle persiane chiuse della finestra. Il conte giaceva con la testa reclinata da un lato, gli occhiali scivolati sul cuscino e un libro ancora in mano. Luisina si accostò, lo chiamò, gli prese la mano. Sentì il freddo della pelle capì che era morto. Rimase calma, le sgorgarono lacrime dagli occhi come per un dispiacere discreto, sottomesso, timoroso di manifestarsi altrimenti. Tornò a casa sua, telefonò alla cognata e si misero d’accordo per il da farsi.

Con quella morte di fatto si era estinta la storia di quella famiglia e della casata. La sorella dopo il fatto mise in vendita la casa attigua alla villa dove aveva sempre vissuto e così aveva fatto il fratello che da anni viveva altrove con la villa. Negli anni a seguire la dimora signorile condannata all’abbandono deperì velocemente e fu invasa da erbacce e piante infestanti e da umani della stessa natura.

 

Diverso destino era toccato agli Orsomando, la proprietà dei quali confinava con quella degli Arduini. O meglio una parte dell’immensa proprietà che avevano nel territorio: terreni, case e palazzi, ville disseminate in campagna e sulla montagna, fornaci, attività commerciali legate alla produzione di olio e vino, frantoi e cantine, il grande cinematografo della città che celebrava il nome della casata, e tante altre cose che la mente non è in grado di ricordare. Forse la più appariscente era l’immensa distesa di terreno al confine con gli Arduini che si allargava verso la montagna a comprendere parte dell’Abbazia di Sassovivo e del suo circostante. Il grande bosco di lecci era stato in parte tagliato per farne una straordinaria estensione di ulivi, e a guardare quel tratto di montagna, l’occhio percepiva le due tonalità di verde delle sue foglie, che si alternavano quando il vento le agitava e contrastavano con i diversi e cangianti colori dei boschi più in alto, fatti di querce, lecci, ornelli e pini silvestri che ne formavano la chioma. La fortuna di quella casata era relativamente recente, datava intorno agli ultimi decenni dell’800 e coincideva con la fine dello stato pontificio e la creazione dello stato unitario d’Italia. Raccontavano che gli Orsomando di quel tempo, di modeste condizioni, forse trasportatori carrettieri, seppero profittare della confisca dei beni ecclesiastici che il nuovo governo della nazione mise in opera.                                                                              Seppero introdursi in quell’affare e dunque acquistare terreni agricoli e boschivi, nonché beni immobili appartenuti alla chiesa e messi all’asta a condizioni di realizzo. Seppero muoversi bene, secondo regole che, d’altra parte, in quel momento di passaggio erano aleatorie e ancora tutte da scrivere. Per la verità esisteva un’altra versione di quella ricchezza, il popolino favoleggiava di un tesoro scoperto per caso, e messo a frutto. Comunque fosse, quella fortuna i successori seppero mantenerla e allargarla notevolmente. Cosicché Alberto l’attuale erede Orsomando si era trovato a gestire un patrimonio sconfinato. Ma i tempi non erano più favorevoli per i grandi possedimenti. Alberto nato dopo la fine della guerra, era figlio ed erede unico.                                        Persona di carattere mite, aveva ricevuto un’educazione tutta rivolta a prepararlo al compito di amministratore dei beni di famiglia.                                                                     In gioventù la cosa gli aveva tolto il sorriso e la spensieratezza dell’età. Fosse per l’educazione ricevuta o per la sua natura, fatto sta che la consapevolezza di essere l’erede di tanta fortuna gli incuteva principalmente il timore della gravità del compito che l’attendeva e non dei benefici che quella condizione gli avrebbe procurato.   Gli si conosceva una sola distrazione da adolescente: andava a scuola di chitarra dal maestro Forgini. Alceste lo ricordava arrivare con la bicicletta in via Mazzini e dargli il cambio perché la sua ora di lezione veniva dopo quella di Alceste.  Non si conoscevano, ma quel comune sfizio, perché per entrambi non diventò mai una passione, o qualcosa di serio, e dopo un po’ si esaurì senza grande rimpianto, in qualche modo li univa. Si salutavano incrociandosi sulla scala, uno che se ne andava e l’altro che arrivava e quel saluto sarebbe rimasto negli anni, anche se non diventò mai una frequentazione o un’amicizia.                                                                                                                  Si può dire una simpatia inespressa che non aveva tempo e occasione di diventare qualcosa di più. Ognuno di loro ebbe da combattere la vita che il destino e le scelte avrebbero preparato, ma quell’antica comune “vacanza” aveva creato un legame tenue ma definitivo. Il maestro Forgini “nando” per gli amici aveva vissuto di chitarra. Svanite le velleità di successi in ambiti nazionali aveva suonato nella città e nei dintorni in feste e occasioni varie e quando non ebbe più attività pubblica si era messo ad insegnare la chitarra ai ragazzi che volevano cimentarsi con quello strumento.  La chitarra in quegli anni del dopoguerra e negli anni 60 era cosa nuova, estranea alla musica seriosa dei conservatori, piuttosto icona della nuova musica che si andò affermando tra i giovani. Nelle canzoni dei cantautori, e delle band nostrane e straniere, la chitarra la faceva da padrone e fiorivano complessi di ragazzi in ogni dove. Il maestro Forgini era così che riusciva ad aiutare il bilancio familiare.  Le lezioni le teneva in cucina, e il turno di Alceste era subito dopo l’ora del pranzo, quando la moglie aveva appena finito di sparecchiare la tavola.  L’odore del fritto e delle altre pietanze penetrava nel naso e nei vestiti e lo si portava dietro, una volta usciti.

Alberto aveva ereditato la struttura fisica del padre: tendenzialmente obeso, un po’ goffo nei movimenti, con in viso un atteggiamento pensoso un po’ forzato che tradiva la voglia di lasciarsi andare. In quel contrasto si giocava la sua età, e non lo aiutava a sopportare la pesantezza delle ore trascorse a far fronte agli impegni del suo stato. Non gli si conoscevano avventure sentimentali, tantomeno sbandate passionali.  Gli studi e l’educazione impartita erano volti a prepararlo al compito di amministratore della fortuna che avrebbe ereditato. Così anche nel campo dei sentimenti non si poteva lascare libero corso alle preferenze del cuore e dei sensi, e quando fu il tempo, si accompagnò ad una giovane di buona famiglia, illibata e anch’ella educata per quella funzione. Ma come fortunatamente ancora accade, contrariamente alle vulgate romantiche di un tempo, e ai costumi libertari attuali, quella famiglia fu una bella cosa, con due figli di cui il maggiore un maschio, a cui fu dato il nome del nonno come era ovvio, che sembrò avere la caratteristica per assumersi domani il peso che era stato del padre.

 

Dal Corso, Alceste arrivò al Trivio, l’incrocio tra due assi viari.  Lì infatti il Corso prima di proseguire verso Piazza della Repubblica, la piazza grande della città, incrociava la strada che veniva da Porta Ancona, via Garibaldi, la quale proseguiva poi verso Porta Todi diventando via Mazzini. L’incrocio disegnava una croce, che forse era l’antico incontro tra cardo e decumano della città romana. Arrivò nella piazza ventosa, qualche foglia dei lecci dalla vicina piazza Matteotti roteava al centro dove una volta c’era stata una grande fontana, ora non più.

 

L’avevano costruita e messa lì nel ventennio.  Fasci regolamentari e spruzzi d’acqua che bagnavano i passanti per il vento che dai quattro lati non mancava mai di spirare.                                                                                    Sarà per questo o per i fasci, fatto sta che la fontana giaceva ormai da tempo in una fossa scavata al centro del parco cittadino dei Canapè. Forse l’aver scavato una fossa dove mettere la fontana aveva avuto anche un significato catartico e non era stato necessario scalpellare via i fasci littori come in tutti gli altri monumenti della città. Ora era poco frequentata, ci vanno i bambini a giocare, a nascondersi nei pertugi; ci vanno gli innamorati, lontani da occhi indiscreti.                                                                   La fontana è vuota, l’acqua non zampilla più, come scomparse sono le voci di quei lontani anni.                                                                                                                       L’acqua scomparsa, metafora del silenzio sceso su tutti i simboli e i protagonisti di allora. Però la “damnatio memoriae “evoca ribellioni interiori meta-politiche e meta-temporali come necessità di libertà, come desiderio di non farsi succubi del pensiero dominante, di quanto è stato deciso dagli altri per te e per tutti quelli che verranno dopo di te.                                                                                                                             Non c’è una verità assoluta per gli uomini; quello che sembra buono e virtuoso oggi, domani qualcuno che avrà i mezzi e la forza per imporlo, dirà che è male, e ci saranno riabilitazioni e altre e diverse “damnatio memoriae”. Forse accadrà che ritireranno fuori la fontana e la rimetteranno in piazza, magari con uno zampillo meno violento in tutti i sensi.

 

Sopra il municipio la torre campanaria riluceva di nuovo dopo il rifacimento a seguito del terremoto.

 

Era sopravvissuta inclinata da un lato dopo la prima violenta scossa, ma non resistette alle altre successive. La caduta annunciata per tempo permise il pianto televisivo di due personaggi della città che allora comandavano e che non persero l’occasione per una recita volta toccare i buoni sentimenti del popolo elettore. Insopportabili loro e lo spettacolo, per i liberi di mente e di cuore.

 

Nel vicolo senza uscita a lato del Comune, Alceste andava da bambino con la famiglia a casa dal falegname amico del babbo, sodale nei lavori per ricostruire la città bombardata. Due figli maschi entrambe le famiglie, la stessa età a due a due. Giocattoli e freddo della casa, piedi bagnati se pioveva, senza lamentarsi, come soldati, buone creanze ed educazione, calda la mano dei genitori, riparo e conforto dal mondo ostile intorno. Un vespasiano nel vicolo, a due piazze, maleodorante alla fine della giornata, prima che il mattino dopo, lo scopino rimettesse la calce bianca, che sapeva di pulizia, come la calce nelle fosse accanto alle case in costruzione, che bolliva prima di raffreddarsi, e liquida prima di indurirsi. Il fratello ci aveva fatto un tuffo un giorno, per dimostrare ad Alceste e ai suoi compagni che era ormai indurita. Invece si immerse sino alla cintura e fortuna che era ormai raffreddata. Si tornava a casa la sera dei giorni di festa e il babbo era presente sin dalla mattina, non gli altri giorni, in giro per i cantieri a fare cascate sul Topino o muri delle nuove case popolari, in giro sino a sera tardi, con mamma che aspettava per mettere in tavola la cena e i figli che finivamo i compiti della giornata a casa.

 

Davanti al palazzo comunale Alceste si fermò e guardò verso il lato opposto della piazza, la chiesa cattedrale. I merli, il rosone, il grifo con il capo chino, le figure mostruose di animali da incubi notturni, e Cristo e Maria al centro dell’astrolabio, a incorniciare il portale e i piccioni asserragliati nelle fessure e i marmi smozzicati dal tempo e da uomini cattivi, tutti a ricordare con piglio medioevale la santità di Feliciano martire e patrono della città, tutti in armonia per grazia divina, a disegnare la facciata della cattedrale. Provò una vertigine come di santità, come di dimensione dell’anima per troppo tempo trascurata, e chissà se più recuperabile.

 

La chiesa si continuava con una costruzione chiamata Palazzo delle Canoniche.                                                                      Al piano terra ospitava un negozio di spezie e articoli coloniali, come ancora recitava la scritta che incorniciava l’ingresso, e oltre il lungo bancone in alluminio sulle pareti vasi con le scritte delle spezie contenute.                                                                        Il tutto diventato cornice inanimata di una moderna caffetteria e spizzicheria in ossequio alla vocazione vacanziera e ludica della città.                                                                                                                                    Accanto, il negozio degli Svizzeri che vendeva vini e altri prodotti del monopolio a ricordare nel nome, come qualcuno in età raccontava, l’origine da concessione papalina a guardie svizzere andate in pensione dal loro servizio, che avevano preferito rimanere nello stato del Papa, invece che tornare nel loro cantone in Svizzera. Il lato della piazza opposto al palazzo Trinci e che chiudeva la piazza verso sud era occupato dal bar Monsignori, un signore alto e taciturno con le figlie alte come lui. Sulla bacheca, nel muro d’ingresso, esponeva la sera della domenica i risultati delle partite di calcio, in concorrenza con il bar Colonia al trivio che spesso lo anticipava.             In piazza della Repubblica si arrivava dal Corso attraverso un ampio slargo su cui si apriva l’altra facciata meno preziosa della cattedrale. Accanto al bar Monsignori si apriva un’altra più piccola strada che veniva da piazza Matteotti.                                                            Era questo uno spazio dedicato al riposo e allo svago della gente, panchine e grandi lecci in aiole delimitate dal selciato del calpestio.                                                         Una balaustra sui quattro lati divideva l’area pedonale dal traffico intorno di macchine e biciclette.  I bambini e i ragazzi giocavano, un tempo, in mezzo a bussolotti che, aperte le tendine del palcoscenico, si coloravano dei costumi sgargianti di Tancredi e Clorinda, Arlecchino e Pulcinella, e le altre maschere del teatro italiano, con i pupazzi mossi da mani invisibili e quelle voci misteriose che uscivano da labbra serrate. Sulle panchine sedevano anziani per una parola, per un saluto, colla pretesa di fermare il tempo e allontanare la morte.

Sotto il palazzo comunale a simulare quasi un ingresso ai piani bassi dello stesso, si apriva un vicolo stretto, suggeriva intimità e protezione, conduceva nella parte vecchia e più nascosta della città.  Nei muri del primo tratto pietroni di riporto presi da scomparsi edifici romani. Era dedicato e ne portava il nome a Colomba Antonietti, femminista e anticonformista ante litteram che forse per seguire il suo uomo cadde nella difesa di Roma contro le truppe francesi, avvinta dal fascino di Garibaldi e dalle nuove idee che procurarono nuove vittime al dio della guerra. Entrati nel vicolo e andati oltre, ci si poteva perdere a non conoscere.                         Un dedalo di viuzze che si intersecavano l’una con l’altra, per aprirsi all’improvviso e d’incanto in piazzette inaspettate, o davanti palazzi signorili, con le imposte chiuse, in gran parte disabitati, come le case intorno. Case malsane, senza luce, di una vita che era sopravvivenza e difesa dagli altri e dal mondo.                                                                                                                          Un tempo, quando la gente viveva dentro le mura, quel mondo era affollato di voci e volti, di faccende e lavori.                                                                                               Quelli che conciavano le pelli, lungo il Topinello, il fiume interno intorno al quale era sorta la città.                                                                                                                        Finché i perugini eterni nemici, lo avevano deviato per assetare gli abitanti, in una delle tante guerre che avevano visto contrapposte le due città.                                                Da allora dell’antico fiume rimaneva un simulacro che comunque continuava a bagnare una parte del centro.                                                                                          Accanto ai conciatori, i falegnami e i vetrai, e fabbri con i loro antri fumosi e fuocosi, e loro, sporchi e neri di fumo e di lavoro. Per contrasto, poco più in là i fornai uscivano per strada bianchi di farina, e le donne dopo e prima delle faccende di casa rincorrere figli persi in giochi pericolosi.                  E c’erano case per amore a pagamento anche con sconti in denaro, sostituito da prodotti della terra, per quelli della montagna che arrivavano costretti dalle tempeste ormonali, quando le capre non bastavano più. Le ragazze dopo la legge Merlin di fine anni cinquanta erano scomparse, rimasero ad aggirarsi in quei vicoli le antiche maitresse, ormai compromesse, incapaci a riciclarsi ad altra vita, meno quelle che avevano fatto il gruzzolo sostanzioso e che se n’erano andate altrove a ricominciare una vita diversa o la stessa in altre forme, sorta di imprenditrici al passo con i tempi.                                                                                         Altre erano rimaste, vagavano per lo più in via del Giglio, via della Rosa, piazzetta delle Ceneri, qualcuna con il trucco violento dei bei giorni delle case, ormai abituate a quel look e incapaci di inventarsene un altro. Abitavano in quei vicoli e se gli riusciva, adescavano qualche passante sprovveduto per procacciare clienti a coloro che facevano il mestiere a casa, e delle quali loro fungevano da ruffiane, ma progressivamente sempre con meno credito e fortuna. Non mancavano di partecipare alle funzioni religiose in cattedrale o nella chiesa di S. Niccolò, una delle numerosissime chiese che popolavano le strade, i vicoli, le piazze della città.                                                                                                                  S. Niccolò bella e antica tra le altre, conservava il Polittico capolavoro di Niccolò l’Alunno che Napoleone pensò bene di rubare, per essere poi restituito senza una parte che è ancora al Louvre.                                                                                        Il babbo di Alceste laicissimo, socialista e anticlericale disse una volta, e la cosa era rimasta sempre nella mente di Alceste, che la città, in rapporto alla sua grandezza e al numero di abitanti era dopo una città della Spagna la seconda al mondo come numero di chiese.                                                                                                                            Molte erano chiuse, scomparse anche le confraternite che raggruppavano la gente dei rioni, e che per le feste comandate scendevano nelle strade in lunghe processioni, partendo e tornando alla chiesa di appartenenza.                                     Edifici di culto che si intercalavano o si integravano con i monasteri di clausura in particolare dell’ordine francescano e uno di questi era un ordine deviante, fondato da una suora di nobile lignaggio, per la quale Raffaello Sanzio dipinse un quadro della Vergine che si chiamò “la Madonna di Foligno”.                                                              Fu trafugata dai francesi al tempo dell’invasione napoleonica d’Italia, poi tornata non più a Foligno ma in Vaticano. Chiese, preti, suore, frati, artigiani, puttane, lestofanti, famiglie, tutti ammassati dentro le mura, e quando arrivava il terremoto, tutti insieme per le strade dietro la statua di San Feliciano a chiedere che lo facesse smettere.                                                  E quando non bastava veniva in soccorso da Ascoli Piceno anche s. Elpidio, in un gemellaggio delle disgrazie che raccontavano efficace.                                                     Poi la società laica affermatasi non ha creduto più a queste cose, e forse per questo l’ultimo terremoto di fine secolo è stato cosi distruttivo.                                                  Poi la gente cominciò a migrare nelle periferie e la città si allargò nella campagna intorno e cambiarono anche i costumi.                                                                              Morto il sesso istituzionalizzato delle case chiuse, scomparse le maitresse si affermarono le nuove professioniste, occulte alcune, esercitanti nelle loro case, sguaiate altre, provocanti passeggiatrici nelle strade, al viale della stazione, ai canapè.                                                                                                                               Vanda, Valeria, Rita, che poi era la madre di quest’ultima, la padovana, queste ed altre erano parte del paesaggio cittadino, avventori soprattutto i militari finché fu aperta la caserma.

 

Accompagnava nonna Angelina alla stazione, adolescente con una gran criniera di capelli, incrociarono Vanda mentre la nonna aveva appena finito di dire che da come la teneva a braccetto si capiva che non era ancora avvezzo a girare con le ragazze. Quando Vanda, gli sorrise sguaiatamente apostrofandolo con un Peppino di Capri che evidentemente lui le ricordava. Divenne rosso di vergogna e la nonna gli dette uno sguardo di fuoco. Che avesse sbagliato diagnosi prima nei suoi confronti?

 

Ma oltre Vanda e le altre, in città giravano anche due omosessuali: Aramis, e un altro bassetto.                                                                                                                            Loro più delle puttane, infelicemente evidenti.                                                                         Non si nascondevano, non avrebbero potuto, perché ovunque andavano evocavano invettive e scherzi pesanti, turpiloqui ai quali cercavano di tenere testa con parole della stessa risma. Tutti gli altri e ce ne saranno stati, erano nascosti, i costumi del tempo non li avrebbero accettati e tollerati e quelli con famiglia e lavoro si sarebbero trovati a mal partito.                                                                                                                                       Aramis e l’altro no, loro non avevano nessuno, neanche un lavoro, erano come clochard, ma riuscivano a mantenersi probabilmente con rapporti clandestini con persone che ci andavano di nascosto. Occorse del tempo perché i costumi cambiassero e allora uscirono fuori in tanti dal loro riserbo, alcuni abbandonarono le famiglie di copertura che si erano fatte.

 

Ormai i vicoli della città vecchia erano stati per gran parte abbandonati dai vecchi abitanti.

Prima lentamente, poi vorticosamente, la gente aveva lasciato la città per farsi casa fuori dalle mura, nella campagna sottratta ai lavori agricoli, diventata residenza di una prosperità fittizia, celebrata da geometri arruffoni, interpreti entusiasti del saccheggio del territorio, secondo concezioni urbanistiche di una modernità mal digerita. Al loro posto in quei vicoli cominciò a girare gente di fuori: slavi, magrebini, africani.                                                                                                                     Trovarono lì, grazie alla politica dell’accoglienza del governo locale e nazionale, dimora e mezzi di sussistenza.                                                                                              Qualche residuale bianco di etnia umbra vagava straniero per le antiche strade.

 

Alceste si inoltrò in quel mondo che conosceva bene perché spesso oggetto di vagabondaggi in giornate neutre quando la mente e il cuore rifiutano i percorsi abituali e chiedono un’immersione lontano da casa, alla ricerca di un’innocenza primordiale. Quei vicoli stavano lì, in attesa, e quel giorno ancora di più. Poca gente in giro e i suoi passi risuonavano nell’aria intrisa dell’odore acre dell’urina dei cani e di umani un po’ randagi che trovavano in quel luogo comoda meta dei loro bisogni corporali. Il sole filtrava con parsimonia, coperto il cielo dalla successione delle case a schiera che delimitavano lo stretto spazio del vicolo. Percorso il primo tratto, di via Colomba Antonietti, si trovò nella strada dove era il Liceo della sua adolescenza.           

 

Ci arrivava la mattina trafelato, di corsa, per non far tardi alla campanella d’ingresso, ancora assonnato.  Perché dormiva in quegli anni Alceste e la mattina la mamma doveva svegliarlo, la colazione preparata in cucina e gli abiti in fondo al letto, un breve saluto, la raccomandazione di far bene a scuola e via. Quell’affetto totale era come cosa dovuta, naturale come il sorgere del sole o il freddo dell’inverno. Si accorse dopo, quando ormai uomo, lei morì, dell’enormità di quella cosa che era stato l’amore di sua madre per lui. Nel nulla dell’universo, nel mistero dell’esistenza, quell’amore era come una coperta che teneva caldo, proteggeva. Quando fu strappata via, si portò via anche la pelle, rimase una ferita profonda che non rimarginò più.                                                                                                             Era un normale edificio il Liceo, uguale nelle dimensioni e nell’altezza a quelli che lo precedevano e lo seguivano, senza soluzione di continuità sulla strada di quella parte vecchia della città.                                                                                                                 C’era “Janez”, il prof Pierluigi, professore di disegno e storia dell’arte, molto professore all’antica, autorevole, che aveva fatto i concorsi della sua carriera tutti con una matita Fila n 2 e una gomma. Raccontava che erano bastate quelle due cose per vincerli tutti. Raccontava anche del Ninfeo dei Licini “subito a sinistra quando arriverete a Roma in treno alla stazione Termini” ci diceva. Quei costoloni imponenti e………, Da allora Alceste ogni volta che si recava a Roma non poteva fare a meno di guardarlo il ninfeo dei Licini, e ogni volta nel ricordo del suo professore lo avrebbe trovato bellissimo, anche se ormai era solo un rudere.                                                                                                                         Quei costoloni erano le strutture portanti del monumento, di quello che rimaneva di esso, il tempo non li aveva intaccati, parlavano di eternità, della sfida dell’uomo al caso, all’inconosciuto, simulacro di classicità inimitabile.                                           Questo ci voleva dire Janez, ma lo avremmo capito solo da vecchi, non altre parole allora per spiegare tutto questo, solo quell’enfasi nel pronunciare quella parola “costoloni”. Bastò per metterci dentro una curiosità, un bisogno di approfondimento, che era la porta per entrare in verità non dette. C’era “la vecchia” la professoressa Mancini, che ci raccontava la matematica, a modo suo che non capivamo, pensavamo che non ne sapesse un gran ché di matematica, nonostante ricordasse sempre che aveva studiato con Fermi.

C’era Gentili preside e professore di filosofia, lo chiamavamo “alduccio” tra di noi, vezzeggiando il suo nome di battesimo, grande carisma nonostante l’aspetto dimesso: ci fece diventare tutti marxisti.                                                                                         Non Calistri, innamorato di Dante, perfetto, profumato, carismatico, veniva dalle magistrali dove mandava in visibilio le ragazze con le sue lezioni con la recita dei versi leopardiani dedicati a Nerina.                                                                                     Se ne annunciava l’evento mesi prima e a differenze delle femmine delle magistrali, per noi fu esercizio difficilissimo di simulazione: fingere commozione e mascherare e reprimere il riso che dal diaframma saliva su sino al volto e che non sarebbe stato tollerato.  Peggio, sarebbe stato come una bestemmia detta in chiesa, un attentato a tutta una vita di studio, emozioni ed insegnamento del nostro professore.

 

Lasciò via Aurelio Saffi dove si trovava il liceo e si immerse nuovamente nei vicoli. Attraversò via Gramsci e prese per via Arti e Mestieri, passò davanti a san Niccolò.  Si sentiva suonare un organo e la musica si interrompeva per poi ricominciare secondo una ritmicità arcana quasi per lasciare spazio a singhiozzanti silenzi metafisici.  Si stancò, ebbe voglia di luce e spazio.  Arrivò nella piazza del mercato, da lì risalendo per via Gramsci tornò in piazza della Repubblica. Sul lato nord si aprivano due strade interrompendo alle due estremità la facciata di palazzo Trinci. Una era via Gramsci da cui era tornato in piazza, l’altra era via XX settembre. Questa bucava lo spazio angusto tra il palazzo Trinci e la cattedrale di san Feliciano: l’antico potere politico da quello della chiesa di Roma.

 

Rapporto difficile di sudditanza del primo al Papa, con tentativi di affrancamento e rapidi pentimenti, graziosamente accolti, sino a quando terminò con il taglio della testa all’ultimo Trinci.                                                                                                                    Una ponte univa in alto sopra l’inizio di via XX Settembre i due edifici a riprova del tormentato rapporto e il passaggio appunto si chiudeva o si apriva a seconda dello stato dello stesso. Le pareti del passaggio erano riccamente decorate, sontuose si può dire, come e più delle stanze del palazzo signorile e della cattedrale, quasi biglietto da visita dei signori Trinci, per farsi accettare o perdonare, o per poter ingannare la controparte. Aveva una botola il pavimento del passaggio, raccontavano a noi bambini che questa si apriva proditoriamente quando si voleva eliminare qualcuno che con l’inganno veniva invitato ad ammirare le pitture delle pareti.                                                                Ma era piccolo il buco, e sembrava difficile che ci potesse passare un corpo.                Un’altra versione non meno terrifica, raccontava che in quel buco ci appendevano ad una corda i condannati a morte e li si lasciava lì per alcuni giorni a monito ed educazione dei cittadini. In via XX Settembre il negozio di Preziosi è chiuso da tempo. Fabbricava biciclette nel dopoguerra con il proprio marchio, non so se erano solo per il mercato locale o venivano vendute anche fuori.                                                              Il figlio non era riuscito a portare avanti quel lavoro, ora aveva quell’immobile importante, parte del palazzo Trinci a questo prospiciente all’inizio della strada. C’erano ancora travi di legno sulle pareti delle mura, quelle e i muri che sostengono non sono caduti con il terremoto.                                                                                        Si dice sempre così, “che palle questa lode del passato”, però è vero molto spesso. Il prezioso junior, anche lui, forse aspetta il contributo dello stato per rimettere a posto la sua proprietà in questo carnevale che è la ricostruzione.                                                Con il terremoto hanno rimesso a posto la città, dopo anni di incuria, come ce l’avevano lasciata i bombardamenti anglo-americani del 44’.

 

Mario Coccetti, davanti a Preziosi, tiene aperta la sua locanda, un lungo budello buio con in fondo la cucina dove sta la Rina.                                                                                               Dopo l’ingresso, sedie impagliate e tavolini con tovaglie a quadri, cosi da sempre.             Si è invecchiato Mario, racconta che chiuderà presto, ormai ha raggiunto l’età per andare in pensione.                                                                                                                                 Non più ortolani, operai, gente del popolo alla sua mensa.                                     Ora ci sono avventori un po’ snob, alla ricerca del diverso, lontano dalla modernità e dal progresso, da quello che fanno tutti.                                                                                Snob a rincorrere quello che sta scomparendo, rivestendolo di una patina di nostalgia, di poesia, com’è di molte cose destinate a finire e che si vogliono far vivere di un ultimo splendore, togliendogli di dosso la patina di normalità mercantile e ammantandoli di suggestioni estetiche.                                                                                                            E così a mangiare mortadella e pane rifatto, da Mario Coccetti, e sughi pesanti buoni per i carrettieri di un tempo, non per stomaci inciviliti dagli agi.     E lui si è “imparaculito” e i conti non sono quelli di una volta, ma sempre più si adeguano all’oggi.                                                                                                                E te le fa pagare queste divagazioni “fancazzistiche” il vecchio Mario Coccetti.             Ma la Rina è simpatica là in fondo e ci dice che quando chiuderanno potremo andare a casa loro che ci farà da mangiare lo stesso e a buon prezzo.                                                         E Mario continua a far il conto su carta paia con un matitone e tira la riga alla fine, facendo la somma e il conto ha una virgola e dietro decimali o centesimi, mai una cifra netta, retaggio di antiche ristrettezze e la necessità di strappare ancora qualcosa, solo un po’, quasi inapparente. Da non provocare contestazioni.

Poco più avanti si arriva da Brodoloni, “spara-fucile” come era chiamato il locale e il nome non era chiaro se fosse del titolare o del bar-pasticceria com’era all’inizio dell’attività. Una donna accanto, minuta, paziente, umile, silenziosa.                                                                          Se mancava qualcosa, era lei che faceva la spola con la dimora dirimpettaio.                                        Continuò così anche con i figli stravaganti come il padre.                                                             Lei è morta a Nocera Umbra, vecchissima, dove stava con la figlia che spara-fucile le aveva dato accanto ai tre maschi.                                                                                     La figlia arrivata da ultimo, tranquilla come il più grande dei fratelli impiegato di banca per tutta la vita.                                                                                                                               Non così gli altri due, Duilio e Nazzareno con i geni dominanti del padre, espressi in massimo grado e dominanti su quelli materni, destinati agli altri due nel senso del giudizio e della oculatezza. Loro no, i due fratelli Duilio e Nazzareno.                                                                                   Loro no, avevano preso il negozio dopo la morte del padre e ne hanno esaltato il carattere fantasioso.

 

Lisa lo aspettava lì la sera, quasi per caso sembrava, ma per caso non era. Una sera, un’altra, e altre ancora, dopo la prima, quella sì fortuita: lei a chiedere una birra, una Dab. Aveva pronunciato quella parola con voce delicata, di buona educazione, quasi aristocratica. Usciva da labbra sottili e movimenti graziosi del viso, prima di fermarsi in una leggera deviazione verso destra, come chi ascolta incantato le storie. E lui le raccontava le storie, sempre nuove, con trasporto, e lei continuava ad ascoltarle sera dopo sera amandolo ogni momento di più. Mai un appuntamento, era un ritrovarsi fintamente per caso. Poi era parlarsi negli occhi sui tavoli, in mezzo agli altri, ma dimentichi di tutti e tutto. E fuori nella notte a piedi per le vie della città o in sella sulla vespa bianca 200, memoria del padre, per i paesi intorno. Abbracci e amplessi come rubati chi sa a chi? Ma rubati, clandestini, che non dovevano diventare progetto di vita. Gli aveva detto, una sera di amore più intenso, di portarla a casa. Ma Alceste viveva con la mamma e non poteva. Lei diventò rabbiosa, cattiva e quasi urlando disse che doveva farlo, doveva portarla a casa perché lei era la sua donna, perché si amavano. Lui si irrigidì, si difese dicendo che non poteva e che non dovevano fare quel discorso. Il loro stare insieme, il loro vedersi era senza una progettualità, quella cosa era estranea per lui con lei come con qualsiasi altra, perché lei non poteva sapere, non poteva capire, lui pensò, c’era in mezzo una vita passata da solo con la madre da quando il padre era morto, lui bambino. Energica, volitiva, lo aveva educato al meglio, perché si facesse una posizione nella società, aveva concesso pochi svaghi da quell’impegno, soprattutto aveva vigilato che non si perdesse in storie di sesso o amori sciagurati. Quando fosse stato il tempo era convinta che avrebbe trovato una ragazza per bene per farsi una famiglia, magari che andasse bene anche a lei. Non rispondeva Alceste, ma ribelle nel profondo, senza possibilità di rompere quel legame con la madre, inanellava tutte storie inadatte per quel finale, e lei si affannava a porci rimedio, con scenate e minacce. Quella con Lisa era una di quelle storie, più precisa non si poteva: si era fermata alla scuola dell’obbligo, non aveva un lavoro, viveva con una mamma separata e una sorella moderna quanto lei, in quanto a stile di vita, dunque era difficile corrispondesse alle aspettative materne. D’altra parte la consapevolezza di Alceste della sua inadeguatezza ad una storia d’amore adulta, se pur arrivava alla coscienza non riusciva a modificare il suo modo di essere e comportarsi. Si assolveva se si può dire così, per la purezza del suo sentimento, fatto di delicatezza e di emozioni, puro, in qualche modo fanciullesco, e che non pretendeva niente. E lei lo amava anche di più per questo e quando le tenerezze diventavano qualcosa di più, era lei che lo trascinava quasi demiurgo in una dimensione dove fantasia ed emozione diventano materia. Un gioco difficile che in lei la natura suggeriva prima della coscienza e della comprensione e per lui era scombussolatezza, nell’appagamento. E poi tornavano a giocare come bambini, sceglievano i muretti come fossero i posti numerati di un teatro a seconda dei soldi che avevano in tasca sceglievano quello da loggione o da prima fila, e si sedavano lì dopo il gran camminare o il correre per i sentieri dei canapè. E lei stava aggrappata a lui, e ripeteva il suo nome con quella voce delicata e che aveva sentito la prima sera nel chiedere una Dab. Ma lui continuò a non portarla a casa e una sera lei gli disse che si sarebbe sposata di lì a breve con un carabiniere e quando venne il giorno lui la portò a casa e stettero sul letto senza fare niente, e il giorno dopo lui le fece avere un mazzo di fori di campo che lei aveva chiesto come regalo di nozze.

 

Ma da Nazzareno e Duilio venivano tutti, dalla città e dalla regione intorno.                                Andavano di moda, erano avanti rispetto agli altri.                                                              Da loro si mangiava, ma non era propriamente un ristorante, si beveva, ma non era neanche un’osteria, o un bar. Era un luogo d’incontro, e ogni tanto vi si organizzavano serate musicali e happening letterari.                                                                                   Dunque il locale era tante cose che si alternavano camaleontiche, convivevano e facevano la suggestione del posto, e Duilio e Nazzareno, apparentemente confusionali, dietro a tutto.                                                                                              Tre piccole stanze, un retro-bottega che si prolungava all’esterno per breve tratto, su un vicolo dietro a via venti settembre che fungeva da cucina.                                                Un lungo bancone nel primo ambiente per i vini e i cocktails, sedie alte per appoggiarsi al piano del bar.                                                                                                      Nelle altre stanze tavoli, non molti, per mangiare o bere o semplicemente parlare.                                                  Lì dentro si intrecciavano vite, storie, personaggi della città e occasionali di fuori.  Un caleidoscopio di gente richiamata dal nome del locale, nessuno in Umbria come quello. Sorta di porto franco frequentato da professionisti, fancazzisti storici della città, pregiudicati, intellettuali di provincia, artisti con regolari quadri lasciati in pagamento di consumazioni evase, presenze femminili saltuarie, non ingombranti, non ancora femministe, o in caso, rifuggenti il luogo. Maschilismo non politico, vagante, inespresso.                                                                                                                             Andava di moda il locale dei due fratelli, erano professionisti, anche se non si sarebbe detto.                                                                                                                                        Si facevano conoscere in giro per l’Italia, in concorsi di barman, in provini di comici e intrattenitori, con il desiderio di sfondare in una dimensione più grande, ma ogni volta inesorabilmente condannati a rimanere sul posto, come se la loro bravura attingesse energia solo da quel luogo o tutt’al più da quel pezzo di mondo tra Spoleto e Perugia, dove marcavano la presenza in occasione delle grandi manifestazioni.                                                             Spoleto con il festival dei due mondi era una tappa fissa del loro peregrinare al di fuori della sede storica in via venti settembre.                                                               Il loro locale per quelle tre settimane era frequentato dagli artisti e intellettuali che gravitavano intorno alla kermesse, e anche quella poteva essere occasione e speranza di conquistare una dimensione diversa, più consona al loro talento.                                 Non andava mai così bene come avrebbero sperato, e ogni volta Duilio diceva che l’anno successivo sarebbe stato l’anno buono“ st’anno sfonnamo” gridava.                                                                                           Arrivò a partecipare ad alcune trasmissione di intrattenimento in televisione che però non ebbero seguito.                                                                                                           Duilio era il vero mattatore, ma quando finiva le performance serali, non sempre riusciva a mettersi tranquillo e abbandonarsi al riposo notturno, continuava in altro modo la rappresentazione, giocando a dadi fino all’alba con individui vocati alle notti insonni, magari se andava male, perdendo l’incasso della serata.                                                                               Più giudizioso Nazzareno per quanto poteva essere giudizioso uno che, alla fine degli anni 60, appena maggiorenne, aveva girato con l’autostop i paesi scandinavi e l’Inghilterra senza soldi, e, come vettura con cui girare per la città, aveva uno smarmittato taxi londinese, ogni stagione riverniciato con brillanti colori alternativi. Era stato compagno di scuola alle elementari di Alceste e sin d’allora aveva dimostrato la sua natura fantasiosa impegnata in giochi sempre nuovi.

 

Si incontravano lì, la sera, Alceste con Giampaolo, Arsiero, Carlo, Mario e altri meno costanti, Guido, Ugo….                                                                                                     Si incontravano lì per stare insieme, organizzare la serata, mangiare o bere qualcosa. Il prezzo delle consumazioni lo faceva Duilio, e il gioco, che tanto gioco non era, stava nella richiesta esorbitante e nel contrattare lo sconto come si fa con gli ambulanti o con i mercanti dei paesi arabi.                                                                          Ma il gioco non era dichiarato e se qualcuno era meno pronto o non conosceva, si trovava a pagare cifre esorbitanti.                                                                                        Al grido-risposta “ce l’ho” si chiedeva il bere e il mangiare, il tavolo per lo più quello posto vicino alla porta-finestra che dava sulla strada, per controllare il traffico della gente che passava, o di quelli che entravano.                                                   Bisognava stare attenti ad Orlando, un provocatore con precedenti giudiziari di poco conto, ma che ne avevano legittimato il ruolo di prepotente provocatore.                    Anche lui naturalmente frequentava Brodoloni, e loro avevano un po’ di timore per non essere avvezzi alle arti marziali che potevano servire, a causa del fatto che la sua ex moglie era stata qualche volta partecipe delle loro feste.                                               Lui vantava un diritto di prelazione e dunque minacciava di passare alle vie di fatto, ma una sera un altro avventore storico: Castori, al quale Duilio non si stancava di dire che prima o poi gli avrebbe sfasciato la diga, lo riempì di botte e per un po’ Orlando se ne stette buono con loro e con gli altri.        Di ritorno dai suoi viaggi in Brasile o meglio dalla sua vita in Brasile o dai soggiorni nella casa di Parigi entrava nel locale Peppe Fongoli.                                                Non mancava mai di passare le serate da Brodoloni quando tornava in città, anche perché abitava lì vicino, all’inizio del portico delle conce in un antico palazzo signorile ereditato dai suoi.                                                                                              Uomo ormai in età, molto raffinato, cultore e mercante d’arte, pittura italiana del quattrocento, ricco ma scialacquatore come i veri signori, dedito a vita sentimentale indefinita, senza famiglia.                                                                                                     Quando in città, si accompagnava a giovanotti di bell’aspetto, con i quali girava nei locali della zona e naturalmente da Brodoloni.                                                               Una volta riportò dal Brasile una figlia, almeno così si diceva, che ebbe una fine tragica, nella bella casa di Peppe Fongoli.                                                   Sempre ben vestito, elegante, parlava lentamente, con voce fessa, pronunciava periodi ben costruiti con vocaboli raffinati, taluni desueti.                                                 C’era una biblioteca monumentale in quella casa, con antichi incunaboli e altre rarità del genere. Del gruppo di amici la fece vedere solamente a Guido che tra loro era un adepto incostante, un po’ defilato.                                                                                             Svagato per costume genetico, lui e i suoi dieci fratelli e sorelle, eredi di una casata trevana antica e nobile con in dote migliaia di ettari di terreno tra montagna e pianura, naturalmente tutti andati a finire male, loro ridotti a vivere nella casa avita, con modestia.                                                                                                                 Guido fu l’unico, anche se non si capiva perché ad essere ammesso in quel sacrario della biblioteca e ne cantò le lodi.                                                                               Forse la comune origine alto-borghese, simil-aristocratica, aveva operato l’esclusiva concessione della visita non estesa a nessun altro, un corto-circuito tra simili, visto che anche in casa Bartolini esisteva una biblioteca importante, anche se l’uno non sapeva dell’altro.

A tarda notte da Brodoloni compariva anche “lu mortu”, conosciuto così per via del colorito pallido-terreo del viso.                                                                                         Era uno dei quattro, cinque fancazzisti storici della città, giovani negli anni 50 che trascorrevano il tempo al Gran Caffè Sassovivo tra una partita di biliardo e un bicchiere di spuma, nell’atmosfera carica del fumo delle sigarette, a raccontarsi e vivere storie che per quegli anni avevano del favoloso e del fantastico.                           Di loro da Brodoloni appariva ad una certa ora solo “lu mortu”, non gli altri: kocis, Ciaravaglia, lu tassu de budino, lu lupo, lu gufu, lu……                                                      Ognuno perso dietro il proprio destino, qualcuno scomparso prematuramente, ormai estranei comunque l’uno all’altro

 

Il Gran Caffè Sassovivo a metà di Corso Cavour, la via principale della città, davanti un edificio con porticato, che fu ospedale nei secoli passati, poi scuola elementare, infine ufficio comunale dell’urbanistica. Nel primo novecento, ritrovo della buona società, frequentato anche dalle signore, per il tè del pomeriggio. In estate, anche fuori, sui tavolini del loggiato antistante. Poltroncine in legno e cuoio, il gioco degli scacchi, la grande specchiera liberty dietro l’enorme bancone in marmo e legno pregiato. Da una porta, in fondo al locale, si entrava nell’ampia sala dei biliardi. Aspiranti professionisti, giocatori per denaro, o più semplicemente nullafacenti, passavano le giornate tra un caffè e una spuma, fumando sigarette con dovizia, e sfottò e leggerezza, quasi sentimenti, verso compagni di sempre. Oltre la sala giochi, da una porticina si accedeva al giardino interno, tra vecchie case, e al centro un rialzo del terreno, lo chiamavano la montagnola. Vi si tenevano feste danzanti, con strofinamenti e tastate furtive, che lasciavano gote arrossate e fronti sudate, tumefazioni pubiche pudicamente coperte da improvvisati tovaglioli. Gerarchie di personalità vivevano il gioco della vita, senza progetti. Vitelloni, con mamme e sorelle a casa, senza voglia d’altra famiglia. E le donne, le altre, avventure da raccontare agli amici, senza debolezza di sentimenti o altro. Kocis e Ciaravaglia, lu tasso di budino, e lu lupo, lu gufo, lu morto,lu…………………………………Anni 50, la guerra della loro prima età alle spalle, era rimasto in bocca il suo sapore di provvisorio, e il cercar di guadagnare un altro giorno. Sconosciuta la politica, l’impegno civile dei babbei.  Loro diversi, trasparenti e adamantini nel loro disinteresse, nobile e aristocratico. L’estate partivano su 500 sgangherate, prima delle autostrade, destinazioni casuali. Molto Riccione, memoria ancora viva degli svaghi estivi del duce di Predappio, lì vicino. Stessa strada, non su Alfa-Romeo ma sulle prime utilitarie del boom: nuceria camellaria, helvillum, adcalem, forum sempronii, petrapertusa, fanumfortunae, ariminum, secondo la tabula pteutingeriana. Città antiche che con nomi diversi si attraversavano ancora in quegli anni 50’, con sosta al Passo del Furlo, memoria vivente dell’altro, nel ristoro della saletta da pranzo e nella stanza da letto. E poi quella casa in rovina nascosta da erbacce e piante spontanee come una vergogna storica da occultare, sul mare, in fondo a viale Ceccarini. Ma loro non andavano al mare, se ne stavano al Jimmi o al Saviolino dove entravano a sbaffo in un momento di distrazione dell’addetto ai biglietti. Cercavano donne da agganciare e avventure da raccontare. Riccione delle straniere, con la voglia di mondo e di persone, che diventò una moglie svedese per lu lupo, e un viaggio in Turchia per kocis e ciaravaglia su una Volkswagen malandata e scoppiettante. Al ritorno dopo mesi, al caffè, il racconto agli amici anelanti fu “i turchi se morono de fame e fumano, i persiani vonno a lavora’ in Turchia” rara sintesi sociologico-politica dei paesi visitati. Ma poi Ciaravaglia si sposò e lu lupo rimase in Svezia accanto a quella donna bionda che sapeva di sogno, e lu gufo si perse, e lu tassu andò a Perugia a vendere Ferrari e Lamborghini. Rimase lu Kocis. Di notte, si sentiva passare in bicicletta per le vie del centro con il rumore alternante dei chiusini percossi dal lento incidere delle ruote. L’incarico al Comune e le enciclopedie che vendeva andando per le case. Il troppo catrame delle sigarette gli portarono via i polmoni. Se ne andò con discrezione, senza clamore, quasi scontroso, come aveva sempre vissuto. Al funerale la sorella e pochi altri, regalò ad Alceste il suo cofanetto di pelle con i saponi, il pettine, lo specchietto, e la bottiglia dell’acqua di colonia.

 

Alceste continuò lungo via venti settembre, ma poi che ricordava quella data?             Non lo sapeva, e non gli interessava.

 

Con malumore avrebbe scoperto, se la curiosità lo avesse portato a chiedere, che si trattava di qualche avvenimento del mito resistenziale o della repubblica nata dopo la guerra. Non che lui fosse contro queste cose o coltivasse nostalgie, è che lo infastidiva la retorica del politicamente corretto, era contro la pretesa di far diventare mito gli avvenimenti storici in quanto vincenti, era contro il tentativo di falsificare la verità storica. Come quando si pretendeva di attribuire la liberazione d’Italia ai partigiani, minimizzando il ruolo degli anglo-americani, che poi ad essere precisi avevano invaso l’Italia per sconfiggerla, non per liberarla. Perché nessuno li aveva chiamati, erano più semplicemente i nemici di una guerra scellerata, che improvvidamente lo stato italiano aveva loro dichiarato con il popolo al seguito sino a quando, visti i rovesci militari, molti pensarono a salvare la ghirba e a prepararsi per un futuro tutto da inventare.  Pochi generosi antifascisti della prima ora avevano preso le redini dell’opposizione al regime seguiti da un numero sparuto che divenne moltitudine quando gli americani avevano ormai vinto e come sempre accade ci fu la corsa sul carro del vincitore.

 

Alceste percorse tutta via venti settembre, arrivò in piazza s. Giacomo, di lato si ergeva discreta la chiesa dedicata all’apostolo, facciata romanica come molte chiese della città, rimaneggiata all’interno nel 700 con gusto barocco, ma armonioso, non disturbava non sovvertiva l’impianto antico. Dominava negli arredi, nell’altare, nelle cappelle, un colore che, quando si usciva, lasciava come una traccia di arancio negli occhi, ma non era questo il colore che si era lasciato dentro, forse la doratura delle statue o la luce che filtrava dalla cupola affrescata comunicava quella tonalità, che, poi usciti, la mente per qualche arcano circuito sinaptico decideva di rappresentare con il colore arancio. Entrò, era deserta, non era la chiesa delle sue frequentazioni: quella del suo quartiere, o quella del monastero delle clarisse immersa nei vicoli della città dall’altra parte di via Garibaldi.

 

In quest’ultima si arrivava percorrendo via Niccolò di Liberatore detto l’Alunno, nome della strada più recente rispetto a quello che campeggiava poco più sotto “già della madre Paola”.  La chiesetta era parte di una serie di edifici che avevano a che fare con la morente tradizione religiosa cattolica della città, ormai convertita al laicismo più radicale. Di più la politica dell’accoglienza aveva favorito l’espressione di altre e diverse confessioni religiose, quasi come ulteriore tappa nella contrapposizione storica di quel pensiero con la Chiesa di Roma. Dunque in quel tratto della città si trovava la grande chiesa di s. Agostino con annesso il seminario diocesano ormai chiuso da decenni, poco più in là il monastero delle clarisse dell’’Ordine della Beata Angelina.                                                     Nobildonna del secolo di mezzo, nipote di un personaggio importante, che a Roma ricopriva una posizione di rilievo nella curia. La nobildonna aveva fondato quell’ordine in contrasto con i francescani di Assisi, ma la sua tenacia e forse le aderenze altolocate la videro vincente e lo zio volle celebrare l’evento commissionando a Raffaello Sanzio un quadro cui fu dato il nome di Madonna di Foligno.   Questo per alcuni secoli fece bella mostra di sé nel convento della Beata Angelina, fino a quando l’addetto culturale di Napoleone che girava l’Italia al seguito delle truppe francesi non pensò che il quadro sarebbe stato bene a Parigi.   Quando per il mutare della storia fu deciso di riportarlo in Italia, dal Louvre tornò a Roma dove sta ancora oggi. Lì, accanto al monastero, anche la casa dell‘Alunno, il grande pittore di Foligno del quattrocento da cui il nome della via.                                                                                Ci andava Alceste in quella chiesetta minuta, dove veniva esposta l’ostia consacrata. Ci andava, e pensava, ma quel giorno si era trovato ad entrare nella chiesa di san Giacomo. Da quando aveva scoperto in sé il desiderio, la necessità di un senso dell’esistere, era tornato alla religione alla quale era stato educato.                                                               La religione di sua nonna Angelina, bizzoca tutta di un pezzo, a Sigillo nella chiesa di s. Agostino, presidente della Congregazione del Sacro Cuore, carica che le figlie dicevano essere la scusa del parroco per spillargli una parte della pensione.                                                                 Aveva fatto la bidella ancora ventenne per campare sé e le due figlie, rimasta vedova di guerra. Dopo anni gli avevano messo nella scuola anche il telefono pubblico, cosi era bidella e telefonista per il conforto delle figlie che in età ormai matura potevano dire ai figli e agli altri che la loro madre era stata la telefonista del paese, non la bidella.   Quell’incarico aggiunto aveva permesso di oscurare e nascondere il primo, percepito meno dignitoso, spia di indigenza, di bisogno, come in effetti era.                                     Non telefonista che sapeva già di una mansione frutto di competenza, magari di un concorso vinto, e comunque di condizione sociale presentabile.                                         Era il telefono con gli spinotti e la cabina, e lì a collegamento stabilito si chiudeva il cliente come in una camera stagna insonorizzata dall’esterno, come da privacy ante litteram, se non che la telefonista aveva la possibilità di ascoltare.                                        Fu così che nonna Angelina sentì nel 44 che i sei giovani rastrellati dai tedeschi erano stati passati per le armi e pensando che fosse una notizia buona la comunicò allo zio Menchino che le impose di non dire niente a nessuno, perché lui sapeva bene cosa significassero quelle parole che avrebbero precipitato nel lutto tutto il paese, in ansia, e in attesa di buone notizie.   Ci avrebbe pensato il podestà che aveva ricevuto quella telefonata a gestire la cosa.                                                                                                      Era lei, nonna Angelina, che lo portava ogni mattina a messa quell’estate che aveva fatto la comunione e la cresima.  Le zie dell’altra parte ridevano di quella cosa, dicevano che sembrava “marcellino pane e vino” il film che davano in quel periodo o san Domenico savio.   Ora dopo una vita trascorsa aveva ripreso ad andare in chiesa.  Forse erano state le cose accadute negli ultimi tempi che lo avevano portato a cercare conforto lì.

 

Quella mattina seduto sull’ultima bancata della chiesa di S. Giacomo, come sempre quando entrava in chiesa, sentì un benessere che saliva lungo le membra sino alla testa. Era come un balsamo che placava la sua inquietudine, ma sarebbe durato poco, giusto il tempo della sosta, poi lo avrebbe ripreso l’insoddisfazione, i perché evasi, senza risposta. Non gli bastava quel temporaneo sollievo avrebbe voluto che anche la ragione partecipasse a quel rito, ma questa non ne voleva sapere. Era come dicesse, “va bene ora io mi addormento un po’ e tu fatti questa cosa, ma io non c’entro niente, non voglio sapere niente”.

 

Quel conflitto tra le esigenze dell’anima e la ragione accadeva anche al di fuori della chiesa, anche per comportamenti mutuati dai sensi e dall’improvvisazione. Ma ora lì in chiesa la scommessa era più ardita, si trattava di superare le barriere che la ragione costruiva, abbandonarsi al trascendente senza ostacoli, ma non era facile. Aveva studiato cose di scienza, era stato laico, laicissimo, in un tempo aveva creduto che si potesse realizzare in terra il paradiso che i preti collocavano in cielo. La giustizia sociale, la fine delle classi, il dominio del popolo avrebbero realizzato il miracolo, ma non era accaduto.  Lui si era ritratto, tanti come lui, e quel vuoto nell’anima come colmarlo? Con il quotidiano, non bastava, e poi erano cominciate a scomparire le persone della sua vita, non gli andava bene che fossero spariti, essiccati e polverizzati nelle loro bare. Erano tornate alla mente le preghiere dei lontani giorni con la nonna Angelina, aveva cominciato a recitarle sottovoce, come una domanda a chi si chiedeva una risposta, con la consapevolezza che non sarebbe venuta.  Le parole della preghiera erano l’unica certezza, loro avrebbero disegnato la via dell’assoluto, o del niente come la ragione subdolamente gli suggeriva. Comunque nel silenzio e nella penombra delle chiese trovava ristoro, una sospensione dell’angoscia che erano già una risposta. Si trattava di non farsi domande, di lasciarsi andare, di sospendere le azioni e i compiti della giornata, di liberare il corpo e la mente da ogni costrizione, di lasciar svolgere quella biologia fatta di chimica, di ossido-riduzioni, di fluidi vaganti, di correnti elettriche, tutte volte alla loro conservazione, ma che pur dovevano avere un altro fine, da sentire, percepire, non capire.                                                                 Altrimenti tutto era sorto per caso e sarebbe scomparso nel nulla. Non lo consolava Darwin, né il big bang, entrambi gli davano angoscia.                                             Per quella strada avvertiva di inoltrarsi in un cunicolo senza fine che non sarebbe finito mai, non sarebbe mai pervenuto alla luce. Determinismo, causa ed effetto, calcoli matematici, gli gelavano l’anima, o quella cosa dentro che così in passato si chiamava.  Sarà stata fatta anch’essa di chimica, ma chi se ne frega di cosa era fatta, era quella con cui lui sentiva di dovere fare i conti. Certo non per tutti era così, suo cugino Sesè sul letto di morte gli aveva detto che era contento, aveva avuto una vita felice, era stato bene, aveva fatto quello che gli era piaciuto, gli raccomandava come valore la famiglia e basta, di anima, del di là, non aveva parlato, sembrava che non gli importasse. Poi si era addormentato, una bella morte si potrebbe dire.  Ma a lui non andava bene così, forse perché non aveva avuto una vita altrettanto bella e di soddisfazione.                                                                                                                  Da qui la spinta alla ricerca dell’assoluto?                                                                                                                         Ma non poteva fare diversamente, sentiva che i desideri e i sogni dei bambini erano più veri dell’astrofisica e lui voleva rivedere suo padre, non se lo ricordava, era piccolo quando lui era morto, voleva rivedere suo padre e sua madre e Giampiero e Maria Pia e tutti gli altri, alla faccia della ragione che rideva di lui e gli si voltava dall’altra parte per non avere niente a fare con quel troglodita. E i suoi amici che si incontravano settimanalmente presso la comunità agostiniana, Luisa e Gioia e Franco ex stalinista e bestemmiatore di ferro, dissertavano su quale aspetto avrebbe avuto il loro corpo una volta risorti in Cristo! E Siniasvsky non aveva forse detto che sentendo arrivare l’ultima ora, avrebbe gridato: urrà, si salpa?

 

Continuò a stare un po’ nella bancata, poi si fece il segno della croce e uscì sulla piazza passava Lisa………Era vestita leggera come fosse ancora estate, calzoni e camicetta fasciavano le forme, le sinuosità del corpo, piccola, ben fatta, capelli corti scuri ad incorniciare il viso, gli occhi neri, profondi, sicuri, penetranti, aspetto di forza e grazia, seducente. Gli aveva dato il numero del telefono di casa dove viveva con la madre e lui l’aveva chiamata. Poi si erano amati da star male, da andarsene ognuno per strade diverse. Ma non era finita, sembrava che prima o poi avrebbero ricominciato prima che fosse troppo tardi. Si salutavano con un cenno quando si incontravano, non parole, solo un cenno, come un appuntamento da prendere. Ma non accadeva, continuavano a salutarsi, e quel giorno Lisa passò veloce in piazza San Giacomo e non si accorse di lui e lui la salutò lo stesso e lei gli portò via il cuore per quel non essersi accorta di lui.                                                                       Gli sembrò come un addio ed ebbe voglia di correrle dietro, ma non lo fece.    Decise che si sarebbero di nuovo incontrati e si sarebbe salutati ancora e la promessa muta se la sarebbero fatta di nuovo con gli occhi. Così sempre così fino alla fine dei loro giorni. Passò sul ponte di Cesare, come si chiamava uno dei quattro ponti della città che si facevano risalire all’epoca romana. Ci si affacciava la finestra di una vecchia casa, dove aveva vissuto per breve tempo la zia di Lisa, e Alceste con Lisa vi aveva passato una notte d’amore e di sonno, un giorno, la zia assente, in viaggio, lontana. Il ponte scavalcava il Topinello come chiamavano il fiumiciattolo che attraversava il nucleo antico della città. Era l’alveo del più grande fiume Topino che una volta bagnava gli opifici e gli orti dentro le mura, fino a che i perfidi perugini non ne avevano deviato il corso, per assetare gli assediati folignati in una delle tante guerre che nell’età di mezzo aveva visto contrapposte le due città rivali. Lasciato alle spalle il ponte, Alceste si inoltrò nei vicoli di quella parte del centro che si dipanavano lungo il corso del topinello.

 

La chiamavano “le conce” quella strada lastricata coperta da volte su cui posavano le case e queste e il porticato sottostante si aprivano sul fiume.

Ci lavavano i panni le donne, ci sedevano i vecchi a vedere le ore passare con il riflesso della luce sulle acque che mutava con il volgere del sole.

Rientravano in casa quando l’ultimo raggio scompariva.

Ci giocavano i bambini, e l’estate le donne a stento li trattenevano dall’immergersi nelle acque non sempre limpide, da quando il fiume esterno alla città drenava la maggior parte delle acque, e ancor di più quando le chiuse erano abbassate e l’acqua ristagnava.

Alceste da bambino andava invece nel fiume Topino vero, quello grande, esterno che correva a lambire le mura della città medioevale.

Era la piscina estiva dei folignati.

Le calde giornate vedevano una folla lungo le sue rive, la gente passeggiava, si portava gli involti di cibo e di vino e mangiava lì, soprattutto nei giorni di festa.

I pescatori catturavano il pesce con la bilancia e la lenza, i più avventurosi con le mani nude ad esplorare gli anfratti sotto le rive.

E si trovava di tutto: trote, lucci, carpe, barbi, anguille, tanto che c’era qualche pescatore che svolgeva quella attività come professione, e viveva con i proventi di quel lavoro.

Il bagno vero lo si faceva dove l’acqua era alta.

I ragazzi delicati, o meglio imbranati, aggrappati alla camera d’aria di un pneumatico meglio se di camion, e giravano così nell’acqua alta ristagnante sopra le cascate che avevano costruito nel tratto cittadino per governare la forza delle acque.

Quelli bravi si tuffavano dal muretto che delimitava il corso del fiume nelle curve del suo tragitto, come argine delle “pienare” e lì l’acqua era veramente alta o si presumeva e vi si gettavano a capofitto.

Per questo, per malori e affogamenti determinati da buche nelle quali i malcapitati maldestri precipitavano, ogni anno il fiume mieteva vittime.

E bisognava proteggersi dai moscerini dalle zanzare che infestavano le rive.

Ma nonostante tutto, quello era un bel vivere lungo il fiume.

Astorre, il clochard di piazzetta delle ceneri ci si acquartierava tutta l’estate, portava le sue poche cose sotto una tenda raffazzonata, e viveva il fiume quando gli altri non c’erano ancora, o se ne erano andati.

La notte soprattutto con il fido cane bastardo accanto, a sentire il fruscio dell’acqua vicino alla tenda del suo rifugio e più lontano il rumore come uno scroscio della cascata.

Le stelle sopra di lui, l’erba come cuscino, il pelo del cane come coperta, non pensieri o divagazioni filosofico-religiose, solo la consapevolezza di essere nel posto giusto, che andava bene così, che non gli serviva altro.

Ma il fiume cessò d’improvviso di essere quello che era sempre stato per millenni.

Il sindaco di Foligno si incontrò con quello di Perugia e uniti dalla stessa fede politica decisero che era cosa buona mandare l’acqua del fiume a Perugia e il Topino divenne un rigagnolo che si gonfiava solo in occasione di qualche temporale.

La gente se ne andò altrove, così i pesci, e Astorre morì diciamo di vecchiaia, o forse perché si accorse di non trovarsi più bene in quel mondo nuovo che stava nascendo.

 

Si era fatta l’ora in cui la gente suole andare a casa per il pranzo e anche Alceste sentì il bisogno di mettere qualcosa nello stomaco. Non aveva nessuno a casa e non aveva voglia di prepararsi lì qualcosa da mangiare, era una faccenda che gli era stata risparmiata dalle donne della sua vita e seppure non avesse esigenze eccessive, sì che avrebbe potuto prepararsi da solo qualcosa, pensò di riguadagnare via Garibaldi. Al termine di questa, in prossimità del passaggio a livello della ferrovia, si trovava la mensa dei ferrovieri.

 

Per la verità come diceva il nome era stata costruita e resa operativa per le esigenze dei ferrovieri locali e di quelli di fuori che si trovavano a fare una sosta in città, in attesa del nuovo treno da condurre.

Però da sempre la mensa era aperta anche ai cittadini.

Alceste c’era andato la prima volta da ragazzo, mandatovi dalla mamma che era dovuta correre al paese, per una incombenza della nonna e così gli aveva spiegato bene che doveva andare lì a mangiare, cosa doveva chiedere di cibo e gli dette i soldi che occorrevano per pagare.

Da quella prima volta, ogni tanto gli accadeva di andarci, ultimamente più spesso. All’inizio erano tavolini con una cucina sul retro e una famiglia che gestiva: i genitori in cucina le figlie a servire ai tavoli.

Un piccolo ristorante a prezzi popolari, buono per chi aveva pochi soldi, e lì trovavano un trattamento da signori, serviti come tali al tavolo.

Poi nel tempo si era trasformato, e ultimamente era gestito da una cooperativa, che ne aveva fatto un self-service.

Un lungo bancone dove si trascinavano i vassoi a prendere il cibo, prezzi sempre contenuti e gentilezza dei gestori che per strano arcano conservavano il tratto di quelli che li avevano preceduti e che loro nemmeno avevano conosciuto.

Miracolo dei luoghi che è come se avessero un’anima anch’essi, nonostante il mutare dei tempi e delle persone.

Si mangiava bene anche se self-service, i cibi cucinati all’istante, l’ammazza-caffè spesso in omaggio per chi non poteva pagare e per questi sembrava essere più indispensabile del cibo e dunque i gestori non lesinavano.

Gente varia quella dei non ferrovieri, un po’ gente sola senza famiglia, che veniva a cercare oltre il cibo anche un calore che assomigliasse a quello della famiglia che non avevano o avevano perduto.

Fisso Cesare Lanfranco, impiegato in qualche ente della città ma soprattutto giornalista e cultore della storia cittadina.

Un uomo che aveva vissuto sempre nella casa della famiglia d’origine, poi uno ad uno gli altri erano morti e da ultimo la sorella che era il suo sostegno.

Veniva a mangiare alla mensa dei ferrovieri ogni giorno, arrancava con una vecchia bicicletta per le strade che lo portavano lì, sempre allo stesso tavolo, malandato ormai, malmesso, senza più nessuno che si prendesse cura di lui.

Alceste si fermava a parlarci, erano in qualche modo amici da sempre, anche se si frequentavano solo in quei non frequenti incontri.

Una simpatia, un medesimo feeling delle cose e del mondo.

Nella città rasa al suolo dalle bombe anglo-americane, era stata distrutta anche la fabbrica di aerei militari Macchi e il campo di aviazione con la scuola di volo annessa.

Cesare era il cultore di quella storia, aveva fatto ricerche, scritto libri , raccolto le testimonianze di vecchi operai e aviatori e incontrarlo o fermarsi al suo tavolo era un riprendere quel racconto mai finito di una storia che nel suo narrare diventava un epopea, e si ricordavano i modelli di aerei come il “gobbo maledetto”, cosi chiamato dagli inglesi per la sua micidiale potenza di fuoco, o il prototipo di aereo da caccia, con motore a reazione, che lì era stato ideato e costruito a guerra ormai persa. Lanfranco e l’aviazione di Foligno.

 

Alceste entrò dal cancello che si apriva su via Cesare Battisti, guardingo e attento nell’attraversare la strada, che da quando la si era resa a senso unico, nell’ampia carreggiata divisa in due corsie, macchine rombanti vi si sorpassavano come in un circuito. Entrò dal cancello nel vasto spazio sul quale si apriva l’ingresso della mensa, sotto la scritta “Asso” che era il nome della cooperativa che lo aveva preso in gestione. Era un edificio basso e lungo, a ridosso della linea ferrata o meglio di un binario morto dove erano parcheggiati vecchi vagoni, la maggior parte ormai in disuso e in via di rottamazione, qualcuno ancora con la garitta di legno dietro. Più in là sul piazzale c’era un altro edificio sempre a costeggiare la ferrovia, chiuso per lo più, meno alcuni giorni nei quali dei ferrovieri in pensione commerciavano con beni di prima necessità e quello fungeva da deposito. Entrò nel vano dove era sistemato il bancone del self-service che comunicava attraverso una porta con la cucina a fianco. Poi il bancone proseguiva ad U nella più vasta sala lunga e spaziosa, luminosa di finestre dove erano sistemati i tavolini. In fondo c’era il bagno e prima di questo si entrava in una stanza più piccola con meno tavolini, tipo luogo riservato, dove mangiavano i sindacalisti o altri personaggi importanti. Alceste come solito prese una pasta in bianco, un coscio di pollo arrosto con un contorno di verdure e una bottiglia d’acqua: meno di 10 euro. Si sedette sul secondo tavolo a sinistra. vicino la finestra. Lanfranco non c’era ancora. C’erano invece molte donne, giovani e meno, impiegate della vicina sede centrale dell’Asl. Quel giorno con loro, Alceste notò anche il direttore generale, uno di Perugia spesso presente nella televisione regionale e nei giornali locali.

 

Uno stipendio di oltre diecimila euro al mese.

Quel suo stare lì, in una mensa da poveri poteva apparire dettata dalla necessità di un rapido pasto, per poi tornare al lavoro nella vicina sede di piazza Giacomini.

Forse era così, ma ad Alceste piaceva pensare che fosse un’ostentazione di democrazia, di vicinanza al popolo, di “compagneria”.

D’altra parte lo schieramento politico, cui di necessità appartenevano questi boiardi della regione, imponeva loro qualche atto esteriore di testimonianza dei valori che ispiravano quella parte politica.

Per la verità era improprio parlare di parte politica, perché non era parte, era tutto. Dall’istituzione della regione nel settanta, il potere aveva avuto sempre lo stesso colore politico , una sorta di conferma plebiscitaria , che aveva portato a una forma di dittatura , e il successo di quello che oggi, con linguaggio forbito, si chiamerebbe proposta politica, derivava dal fatto che l’istituzione regionale, in assenza di una imprenditoria privata strutturata, di un apparato industriale diffuso, o di altre opportunità, funzionava da agenzia di lavoro, specie di “caporalato istituzionale”, che procurava posti nell’ente regionale, provinciale, nei comuni, nelle comunità montane, nelle aziende pubbliche, nelle cooperative.

In sanità la cosa era più evidente, perché dopo la riforma Mariotti e le successive sino alla Bindi, il dominio politico su questo settore era assoluto.

Il potere fu appannaggio di una nuova classe di medici burocrati di estrazione politica per lo più provenienti dalla scuola di specializzazione in Igiene diretta dal prof. Seppilli e poi dalla allieva che subentrò a lui la prof. Modolo.

Fu sovvertito lo schema che vedeva la centralità degli ospedali nell’organizzazione sanitaria, con il ruolo egemone dei primari, accanto la medicina dei medici condotti e di famiglia, e poi il sistema delle mutue con i professionisti delle diverse specialità. Poca, quasi inesistente la sanità privata.

Lentamente all’inizio e poi tumultuosamente s’impose un cambiamento profondo che veniva dai movimenti del sessantotto, dal progetto di una democrazia diffusa, dalla ridiscussione degli stili di vita, dei valori, dei riferimenti culturali.

E fu medicina democratica.

La persona malata si chiamò cittadino utente dei servizi sanitari, le varie categorie degli infermieri divennero infermiere unico, così i medici distinti sino ad allora nelle figure di volontario, assistente, aiuto, primario, divennero funzionari dello stato, articolati in due livelli.

Dietro la centralità del cittadino utente, prese corpo una riforma che risentiva del radicalismo della proposta rivoluzionaria che serpeggiava nella società, dai tratti bolscevichi.

Parlare di valori della tradizione, di presenza religiosa, di pluralismo, era una bestemmia perseguibile con una scomunica laica non meno devastante di quella religiosa.

E trai più osservanti, in odore di fanatismo, era vincolante l’assioma che si era prima progressisti-rivoluzionari e poi operatori della sanità, come piaceva chiamarsi al posto delle distinzioni e categorie del passato.

La medicina diventava un mezzo per sovvertire la società.                                                E le comuni, il libero amore, la libertà dei comportamenti individuali, erano tutti funzionali al disegno superiore di trasformazione della società in un nuovo ordine. Questa nostalgia diremmo in qualche modo totalitaria, per certi versi traeva origine dal mito resistenziale della rivoluzione abortita, quando tutto era pronto, anche le armi.

La parentesi ventennale del fascismo, una volta superata e demonizzata, permetteva ora di ripartire da dove il filo si era interrotto delle occupazioni delle fabbriche del primo dopoguerra.

L’appartenenza al blocco occidentale era una iattura causata dagli eventi bellici, ma l’orizzonte era dominato da miti della rivolta popolare e se la Russia con Stalin si era un po’ delegittimata, c’era la Cina di Mao e la Cambogia di Pol Pot, se non l’Albania di Enver Oxa.

La spallata violenta avevano provato a darla le brigate rosse, fallite quelle, il disegno riformatore proseguì in forme diverse, di infiltrazione nella società e fu magistratura democratica, medicina democratica, tuttologia democratica.

Si noti l’assonanza del nome con quello dei paesi dell’est europeo controllati dalla Unione Sovietica.

 

Uscì dalla mensa, c’era un vento fastidioso, provò una sensazione di disagio.

 

Non era più giovane, si era abituato da qualche anno ad un riposo in poltrona dopo il pranzo, vi si addormentava per circa una mezz’ora, a volte di più.

Un sonno greve che aveva a che fare con il lavoro del fegato, intento ad assimilare il cibo che gli arrivava dall’intestino.

Era cibo scarso, castigato.

Era stato sempre così da quando il padre era morto per una malattia di fegato.

Pensava che anche a lui sarebbe toccato quel destino.

Così per allontanare quell’appuntamento aveva preso a mangiare oculato, a non bere alcool, salvo qualche occasione.

Ciononostante gli sembrava che il fegato faticasse troppo lo stesso, e ne era prova quel bisogno di riposare dopo il pranzo.

Ma quel giorno era in giro, non era a casa, non aveva voglia di tornarci.

 

Prese giù per via Garibaldi dietro portandosi quel disagio.

 

Pensò che in fondo la vita era stata sempre un disagio, quel corpo che doveva continuamente armonizzarsi con il mondo esterno che mutava.

Quanta fatica preservare le milieu intern!.La necessità di sopravvivere come destino. Così era per il corpo sociale, tentare di guidare i cambiamenti esterni per assicurare un futuro alla specie, se prima non si fosse distrutta da sola.

Così non fa l’eroe, lui non si adatta e per questo muore giovane e diventa mito da cantare ed amare ma da rifuggire come la peste se si vuole sopravvivere e campare uno scampolo di vita in più.

La vita scompare giorno dopo giorno e si trasfigura in sostanza inorganica, e il tentativo di opporsi come fa l’eroe va punito con la morte, o la follia.

Si sopravvive svendendo la nobiltà nascosta in noi, il bisogno di assoluto, la tentazione di abbandonarsi e annegare nell’oceano del mistero, dell’inconoscibile.

Un atto di libertà, per non permettere alla natura di piegarci al suo tirannico corso.

 

All’inizio di via Garibaldi c’era stata una porta, un tempo, si chiamava porta Ancona, dal nome della città dove la strada che usciva di li, conduceva.

L’avevano buttata giù agli inizi del Novecento con la fine del Papato e l’aurora di una nuova epoca che prometteva palingenesi e progresso.

Dunque abbattere tutto il passato a cominciare dalle porte della città.

In quel punto a ridosso delle mura, che invece resistevano ancora al tempo e agli uomini, si affacciava in passato un edificio piccolo, basso, lungo e stretto.

Poco più di un antro buio dove una lampada che pendeva dal soffitto rischiarava l’ambiente. C’erano biciclette dentro e fuori, tante, troppe, in quegli spazi angusti.

Là un uomo magro con indosso una tuta lisa, sporca di grasso e lorda di lavoro faceva quel mestiere di aggiustare biciclette, da sempre. Come giovane apprendista all’inizio e poi da solo. Ora uomo fatto, con accanto una donna gentile e inconsapevole.

Poi per amore lei divenne come lui, indossava analoghi vestiti imbrattati di grasso e le mani e il viso anch’essi intrisi di lordura, ma nonostante tutto questo conservava una gentilezza di modi che contrastavano con l’aspetto e con quel lavoro di gomme, mastici, pompe, freni, copertoni, sellini e tutto il resto.

Non molte parole tra loro, solo lavoro, ma c’era un progetto che accarezzavano nelle lunghe ore del giorno in officina e si raccontavano la sera nel tugurio che abitavano nei vicoli del centro.

Mettevano da parte denaro, poco ma senza sosta, sarebbe servito per costruirsi una casetta in cima a via Piave dopo le ultime case, prima dei campi.

Un lotto di terreno piccolo, in disparte, senza pretese, da non sollecitare gli appetiti dei palazzinari che stavano costruendo ovunque nella periferia della città.

Ci avrebbero costruito la loro casa, prima che la vecchiaia li avesse ghermiti. Così quando smisero l’attività, l’officina fu abbattuta, e loro con i risparmi di una vita cominciarono a tirare su casa, piccola doveva essere, essenziale per le loro elementari esigenze, e d’altra parte non si sarebbero potuti permettere niente di più.

Ma quando l’ossatura fu finita e stavano per mettere mano al tetto, un controllo dei burocrati del comune individuò nello scavo delle pietre antiche.

Si mossero tutte le istituzioni: il municipio, la sovraintendenza ai beni storici e culturali, la provincia, la regione. E come prima cosa bloccarono i lavori, nell’attesa che si chiarisse meglio l’importanza del ritrovamento.

E giù a dire i due, che oltre quelle pietre non c’era altro, che loro avevano visto bene e quelle pietre le avevano messe da parte come decoro del giardinetto che avrebbero fatto.

Non ci fu niente da fare.

I lavori rimasero bloccati.

Passarono giorni, settimane, mesi, infine anni.

La pratica non si sbloccò.

I due sposi continuarono a vivere nei vicoli della città vecchia e morirono uno dietro l’altro.

E della casa?

Se ne interessò un immobiliarista, che ci costruì un palazzo con a piano terra servizi commerciali. Delle pietre non se ne seppe più nulla. Sarebbero state bene nel giardino della casa che non fu mai costruita.

 

Andò oltre, a destra c’era la casa del suo amico Francesco Poeta.

 

Si erano incontrati sui banchi della scuola elementare in Corso Cavour.                       Tutte le mattine, meno la domenica, ad ascoltare il maestro che raccontava di geografia, storia, italiano, geometria; a scrivere dettati; a svolgere temi, ed esercizi di matematica; a leggere; ad affrontare l’interrogazione alla cattedra. I primi libri e quaderni e la penna con il pennino da intingere nell’inchiostro.

Poi lunghi pomeriggi a casa a studiare, sino a cena, dopo il breve intervallo del gioco dopo il pranzo.

Alla fine dei cinque anni c’era l’esame finale per accedere alle scuole medie, se non si superava, si andava alla scuola di avviamento professionale per imparare un mestiere. Lo superarono l’esame, entrambi, Francesco e Alceste, e così si ritrovarono ancora insieme alle Medie in un bel palazzo a ridosso delle mura della città.                                                                                                                                         Era stato tante cose prima: sanatorio, scuola allievi ufficiali, infine scuola media Carducci. E la scuola era vicina alla casa di Francesco, in via Bolletta.                                                 Chi era costui, altro Carneade? Dunque compagni alle medie, ma presto amici, quasi fratelli, dopo la morte del babbo di Alceste in quinta elementare. E la casa di Francesco divenne un po’ la seconda casa dell’amico con la sua mamma. E in primavera, dopo i compiti, con le giornate più lunghe, e poi d’estate, i due amici andavano lungo il fiume, a pesca, con Francesco che aveva la bilancia. Si mettevano sui bordi della cascata, dove l’acqua era più alta e il pesce più abbondante. Si tirava su qualcosa, non molto, da pescatori improvvisati e i piccoli pesci che si prendevano spesso erano rigettati in acqua, ancora in salute perché non presi con l’amo che trafiggeva le carni, e poi le lacerava quando si toglieva, come facevano i pescatori professionisti.                                                                                                           No Francesco e Alceste no.                                                                                                 Non avrebbero tollerato quello scempio, e non c’era una coscienza animalista o ecologica, assente in quel tempo.

Era la delicatezza della loro natura che rendeva impossibile altra pratica. Diversa da quella di prendere i pesci con la bilancia per poi rigettarli in acqua.

Stavano insieme a scuola e anche nelle prime ore del pomeriggio, prima di riprendere i compiti, qualche volta insieme, più spesso ognuno nella propria casa.

Aveva una sorella Francesco, di poco più piccola, talvolta si univa a loro nei giochi del pomeriggio.                                                                                                                  Lisa, timida e riservata come e più di loro, ma un giorno, giocando, le ginocchia di Alceste e di Lisa si sfiorarono, ne venne un turbamento che sapeva di piacere, lasciava intravedere un gioco diverso, sconosciuto, che chiedeva di essere esplorato ma non c’era ancora il coraggio, era troppo presto. Poi le scuole medie finirono, Alceste andò al Liceo Scientifico, Francesco all’Istituto Industriale.

Anche Lisa due anni dopo avrebbe preso lo Scientifico, si fidanzò con un compagno di Alceste che poi sposò.

 

Le tagliatelle della mamma di Francesco, le gite sul fiume la domenica con tutta la famiglia, la casetta di campagna a ridosso di Assisi, la doppietta in mano senza sparare, la festa della trebbiatura, il pranzo in una saletta in disparte, per riguardo, ascoltando le grida, le risate, il clamore della festa giù da basso e sull’aia, ragazze accaldate, la camicetta sbottonata, affacciati dalla finestra, i seni gonfi di voluttuoso richiamo. Rosanna, becalina, sgraziata, prima del marito, l’aveva guardato, appoggiata sulle pietre antiche, accanto ciondolava Alfredo macellaio, coltellaccio e grembiule sporco di carne sanguinolenta, più in là Michela barista e non vicino, il moro elegante, straniero, mal visto per il colore, amore difficile, contrari gli altri, severi.  Giovannini piccolo, pelo rosso in formazione, Piero fede laica, Bruno in attesa del sangue sgorgante da ferite autoprodotte per errore, il padre comunista ortodosso, brava persona.

 

Li rivedeva ancora tutti lì intorno alla casa di Francesco.

 

Dopo lo slargo di porta Ancona oltre le mura che lì s’interrompevano, oltre la casa di Francesco che scivolava di lato a seguire le mura, lo spazio si restringeva per incanalarsi in via Garibaldi, due file di case senza interruzione. A sinistra era la proprietà di Orsomando, fatta di mura che cingevano ampi spazi interni con il frantoio, il parco, i magazzini, le macchine per il lavoro agricolo.                          Sulla strada si affacciava il grande palazzo gentilizio dove abitava la famiglia, con annessa stazione dei carabinieri. A destra la via era occupata dalla caserma della polizia e a seguire dal Politeama, il più grande cinematografo della città.

 

Domenica pomeriggio, primo spettacolo o già iniziato, dalla luce della strada, al buio della grande sala in lieve discesa. Poltroncine di legno lucido, accoglienti, a cercarne una, o attesa che si liberasse. Accanto a sconosciuti, speranza di una donna, di un fugace contatto di gomiti, quasi un amplesso. E sul grande schermo avvolgente, un mondo diverso, fascinoso, la promessa di entrarci prima o poi. E dunque immersi nella storia raccontata e commuoversi e rivederla ancora, dopo il breve intervallo della fine, con la settimana Incom a disturbare, ma con facezie e leggerezza, per non importunare troppo. Da soli per lo più o coppiette, alcune per trovare un riparo e osare approcci proibiti. E sigarette con dovizia, stop lunghe senza filtro aromatiche, saturanti alveoli bramosi. E molte nine proletarie, meno noccioline più costose. Il pavimento cosparso di bucce, l’aria intrisa di fumo di tabacco. Tutto, invece di distrarre, rendeva più assoluta la vita diversa che si svolgeva laggiù, in fondo alla sala in stereofonia e super cinemascope. La luce piena nella sala durante l’intervallo si smorzava d’intensità sino a   scomparire all’apparire di un’altra luce in fondo, sul grande schermo che annunciava l’inizio del viaggio. Era aprirsi a mondi sconosciuti, era vedere donne inevitabilmente bellissime, lasciarsi coinvolgere nel racconto, nelle emozioni, sì che all’uscita occorreva tempo per riconnettersi con la realtà di sempre, con un misto di delusione e straniata sofferenza. Là dentro si formava la sensibilità, prendevano corpo fantasie sconosciute, trovavano risposte confuse aspirazioni e vaghe sensazioni che abitavano in Alceste e nei ragazzi della sua età.  Certi languori propri della sua natura, certi trasalimenti che lo prendevano talvolta, li vedeva rappresentati nelle storie li raccontate, come nella visione di “morte a Venezia” di Visconti. Nei giorni successivi non ci fu modo di togliersi dalla testa immagini, musica e suoni del film, e di riproporli ad amici per lo più distratti.  Turbamento ed emozioni mai paghe, da rivivere alla successiva proiezione sino al punto dove si era entrati o di nuovo per intero. Guardati in cagnesco da quelli in piedi che aspettano un posto libero per sedersi e trovatolo, pestano piedi nell’occuparlo scusandosi o aggredendo a seconda della diversa natura. Film d’amore, lacrimevoli, o western, comici o tipo commedia, storici, impegnati, politici, d’autore. Una sorta di antologia per immagini dal linguaggio abbordabile, comprensibile per una platea generalista in cerca d’evasione. Ma c’era anche Fellini e Visconti, e il cinema francese e Rosi. Risvegliavano per alcuni aspirazioni e identificazioni politiche, letterarie. Nel sogno si maturavano le coscienze, si usciva con qualcosa che non era solo evasione…

 

Dopo il politeama e il palazzo davanti, via Garibaldi proseguiva con un continuo di case, sino ad allargarsi in un ampio spazio che era piazza Garibaldi, con al centro la statua del generalissimo, contornata da un giardinetto, sulle balaustre del quale, le donne, le sere d’estate, sedevano alla veglia. Sulla piazza si affacciava da un lato la chiesa di S. Agostino e dall’altro quella della Collegiata di S. Salvatore. I bombardamenti aerei della guerra avevano colpito duramente la via, in particolare avevano distrutto la bella chiesa della Madonna del Pianto così detta per la statua della Madonna conservata in una cappella, che in occasione del terremoto del 1703 aveva sparso lacrime sul bel viso, e portata in processione per le vie della città l’aveva preservata da ulteriori distruzioni.

Ci si andava poco nella chiesa di S. Agostino, ci si andava per la ricorrenza della Madonna del Pianto in gennaio con grande concorso di popolo, perché lì avevano trasportato la statua dalla chiesa distrutta e lei miracolosamente intatta.                         La cosa fu vista come ulteriore manifestazione della benevolenza della Vergine nei confronti della città, come non avesse voluto abbandonarla, privarla della sua protezione.                                                                                                                             Nulla avrebbero potuto più le bombe dei nuovi barbari, e il giorno del trasporto e quelli della sua festa negli anni successivi, tutti i folignati andavano a venerarla e pregarla in S. Agostino.                                                                                                                      C’erano proprio tutti.                                                                                                          Il sindaco scortato dalle guardie municipali con il gonfalone della città, i carabinieri in alta uniforme, le altre autorità civili e militari.                                                                     C’erano i comunisti, i socialisti, i democristiani, i fascisti non pentiti, tollerati, quasi accettati.                                                                                                                                       Lì in prossimità di un’entrata laterale, in un anfratto non propriamente cappella, una lampada votiva, illuminando fioca, rivestiva di sacralità una lapide con scolpiti i nomi delle centinaia di vittime dei bombardamenti del 44’. Un posto nascosto perché la strage dei civili, l’avevano pensata e realizzata i liberatori, dunque non si doveva vedere troppo. E nonostante fosse gennaio e in quel mese a Foligno come nella campagna intorno, le nebbie e l’umidità entravano nelle ossa e non c’era modo di riscaldarsi, in quel giorno la folla in chiesa era come una coperta di benessere, di calore che sapeva di complicità e di appartenenza.                                                                                                                      Per questo ci venivano tutti, anche quelli che non credevano in Dio, ci venivano, e si facevano il segno della croce e pregavano insieme ai bizzochi, e a forza di farsi il segno della croce e pregare, alla fine si commuovevano e uscendo pensavano che i preti, no per carità di Dio, ma qualcosa lassù ci doveva essere.                                            Non lo potevano dire, ma lo pensavano, anche per via di quella Madonna che era emersa intatta dai calcinacci delle bombe, e che i folignati nei secoli passati avevano portato in giro per le strade e le piazze della città da sola o insieme a S. Feliciano, quando ce n’era stato il bisogno. E il miracolo lo avevano fatto loro due insieme e a volte con il concorso di S. Elpidio. Lo avevano fatto, perché la gente era rientrata nelle case sollevata ed era morta meno disperata sotto la nuova scossa di terremoto o a causa del riaccendersi virulento del morbo. E forse quello era il miracolo, più dell’evento taumaturgico quando c’era stato e se c’era stato. Riuscire a non perdere la speranza anche davanti all’angoscia che ci attanaglia la gola, o alla morte che sopraggiunge minacciosa.  Quel sentire la speranza che arriva come un balsamo sulle nostre ferite.  Forse solo questo è dato agli uomini per non precipitare nella follia, continuare a sperare, a credere in qualcuno che legittima la speranza, e viverlo in comunione con gli altri per fuggire la solitudine disperante. Fede, speranza e carità insegnavano al catechismo, giaculatoria di bambini che proviamo a ripetere quando tutto sembra perduto, e non sappiamo quali altre consolazioni la ragione può fornire.                                                                                         Non più bambini, diamo un senso, un significato all’antica preghiera.

 

Ma più frequentata di S. Agostino negli altri giorni dell’anno era S. Salvatore sede della parrocchia del quartiere con monsignor Angelo Lanna suo parroco.                               Grande personalità, l’uomo, profondo nella dottrina ed eloquente nel parlare, da diventare predicatore in giro per l’Italia quando il permesso del vescovo e le incombenze della parrocchia consentivano.                                                                   Era stato un sostegno per la famiglia di Alceste quando era morto prematuramente il babbo. Era venuto al funerale in paese, e in paese era tornato per la cresima di Alceste, come compare, così era chiamato allora la persona che accompagnava e si faceva tutore del cresimando.  E più ancora si occupò del fratello maggiore di cui divenne padre spirituale. Quell’estate successiva alla morte del babbo lo portò con sé ad un ritiro spirituale in val di Susa, che fu luogo d’incontro con altri ragazzi della stessa età, tutti accomunati da una medesima origine familiare di credenti e quel periodo di vacanza e di studio rimase nella memoria del fratello indelebile, insieme alla ricchezza spirituale che aveva prodotto, e al legame con gli altri che sarebbe durato negli anni successivi.                                                                                                   Si diceva in città che monsignor Lanna sarebbe subentrato come vescovo alla partenza di Silvestri il porporato in carica, ma così non accadde nonostante il merito e l’opportunità, per via di consorterie avverse.                                                                          Poco dopo la conclusione di quella vicenda don Angelo ebbe un ictus e Alceste lo andò a trovare in ospedale e poi a casa dove era assistito amorevolmente da una sorella. Non poteva il fratello maggiore lontano per lavoro e così mandava lui la mamma, come segno della loro vicinanza e riconoscenza per quanto lui aveva fatto per loro.                                                                                                                                                         Non durò a lungo e tornò nella casa del padre come diceva spesso nelle sue predicazioni.

 

Nonostante la famiglia di Alceste abitasse in periferia, prima che lì costruissero la nuova chiesa di san Giuseppe Artigiano, la parrocchia era san Salvatore e Alceste la frequentava per il catechismo, la messa e tutto il resto.  Ma di quegli anni rimase nel ricordo soprattutto un giornale “il Vittorioso” dal grande formato, come di giornale di lusso, importante, con argomenti che ormai non ricordava più, ma pensava dovessero essere per forza straordinari. Quel giornale lui non avrebbe potuto permetterselo, perché il costo doveva essere inevitabilmente esorbitante, rispetto all’”Intrepido” che era il suo giornaletto, comprato con gli spiccioli che gli davano a casa.     E piazza Garibaldi dove si affacciava la chiesa era anche quello un posto importante, era già città civile, erede nel nome, dei fatti del risorgimento.                                                                Intorno si aprivano viuzze che penetravano il ventre antico della città, fatto di vicoli e slarghi e piazzette con panni stesi alle finestre, e penombre dove il sole filtrava debolmente attraverso gli spazi lasciati liberi dalle case.                                                            Ci viveva un’umanità antica come le case, per la quale il tempo era trascorso più lentamente. La storia che si era svolta fuori da lì, l’aveva toccata marginalmente e le ferite comunque prodotte, con fatica, erano state riparate, per poi riprendere la vita di sempre. Per questo quella gente non si affacciava troppo nella grande piazza Garibaldi, e la statua posta al centro non sembrava evocasse in loro particolari emozioni. Le piazze e i monumenti erano più adatti ai borghesi e agli ex-nobili che abitavano nei grandi palazzi intorno. Nei vicoli si vivevano vite di sopravvivenza, antichi mestieri, manufatti artigianali, prodotti di orti improvvisati dentro le mura, e di qualcuno più grande fuori. I nuovi lavori del commercio e dell’industria erano per coloro che abitavano le periferie del benessere e dello sviluppo. Per tutto questo quella gente si affacciava di rado in piazza Garibaldi. Quando accadeva, lo facevano con soggezione, come dovesse confrontarsi con un modo diverso, che in qualche modo percepivano ostile.

 

Alceste proseguì per via Garibaldi, in quel tratto dove si aprivano negozi commerciali.

 

Muzzi era il più grande e il più antico. Un tempo, semplice forno per gli abitanti di quella parte della città, si era poi ingrandito e produceva dolci di tutti i tipi, paste soprattutto, di quelle che la gente andava a comprare la domenica, per celebrare la festa dopo la messa del mattino e il pranzo più abbondante. Vassoi di dimensioni diverse, avvolti da carte dai colori vivaci e legate con un nastro argenteo o dorato.                                                                                                                Si usciva da Muzzi con quell’involto tra le mani, e lo si portava a casa dove la crema e il cioccolato avrebbe imbrattato il viso e le mani dei più piccoli con le inevitabili reprimende dei genitori. Le paste avrebbero segnato la fine del pranzo e poi sarebbe iniziato il lungo pomeriggio noioso dei giorni di festa.                                                                                 Il giorno dopo si sarebbe ricominciato, la gioiosa aspettativa del sabato si andava lentamente esaurendo.                                                                                                                 Quelle paste,consumate nel rito domenicale ne segnavano la fine, si portavano via progetti e speranze inevase.                                                                                               Da bambino e ancora da ragazzo, Alceste, quando passava davanti al negozio di Muzzi, trovava, seduto davanti l’uscio della sua casa, il vecchio proprietario.            La casa era di fronte al negozio, e quello stare seduto su una sedia, era abitudine antica, ereditata dai vecchi prima di lui, di quando il traffico della strada era di pedoni e carretti. Ora quella cosa appariva fuori di luogo e di tempo. Il traffico di automobili, continuo e rumoroso, in quella strada stretta, lo costringevano ad arretrare la sedia contro il muro, per non essere urtato o peggio messo sotto.  Ma non c’era verso di cambiare quell’abitudine, com’è dei vecchi che non si adattano al nuovo per orgoglio o forse perché non ne sono capaci. Il figlio che aveva preso le redini del negozio era un bell’uomo, sposato con una donna del nord, milanese forse, sicuramente lombarda. Affiancando il marito nell’attività, aveva introdotto una gestione manageriale, che quando lui morì, portato via da un infarto, accentuò imprimendo una dimensione industriale. Altri negozi e laboratori in città e prodotti che andavano anche nella grande distribuzione sul territorio regionale e nazionale. I due figli l’affiancarono presto nell’attività.

 

Alceste proseguì per via Garibaldi.

 

Profumo di carne e salumi nell’aria, macellerie e norcinerie, carni di cavallo, di bovini, di maiale, macellati altrove, portati lì in pezzi. Cibo di lusso, avvolto in carta sottile bianca e questa in una più spessa, gialla, di carta paia.  Famiglie a servire nei negozi, alcune da generazioni. Carne buona, quella di cavallo, per malati e convalescenti, per irrobustire il corpo. Mongana delicata per anziani, mal messi. Proteine nobili, da ricchi, prima che mode e ricerche sentenziassero il danno. Aspirazione e miraggio dei poveri, degli scampati alla guerra, dei nuovi inurbati. C’era Ghizio a passare il tempo tra la carne rossa e sanguigna dei cavalli. Forse da Margasini.  Ghizio non aveva un lavoro stabile, legato ad una donna, cassiera storica del Super cinema, Ghizio era un signore, si sentiva un signore, si comportava come un signore. Se trovava un po’ di soldi, pranzo al ristorante “Lu centru dellu mundo” a Fiamenga, prima di Bevagna. Non macchine o altri motori, dunque taxi.  Pasto di leccornie grasse, apportatrici di colesteroli e trigliceridi, ma lui diceva buone per la salute, non facevano male, appena ingoiate si scioglievano, diceva ghizio, e quello sciogliersi era sinonimo di salute, di cosa che faceva bene. Per tornare in città chiedeva a quelli della sala chi volesse l’onore di ospitarlo in macchina. In un altro spaccio due fratelli, il più grande sposato, con la moglie che lo affiancava dietro il bancone e due figlie, il secondo, scapolo che presto si accompagnò alla commessa e quindi sciolse la fratellanza. Le due figlie non si somigliavano nel corpo e nel carattere, non bellissime, sue amiche allora, una di più nel progetto di un legame mai annodato. Quella sera in macchina la sfiorò, lei si dispose……….                                                                                                                  Attimi, dopo non accadde più nulla. Ma un filo rimase annodato e lei continuò ad aspettare, e lui con quel suo non parlare, ambiguo, sgusciante, ma comunque presente, le dava a sperare. Tutto per quella sera, nella cinquecento sotto casa, prima della notte.

 

Poi c’era stata Lisa e lui sparì, per lei e tutti. Una breve pausa di vita, quanto durò non sapeva, non ricordava.  Quel miniappartamento in un vicolo della città. Era arrivata come una tempesta quella passione, proponimenti di fuggire, di smettere, ma niente, inchiodato a quel richiamo di donna più forte della fame, della sete, da inebetirlo, da non lasciargli scampo. Lisa usciva dal lavoro alle cinque, poi si sarebbe incamminata e sarebbe arrivata a casa in breve tempo.  Quando usciva dal lavoro, mandava un messaggio e da allora sarebbero occorsi dieci minuti per arrivare. Dieci minuti di eccitazione montante per Alceste, non riusciva a stare fermo, riordinava la stanza, si aggiustava i vestiti addosso, si ravvivava i capelli, si rimetteva in ordine, ché risultasse attraente e piacevole per quanto possibile. Qualche goccia di acqua di colonia. Lei, strada facendo, prima di arrivare, a volte, gli mandava un altro messaggio. Diceva che avrebbe portato la seta. Intendeva una veste sottile e trasparente che avrebbe indossato nuda, senza nulla sotto. Lo faceva ogni tanto, non sempre, come un regalo in più, sapendo, con una punta di perfidia, che quella frase avrebbe acceso in lui ancor più il desiderio. Quando accadeva, lei andava in bagno e ne usciva a quel modo, lui vedendola, sentiva saltare il cuore in gola, e provava vergogna per l’emozione che non riusciva a nascondere. Lei era donna di statura media, formosa, non grassa. I tratti del viso marcati, una folta capigliatura. Portava vestiti che inguainavano le forme prorompenti, in modo discreto. Queste si vedevano ma non troppo, e la figura appariva non pesante, svelta.  Equilibrio raro, sarebbe bastato poco per rendere l’immagine volgare, ma così non era. In passato Lisa si sarebbe definita una donna disinvolta, ma no. Lei veniva per fare l’amore, veniva perché amava quell’uomo e il piacere che sapeva procurargli diventava anche il suo piacere, nonostante avesse avuto uomini più giovani. Era lei che non appena entrava in casa, gli chiedeva se poteva togliere i vestiti. Rimaneva con quasi niente addosso una camicia o la sottoveste di seta, o un pareo, o un lungo foulard. Si abbracciavano e lei gli porgeva i seni. Erano seni grandi e molli, ma si tenevano in alto da soli e il capezzolo faceva salienza sotto la veste. Quando lasciava scivolare la veste e quelli apparivano in tutta la loro bellezza, era un deliquio e non c’era mestiere né lussuria in quel gesto, era gesto d’amore, desiderio di soddisfare la voglia di lui. Aveva un che di materno, di un dono di sé all’altro, a uomo diventato bambino in quel momento e lì. E poi accadevano le cose che l’istinto irrazionale della natura e l’amore degli esseri umani ispiravano.

 

Via Garibaldi quel giorno, in quel tratto, sapeva di sesso. Lo sentì nell’aria, nella testa, in basso sotto la cinta. Constatò di avere ancora a che fare con quella dannazione della pulsione sessuale, così forte nella vita da starci male. Una faccenda che confliggeva con le sue scelte, con la sua natura che credeva rivolta al bello, al nobile, all’elevazione dai sensi. Puntualmente quel desiderio si riaffacciava prepotente, soddisfatto in qualche modo, o inappagato Un tormento continuo che lo ricacciava in basso nella melma della carnalità, come lui la sentiva a dispetto della celebrazione che di essa la modernità officiava. Sentiva che la condizione di grazia era legata alla presenza di quella pulsione, ma senza consentirne lo sfogo, l’appagamento. Bisognava imbrigliarla, condurla, farla diventare carburante di creatività ed effervescenza ideativa. C’era riuscito? Qualche volta forse, più che altro un’aspirazione, un progetto. Ma!!

 

Prima di allargarsi nella confluenza con via Umberto I, via Garibaldi, superato l’ultimo vicolo laterale, si affacciava davanti la chiesa del Suffragio. Una chiesa a pianta circolare, chiusa da tempo alle funzioni religiose.  Ne avevano fatto sede di mostre fotografiche e di pittura. Lì terminava via Umberto I che incrociava ad angolo retto via Garibaldi.  Questa proseguiva poi, sino ad arrivare, alcune decine di metri dopo, al Trivio dove intersecava ortogonalmente il Corso e oltre si continuava con via Mazzini. Via Umberto I era l’unica strada che aveva conservato il nome di un redi casa Savoia.                                                                                                                                      Chi sa perché?   In passato c’era stata anche una via principe Amedeo poi ribattezzata altrimenti. Via Umberto I, no. Forse perché quel re era stato punito già efficacemente e definitivamente dall’anarchico Bresci e si giudicò che bastava così. Nel primo tratto della strada che dall’altro lato terminava alla porta, l’unica ancora in piedi, detta di S. Felicianetto, si apriva un grande palazzo nobiliare sede del circolo cittadino. Ci si radunavano le famiglie importanti della città, lì si tenevano feste e celebrazioni in saloni ricoperti da soffitti affrescati; vi si arrivava salendo scaloni imponenti. Palazzi grandi e magnifici come quello si trovavano soprattutto in via Gramsci e in via Mazzini. In via Umberto I c’era solo quello, perché la strada era stata duramente colpita dai bombardamenti e le altre case erano state tirate su dopo la guerra.

Ma prima di tutto questo, via Garibaldi, prima dell’incrocio con via Umberto I regalava un ultimo negozio, quasi volesse mitigare quell’atmosfera pesante di bisogni alimentari, di carnalità animali ed umane.  Una cartolibreria dal sapore anglosassone. Vi si vendevano sigarette, ma queste erano in qualche modo ospiti secondari quasi non graditi, accanto a sigari di marca, tabacco da pipa, cofanetti di pelle e legno lucido. Tutto confidente in un colore e sapore diffuso di legni caldi, mogani, che ospitavano carte da gioco, album da disegno, penne stilografiche, agende di lusso, blocchi di fogli e carta di Fabriano, buste e fogli da lettera. Un locale ampio con due a gestirlo, uno alto, magro con un naso adunco, eloquio sommesso, non dialettale, senza inflessioni, quasi italiano letterario, vagante signorilmente tra gli scaffali.  L’altro più in disparte, basso, tarchiato, meno appariscente. Lo si sapeva conduttore proprietario come l’altro, altrimenti lo si sarebbe creduto garzone di bottega. Ci si poteva entrare in quel posto per riposare la mente e il cuore dal clamore, dalle voci della strada, dai ghizio che l’abitavano, dalle carni macellate.                                  Forse per questo entrava   spesso una donna elegante, raffinata, che la sorte aveva fatto nascere in una famiglia di macellai della via, ma con geni particolari, tanto che un fratello se n’era andato nella capitale a fare l’attore e lei al suo passaggio, inondava di eleganza e profumo la strada. Accadde anche per la tabaccheria di sottostare alle leggi del caso, dell’alternanza della fortuna e questi mutamenti sono tanto più rovinosi quanto più grande era il preesistente. Così la tabaccheria fallì, non poteva essere altrimenti, quei prodotti, quelle prelibatezze del gusto da club esclusivo inglese in una strada di macellai, in una città che non aveva lasciato un gran ricordo di sé in Wolfgang von Goethe di passaggio lì nel suo viaggio in Italia. E anche più prosaicamente dove un aforisma raccontava di un turista confuso, che rivolgendosi ad un passante con la domanda se la città dove era arrivato fosse Foligno, ebbe come risposta: “ vedi de annà a fanculo”. E lui edotto da guide turistiche versate sulla autenticità dei posti, rispose: “ho capito, sono arrivato”. L’una e l’altra probabilmente maldicenze gratuite. Dunque il negozio fallì e il fallimento naturalmente fu rovinoso per i due personaggi che si erano aggirati in quel locale per anni. Se si ha a che fare con il bello, si tratti di una donna, di un’opera d’arte, di un qualsiasi straordinario altro, non si può atterrare con un paracadute.  La caduta è necessariamente traumatica e rovinosa. E poi non ci si adatta al nuovo, a quel meno che ci è toccato.  Nell’indigenza della vita presente, rimane il ricordo e la nostalgia, orgoglio anche, di una diversità intravista e vissuta solo per un momento, che ci aveva riscattato dalla quotidianità e da tutto quello che ognuno potrebbe aggiungere in più.

C’era un’altra cartolibreria andando avanti per via Garibaldi, in prossimità del trivio. Ci si andava da ragazzi per le necessità della scuola, ci si ordinavano i libri alla fine dell’estate per l’anno scolastico che sarebbe iniziato in ottobre. Daniele Ducci, il proprietario, teneva un quadernone con dentro i nomi di noi studenti, e mano a mano che i libri arrivavano, e li si andava a prendere, lui li spuntava dalla lista. Questi arrivavano uno, al massimo due alla volta, freschi di stampa. Li mettevamo nella cartella e si correva a casa, piegati sui pedali della bicicletta, per Alceste una Torpado gialla, a sfogliarli e cimentarsi in anticipo con loro.  Il piacere di un gioco, senza l’apprensione dello studio e delle interrogazioni che sarebbero seguite.                                                                                                              Matite, gomme, penne biro, acquistati con parsimonia. Le due penne Aurora si tiravano fuori dall’astuccio solo per i compiti più importanti. Le aveva regalate ad Alceste il signor Gino, il babbo di Francesco, nell’occasione della prima comunione.

Davanti la cartolibreria di Ducci, inglobata in una costruzione del dopoguerra c’era la casa trecentesca di Gentile da Foligno, medico illustre della città. Erano “anni bui” quelli nei quali visse Gentile, cosi avrebbero sentenziato poi, riguardo a quel lungo periodo che va dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente sino agli anni di quello che fu chiamato Rinascimento.  Mille anni da cancellare, con il popolo precipitato dagli splendori di Roma alla barbarie succeduta.                                                                                                         Ma nei monasteri i religiosi trascrivevano i classici greci e romani, li preservavano per le generazioni future, perché non andassero disperse le ricchezze dell’antichità.  E la gente oltre a sopravvivere biologicamente, resistendo alle epidemie che si succedevano devastanti, e alle guerre che da sempre e forse per sempre ammorbavano gli uomini, si industriava e progrediva singolarmente e come organizzazione sociale. E furono Comuni e Signorie. E fu il Sacro Romano Impero che tentava di perpetrare l’idea di un’Europa unita, com’era stato durante la Roma imperiale, che le nascenti nazioni stavano minacciando. C’era un fermento, un crogiolo di energie carsiche che sarebbero esplose poi, ma già allora c’era chi viaggiava, studiava, intraprendeva. Non il grande sonno che ci hanno voluto raccontare, non viene qualcosa, leggi Rinascimento, dal niente. Gentile occorse vivere in quel mondo del XIV secolo. E lo visse da protagonista, in continui viaggi alla volta delle Università di Padova e Siena e soprattutto Perugia, dove gli fu affidata una cattedra d’insegnamento nella allora istituita Facoltà di Medicina.  E in tutto quel viaggiare e insegnare ed esercitare la Medicina, scriveva i “Consilia”, sui diversi e numerosi quadri morbosi occorsi nella sua esperienza clinica. E accanto ai Consilia consegnò alle stampe il poderoso lavoro sui testi di Avicenna, che divenne un riferimento indispensabile per tutti gli studiosi e i medici, da lì a molti anni in avanti. Il lavoro di medico e uomo di scienza lo portò in giro per l’Italia, ma la sua residenza rimase sempre nella città dove era nato e dove tornava quando era libero dal lavoro soprattutto perugino. Gli fu fatale la pestilenza che si diffuse in Italia nei primi decenni del 1300, la visse da protagonista, medico tra gli appestati di Perugia, e ne morì. Volle essere sepolto nella sua città a Foligno, come aveva lasciato scritto nel testamento. La sua volontà fu rispettata dai padri agostiniani, l’Ordine eremitico cui era particolarmente devoto, e nella loro chiesa fu sepolto.

 

Più avanti, a deturpare l’eleganza antica della casa di Gentile si ergeva un brutto palazzone, di quelli costruiti negli anni 60-70, che facevano a gara tra di loro a quale fosse il più brutto. C’era bisogno di nuovi alloggi per l’incremento demografico in atto, bisognava sanare le ferite della guerra, c’era voglia di nuovo, di chiudere con il passato. Nuovi modi di vivere, e dunque palazzoni al posto delle vetuste case medioevali del centro. Suggestioni di storie, architetture, sapori e odori di umanità succedutasi nei secoli, destinati a dissolversi in quelle case diventate tuguri. Non si voleva avere più a che fare con tutto quello e dunque palazzoni, anche in periferia al posto delle case con giardino costruite prima della guerra. Grandi affari dei costruttori, una consorteria diffusa in tutto il paese che riempì l’Italia di mattoni e cemento con la connivenza virtuosa a volte, truffaldina altre, della politica. Alceste in quel palazzone un pomeriggio di sabato era andato. Anche quello passava per bello, perché moderno, accanto a quell’anticaglia della casa medioevale di Gentile. Ruderi da demolire, pensava la gente, e così si fece in molte parti d’Italia, per portare a compimento quel lavoro che avevano cominciato le bombe degli americani. Alceste allora frequentava il liceo, e quel giorno con un gruppo di amici a giocare a carte, a casa di uno di loro. Questi era nuovo del gruppo, Alceste l’aveva conosciuto al mare a Porto Potenza Picena, l’estate appena trascorsa. Era carino, preciso, ben vestito, una famiglietta la sua, di gente per benino, che la vita aveva risparmiato da grandi sciagure, e si erano organizzati per continuare in quegli agi di piccolo borghesi dei due stipendi modesti dei genitori. Entrarono nell’ascensore per arrivare al quinto piano dov’era l’appartamento. Era dopo pranzo, era caldo e Alceste si senti male e vomitò bile insieme a quello che aveva mangiato, imbrattando il pianerottolo con molta vergogna.  Ma per non darla a vedere, pur non sentendosi per niente bene, si mise in ordine, si pulì al bagno e cominciò a giocare con gli altri per tutto il tempo che si erano dati. Il giorno dopo andò dal dott. Minelli, il medico di casa che aveva curato il padre, morto giovanissimo di una malattia di fegato e questi gli prescrisse una colecistografia. Non c’era molto altro, allora, per studiare il fegato, oltre a pochi ed imperfetti esami del sangue.                                                                                                                               Li chiamavano prove di funzionalità epatica, era un test di flocculazione aspecifico, che forniva solo una risposta generica. C’era rimasto male Amos Minelli per la morte del padre, come se sentisse una qualche responsabilità, com’è dei medici coscienziosi, e lui lo era. Poi quella famiglia rimasta senza guida……Alceste ebbe il cattivo gusto di ricordarglielo, con una punta di perfidia e colpì nel segno perché Amos non rispose, dando mostra di imbarazzo. Oltre a segnare quegli esami, lo visitò all’addome con la preoccupazione di trovare qualcosa che avesse a che fare con il malanno che si era portato via il padre e su cui non ci si era raccapezzato. Ma Alceste pensava che dovesse essere a quel modo, come un sesto senso, un presentimento, e quel vomito quel giorno di fine estate segnò per lui la consapevolezza che era malato al fegato come suo padre.

 

Davanti al palazzone dove avevano giocato a carte, c’era una piazza amorfa e anonima piccola e frutto non del disegno architettonico della città ma di una bomba caduta dal ventre di un mostro gracchiante a stelle e strisce che aveva fatto spazio e strage. A destra era delimitata dalla Chiesa del Suffragio, a sinistra da un altro palazzone di recente fattura, ancora, se possibile, più brutto, che inglobava anch’esso come l’altro con la casa di Gentile, una preziosità del passato, una piccola costruzione, una volta Oratorio, ormai chiuso. Custodiva sopra l’altare un quadro del Perugino. Da qualche parte ci doveva essere un custode per l’accesso dei visitatori ma questi non era ben chiaro dove fosse o come fosse reperibile.                        Davanti questa chiesetta, detta della Nunziatella, un alberghetto di quelli ad una stella con l’obbiettivo di fregiarsi della seconda, naturalmente “albergo della nunziatella”.                   Si affacciava su una strada dove si vendevano formaggi e l’aria era pregna di quel profumo, non gradevole e grossa ipoteca per la seconda stella. O forse gli auspicati turisti acculturati che si aspettavano numerosi avevano latitato e anche loro avevano contribuito al mancato salto di categoria.                                                                            Nel palazzone sopra la chiesetta c’era lo studio dell’avvocato Albertini, di sentimenti politici non equivoci. Era fascista, pardon di destra, iscritto all’MSI, movimento sociale italiano. Avevano inventato quel movimento, MSI appunto, da quando la parola fascismo era diventata impronunciabile, marchiata a sangue. La si poteva usare solo come insulto e condanna, mai come adesione, e appartenenza ad un pensiero. Dunque fu Movimento sociale, un nome di comodo, fondato da fascisti non pentiti, che però non potevano affermarlo. Albertini era uno di quelli.                                     Fantastici i suoi comizi in piazza della repubblica in occasioni delle elezioni. Lui a parlare sul palco, con la forza e la veemenza dell’avvocato che tratta una causa di vita e di morte.  Intorno al palco una decina di persone, per lo più giovanissimi, che facevano mostra, nei passaggi più infuocati della concione, di braccia tese nel saluto romano e di vocalizzi roboanti sui quali dominava il grido “A noi”. Più distanti, in modo da non apparire interessati all’evento, persone di una certa età, di sentimenti nostalgici, che non avevano il coraggio di manifestare. Gruppi compatti di appartenenti al contrapposto orientamento politico vigilavano la piazza sempre sospesi tra il vociare di disturbo e le vie di fatto. L’albergo era contiguo come si è detto al palazzaccio dello studio di Albertini e all’Oratorio della Nunziatella della quale era una sovrapposizione offensiva e sgradevole. In quell’albergo arrivò un giorno qualsiasi degli anni 80 un ragazzo brasiliano che dichiarò all’albergatore, per le necessarie incombenze burocratiche, di essere a Foligno per iscriversi al corso di volo che si teneva a cura dell’Aeroclub presso l’aeroporto cittadino. Istruzioni teoriche e pratiche, ore di volo su piccoli apparecchi che avrebbero alla fine consentito di acquisire un brevetto di pilota per aerei leggeri, tipo Piper e simili. Gli occorreva quel brevetto, raccontava, perché proprietario insieme ai genitori di un enorme fazenda in Mato Grosso, che solo l’aero permetteva di esplorare e governare. Capelli ricci, abbronzato come da carnagione scura di suo, che il sole poteva solo accentuare, italiano fluido ma con inflessioni e parole portoghesi, vestiti casual, ma all’occorrenza elegante, gioviale. Non tardò a farsi amici, grazie anche alla frequentazione serale del ritrovo in via venti settembre dei Brodoloni.                                                                                              E in particolare entrò a far parte della compagnia di Alceste.                                       Sempre presente, disponibilità di denaro. ogni tanto brevi assenze di qualche giorno, per poi ricomparire.                                                                                                               Non si sapeva di altri contatti in Italia, né come fosse capitato proprio a Foligno. Qualcuno disse che lo avesse portato un uomo politico della città, ma questa cosa la si disse dopo, quando gli avvenimenti che seguirono, portarono la gente a fare congetture, a mettere insieme ricordi ed impressioni, a trarre conclusioni spesso fantasiose. Non prendeva posizione su discorsi di politica che per altro in quel gruppo erano rare se non proscritte. Si parlava di facezie, di donne, di feste da organizzare, di vacanze da programmare, secondo il cliché di vitelloni di provincia un po’ fuori tempo ma comunque perspicaci. Solo in rare occasioni, quando nonostante tutto, un accenno alla politica veniva fuori, se qualcuno si dimostrava vicino a posizioni di sinistra, lui aveva una sorta di reazione vegetativa come da ira repressa, di moto violento castrato sul nascere. Ancora accadde che il leader del gruppo cominciò a fantasticare di un viaggio in Brasile per il carnevale di Rio, che negli anni a seguire realizzò e non una sola volta con un nuovo amico che lavorava all’Alitalia. Comunque il primo che tentò di coinvolgere fu naturalmente Roberto, questo il suo nome, che in quanto brasiliano….                                                                                                                          Questi rispose in maniera evasiva, e quando si avvicinarono i giorni della decisione e dell’organizzazione del viaggio sparì in uno dei suoi allontanamenti e cosi fu anche per gli anni successivi. E anche la richiesta di indicare per lo meno persone e posti che sarebbero stati utili per il turista fu elegantemente ignorata.

Da ultimo, eclissatosi come gli accadeva di sovente, prolungò oltre il consueto la sua assenza, si da causare preoccupazione negli amici, e infine rassegnazione quando di lui si perse qualsiasi traccia.                                                                                  Conclusero che fosse tornato in Brasile per un’urgenza senza avere tempo per un saluto o altro.                                                                                                           Dopo alcuni anni, una noiosa serata d’inverno, gli amici insieme da Brodoloni….

Poca fantasia o voglia di cose, solo quattro chiacchiere per combattere la noia e aspettare la buona stagione. Nel parlare Giampy riferì che per la mattina seguente era stato convocato in caserma dai carabinieri.                                                                                                                    Aggiunse che probabilmente si trattava di problemi di un qualche suo assistito, cosa non rara per lui, avvocato penalista. Come il giorno dopo constatò e poi raccontò agli amici non si trattava di un assistito. I carabinieri volevano informazioni su un presunto terrorista che aveva soggiornato in città sotto falso nome. Di lì a poco si sarebbe celebrato il processo e forse lui o qualcun altro del gruppo di amici sarebbe stato chiamato a testimoniare. Città di commerci, di artigiani, di opifici legati alla ricchezza delle acque, snodo di importanti vie di comunicazione, la città nella sua storia non era stata esente da fenomeni di malaffare. E per individui locali e soprattutto di fuori, affini al mondo dell’illegalità, era facile mimetizzarsi in quei vicoli, nelle trattorie fumose e buie, nelle locande nascoste. In questo bailamme un terrorista ci poteva stare, si poteva dire quasi un pesce nella sua acqua. Anche così, l’avevano descritta nel passato viandanti occasionali e quelli del Gran Tour, come nota di cronaca, fatto di costume. Ma soprattutto ne avevano raccontato l’operosità, l’intraprendenza della gente, i palazzi nobiliari, i primati culturali come le prime officine di stampa ad opera di un cittadino del posto e di un tedesco. Ne venne fuori la stamperia Orfini-Numeister, da cui la prima stampa in Italia in caratteri volgari della Commedia di Dante Alighieri che fecero della città nei secoli a venire un centro dantesco.

 

Alceste percorse l’ultimo tratto di via Garibaldi e si ritrovò al trivio.                                 

 

Quello slargo, non piazza, era uno spazio ottagonale formato dalle due strade che vi confluivano e ne partivano e dai quattro alti edifici che lo delimitavano.                                 Edifici costruiti al posto di quelli distrutti dai bombardamenti, di fattura moderna non disdicevole.                                                                                                                       Ospitavano negozi sul piano stradale, soprattutto di tessuti.                                                       Uffici e abitazioni ai piani alti, e su all’ultimo piano di uno di questi, la sede del Movimento Sociale Italiano “MSI”. In anni passati quello slargo era stato teatro di disordini esplosi in tempi di radicalizzazione della lotta politica.                                                                                               Addirittura la lotta si era tramutata in scontro armato, non in Umbria, ma anche lì gli animi erano surriscaldati. Molti attori, da una parte il movimento studentesco, la galassia dei gruppi a sinistra del PCI, con loro le bandiere dell’antifascismo, del marxismo, del maoismo, della rivoluzione permanente, della condanna all’America capitalista, l’esaltazione del popolo vietnamita, e di tutti i popoli oppressi.

Molti eskimo, capelli lunghi i più, e vestiti dimessi, logori, quasi una divisa.

Diversi in tutto da quelli dell’altra parte, ben vestiti, capelli corti, se vespa, vespone bianco 200cc.                                                                                                           Questi predicavano un ritorno all’ordine, un’idea di patria, di nazione, di spiritualismo, contro la deriva materialista.

Una sera, tardo pomeriggio, una manifestazione a Palazzo Trinci contro la guerra in Vietnam. Molta gente, giovani e meno, di provata fede politica, accanto ad altri più tiepidi.  Quest’ultimi stavano lì perché bisognava. Esserci era politicamente corretto, le idee che giravano lì erano vincenti, il vento tirava da quella parte.                                          Di lì a poco se ne sarebbero accorti anche gli americani.                                                       Avrebbero dovuto lasciare il Vietnam, se ne sarebbero tornati a casa sconfitti nelle armi e nell’onore.  Una ferita mai rimarginata.                                                                                              Grande folla dunque a Palazzo Trinci: discorsi, slogan, bandiere….                                Quando, improvviso, arrivò un manipolo di quelli ben vestiti, capelli corti, etc. con catene e altri mezzi contundenti, vociarono inni di altro tenore, mostrarono facce feroci, picchiarono qualcuno che gli si era fatto incontro.                                       Poi, vista la folla minacciosa e rumoreggiante che aveva cominciato a muoversi compatta contro di loro, fuggirono precipitosamente.                                                                                                                           Attraversarono correndo piazza della Repubblica, e arrivarono al trivio. Salirono all’ultimo piano del palazzo che ospitava la sede del MSI e lì dentro si asserragliarono. In un attimo il trivio si riempì di una folla minacciosa che proveniva dal luogo del convegno.                                                                                                                             Intanto il tam-tam di quanto stava succedendo si diffuse nella città, e dalle case il fiume di gente s’ingrossò.                                                                                               C’erano tutti quelli che ci dovevano essere come parte politica, ma anche gente comune spinta dall’eccitazione di partecipare ad un evento importante e relativamente sicuro per essere parte della maggioranza vincente. Quelli, nella sede del partito, invece di starsene buoni e sperare che il tempo potesse placare gli animi, cominciarono a gettare sulla folla sedie e altre mercanzie, e si mostravano sulla finestra con piglio sfrontato. Arrivarono le forze dell’ordine, carabinieri e polizia, che si disposero davanti il portone del palazzo, frapponendosi a quelli della folla più agguerriti che intendevano forzare l’ingresso. Grida di fascisti, mani atteggiate a corda per impiccare, pugni chiusi, bestemmie e vituperi rivolti anche alla “buon’anima”. Dopo un po’ le forze dell’ordine riuscirono a strappare dagli assedianti la promessa che, a fronte della promessa della prigione per gli aggressori, concretizzata dall’arrivo di un furgone blindato, avrebbero fatto passare gli assediati.                                                     Sarebbero scesi dalla sede, fatti entrare nel furgone e portati in carcere per essere giudicati in direttissima.                                                                                                 Sembrò che gli improvvisati capi dei rivoltosi dessero il loro assenso e dunque si formò un passaggio stretto tra due ali di folla dal portone del palazzo all’autoblindo. Presidiato il portone e il passaggio da parte dei carabinieri, avviata l’operazione, scese il primo, cominciò a camminare nella direzione concordata, scese il secondo.          Di un subito, il vociare della gente si fece assordante con sputi, mani che si agitavano, bastoni fuoriusciti chi sa da dove.                                                                         Il passaggio si chiuse e i poliziotti fecero appena in tempo a far rientrare nel portone quelli che avevano cominciato ad uscire. La folla ormai era in mano ai più facinorosi che chiedevano fossero consegnati loro i fascisti, e cominciarono gli scontri con la polizia che riusciva a contenere a stento la folla.                                                                                                                                    Passò del tempo periglioso e gravido di sviluppi sanguinosi, quando da Perugia, qualcuno disse da Roma, arrivò la celere e ci fu un dileguarsi e poi riapparire della folla nei mille vicoli della città, amò di guerriglia urbana.                   Gli scontri durarono gran parte della notte, infine la gente si ritirò nelle case e i bravi del manipolo poterono tonarsene a Perugia nella sede del Fuan.

 

Alceste prosegui oltre il Trivio.

 

Quel primo tratto di via Mazzini, luminoso e ampio ospitava negozi di abbigliamento. In uno si vendevano articoli per ragazzi, e Alceste ricordava un prezioso giacchetto di renna che la mamma gli aveva comprato, lui poco più che bambino.                                   Vicino,

in un altro negozio, volteggiava una bella ragazza molto appariscente con una massa di capelli neri che scendevano su un corpo sinuoso ed invitante.                        Camminava di conseguenza, così facendo colpiva la fantasia e le giovanili frustrazioni dei ragazzi che continuavano a passeggiare lì intorno. Ma non era la sola in quei negozi del centro, era una gara di bellezza ed eleganza tra le commesse e le proprietarie degli esercizi commerciali. Ma il negozio più antico e prestigioso era Righi. Gente benestante i proprietari, grazie al lavoro fatto da generazioni. Ora a dirigere c’era la Righi, la più bella di quella famiglia di belli, e con lei non solo vestiti di marca, anche attenzione alla città, alle iniziative culturali e benefiche.  Soprattutto la sua prestigiosa partecipazione alla Quintana, la storica manifestazione che riempiva il mese di settembre, con un grande richiamo turistico. Riesumava la gara dei cavalieri che si svolgeva nel seicento tra i rioni della città. Infatti subito dopo la fine della guerra era tornato alla luce un documento che raccontava la Giostra, così si pensò di riproporre la cosa per lenire le ferite vive della città e della gente, da allora fu Quintana. Per tutto il mese di settembre si aprivano locande negli angoli antichi e meno frequentati della città, si organizzava il tifo tra i vari rioni che sarebbe esploso il giorno della gara al campo sportivo.  Ci si preparava soprattutto per la grande sfilata in costumi d’epoca che si sarebbe svolta per le strade, dentro le mura antiche, la sera prima della gara.                                 Prima ci sarebbe stata la lettura con parole auliche e desuete del Bando in piazza grande, e la benedizione a cavalli e cavalieri del vescovo.

Dunque in quel mese i vicoli storici riprendevano vita e i giovani per quel mese avevano qualcosa da pensare e fare: approntare i costumi, organizzare le locande, insultarsi con quelli delle contrade avversarie.                                                                                    Perché la città un tempo era divisa in dieci rioni e la Giostra era una sfida tra questi, a chi dei cavalieri, rappresentanti ciascuno una contrada, infilasse al galoppo il maggior numero di anelli e in minor tempo. I costumi della sfilata erano anno dopo anno sempre più splendidi e prendevano vita durante il corteo, annunciato da squilli di tromba e dal suono ritmato e incessante dei tamburini.                                                                                                                        Quello era il momento della Righi, sontuosa nella sua naturale bellezza, inguainata in vestiti mirabolanti e al braccio di Rosselli, il gioielliere di via del Corso, suo compagno di sfilata.                                                                                                                    Le due ali di folla che si allargavano per paura quando passavano i cavalli, si allargavano di stupore quando passava la Righi con il suo scudiero Rosselli.                 Era quasi scomparire, abbagliati da tanta luce.

 

Poco più oltre dove la strada si stingeva, riprendendo il colore e il sapore delle pietre annerite dal tempo arrivava il cinema Minerva, era più a buon mercato rispetto agli altri della città.                                                                                                                    Vi si davano film meno appetiti dagli intellettuali e dai borghesi, un cinema popolare, con un’utenza popolare.                                                                                                       Grande consumo di nine e sigarette nazionali, spettatori rumorosi, maschera inutilmente severa, avventori della galleria che si divertivano a bersagliare i sottostanti con nine e altri oggetti non contundenti, ma sufficienti a provocare insulti e parolacce di rimando. Un ambiente allegro, che a volte anche i raffinati si concedevano, tipo botta di vita. Triste fu la decadenza, quando i clienti cominciarono a scarseggiare lì come in tutti i cinema, ma gli altri tentarono di adeguarsi, il Minerva non abbastanza o infelicemente. Si mise a proiettare filmacci erotici o decisamente porno, e l’umanità che lo frequentava era schiva, si nascondeva, cercava di entrare furtiva. Uomini di mezza età o decisamente più anziani, più sconfitti di tutti dalla vita, che cercavano in quell’eccitazione frustra un’evasione, come di chi prende una boccata di droga, per poi vergognarsene e nasconderlo a sé e agli altri.                                                                                                         Erano palazzi alti, quelli di via Mazzini, alcuni nobiliari, comunque non popolari. Vecchi di centinaia di anni, case della borghesia e di qualche casata nobile, riconvertiti nel tempo ad altri usi e ad altri abitanti, con a piano terra attività commerciali.                                                                                                                           Uno di questi davanti il cinema Minerva era il più imponente, palazzo …….                       a fianco correva una stradetta, via Barugi.                                                                           Con il tempo la i si era deformata in elle e Alceste, prima che si rendesse conto della cosa, quando passava di lì non si riusciva a capacitarsi di chi potesse essere quello straniero Barugl che aveva dato il suo nome a quella strada.                                           Forse un mercante ebreo? Davanti il palazzo, sopra il cinema Minerva abitava Lisa, dinamica, intelligente, bella ai limiti del bellissimo, se solo avesse avuto pochi centimetri in più di altezza.

 

Un po’ più avanti, c’era la sede storica del Partito Repubblicano intitolato ad Arcamone, un esponente storico del partito ai tempi di Ugo La Malfa, che, istituite le regioni per non far torto ai grandi partiti, fu scelto come primo presidente della regione. La moglie si chiamava Anna, professoressa di italiano al Liceo di Alceste.                        Volto gentile, parole graziose, tono delicato, quasi signorile.                                                          Ma lo sguardo non era dolce, o per lo meno non lo era per Alceste, che bravo da sempre, soprattutto in italiano, con lei rimediava poco più di striminzite sufficienze. Privilegiava altri che poi, si direbbe non a caso, si sarebbero affermati in politica e nelle attività ad essa contigue.                                                                                          In seguito Alceste per consolarsi decise che la professoressa Anna non poteva apprezzare lui e gli altri come lui, inconcludenti, non pratici, ricchi di sentimenti, un po’ poeti, e comunque e inevitabilmente perdenti.

Anche Alvaro era repubblicano, amico d’infanzia di via Piave, non assiduo, ma amico, anche per via delle mamme amiche tra di loro.                                                         Non era stato studente brillante Alvaro, ma era incappato per sua fortuna nella politica cittadina al momento giusto.                                                                                            Seguace di Arcamone, quando questi divenne presidente della regione, lui ed altri come lui, trovarono un posto di lavoro nella nuova istituzione perugina, che come conseguenza portò ad altri incarichi periferici. Per Alvaro fu l’Asl di cui divenne consigliere.                                                                                                                       Alceste lo portò un giorno da un suo amico, chirurgo nell’ospedale della città.               Aveva da tempo calcoli alla colecisti e ultimamente i fastidi erano aumentati.           Si decise per l’intervento ma aperto l’addome il chirurgo accanto ai calcoli della cistifellea trovò un tumore del pancreas inestirpabile anche per chirurghi più esperti di lui. Fu Alceste che insieme al chirurgo dovette comunicargli che c’era qualcosa di più oltre i calcoli, un’infiammazione del pancreas per cui avrebbe dovuto fare altre indagini e cure.  Non ci fu bisogno di nulla, il male era troppo avanzato e Alvaro se ne andò. Fu un dolore per Alceste, non era più giovane, la gente intorno cominciava a non essere più la stessa. Alvaro non era il primo della sua età ad andarsene.                                                   In passato non aveva mai fatto molto caso ai manifesti funerari appesi in giro per la città, ora ci si soffermava per vedere se la gente lì raccontata era di sua conoscenza e: sì. Erano sempre di più quelli che conosceva rispetto agli ignoti. Notava anche che ogni giorno quei nomi freschi di stampa sostituivano quelli del giorno prima: la gente moriva ogni giorno!                                                                                                        Scomparivano volti, storie e ogni giorno per le strade non si vedeva più qualcuno di quelli di sempre, sostituito da uno nuovo che si affacciava per la prima volta    e quelli di sempre trovavano per strada sempre più gente nuova che non ti conosceva, non sapeva nulla di te, che scomparso tu, non si sarebbero nemmeno accorta della tua assenza. Il mondo passato era solo nella testa dei sopravvissuti.

 

Alceste aveva paura di morire, trovava conforto nella fede che faticosamente stava ricercando, che poi questa era tutt’uno con il rifiuto di credere che tutto finiva, che non avrebbe più rivisto persone e cose del suo mondo, polverizzati tutti nei miliardi di atomi che raccontava Lucrezio. Il desiderio di non finire era troppo grande perché potesse essere solo un’illusione della mente, un’esigenza del cuore.  Non si azzardava a pronunciare la parola immortalità, quella faceva paura e come e più della morte. Era più minimalista, voleva solo tornare a vedere le persone della vita, quelle scomparse precocemente, tutte le altre amate nel corso degli anni. Continuare a volersi bene, a stare di nuovo insieme.  No per lui era cosa troppo grande il desiderio di conoscenza dei grandi mistici, di Dante, di tutti gli altri che avevano ragionato e scritto e musicato e dipinto…………………………. per esso.                                                         Era troppo per lui, non se ne sentiva all’altezza, gli sarebbe bastato un angoletto, magari una dependance del limbo, non credeva di meritare di più.                                        Non aveva fatto tanto male agli altri da dover essere condannato alla dannazione eterna o per lo meno se lo augurava.

 

La sua vita era trascorsa sempre nella città dove era nato, il padre morto precocente, lui bambino, la madre con la quale aveva vissuto fino a che anche lei se n’era andata. Una vita da signorino, poi da scapolo, il lavoro per la sussistenza, molte fantasie che provava a raccontare in articoli su giornali locali e su qualche volumetto che aveva pubblicato a sue spese, gli amici di spara-fucile, amori che non riuscivano ad essere vissuti a lungo e rimanevano vivi e più forti in lui dopo, quando si erano apparentemente consumati.

Era impiegato presso la ditta: eredi Amilcare Pambuffetti. Questi erano una famiglia importante e molto in vista della città. La generazione della prima metà del Novecento era composta di tre fratelli e una sorella tutti originari di Montefalco. Imprenditori del mondo agricolo avevano costruito un grande pastificio in città che seguiva alla bottega artigianale dei predecessori. In quegli anni prima della seconda guerra mondiale ci lavoravano circa 200 persone e il prodotto era rinomato in campo nazionale con esportazioni anche all’estero. Argante, Amilcare e Gustavo avevano nome i tre fratelli e la discendenza avrebbe continuato per alcuni decenni il pastificio, finché non furono costretti a chiuderlo. Rimasero inattività gli eredi di Amilcare che si erano differenziati in un commercio di grossisti sempre in campo alimentare, in particolare importatori dalla Norvegia di baccalà e merluzzi.                                                                  Di questi Alceste era l’impiegato addetto al rapporto con la clientela extra-cittadina e con la base che avevano in Norvegia sfruttando la sua conoscenza della lingua inglese che gli veniva dalla lettura dei classici della letteratura anglo-sassone. Perché era sua abitudine, un vezzo sicuramente, di comprare dei libri stranieri solo quelli che avevano accanto alla traduzione il testo in lingua originale.

Non era andato oltre la maturità negli studi, nonostante a scuola fosse bravo.            Difficoltà economiche della famiglia?                                                                           Non proprio, se pur di condizioni economiche modeste si sarebbe potuto mantenere nella vicina Università di Perugia. Ci si poteva andare in treno per le lezioni, si poteva studiare a casa per gli esami, le tasse erano poco più che formali perché la scuola era pubblica. Erano arrivati i socialisti al governo del paese che promuovevano l’istruzione gratuita per tutti sino e compresa l’Università e quindi facilitazioni e borse di studio per i non abbienti e Alceste per il profitto a scuola e per provenire da una famiglia non ricca avrebbe avuto tutto i requisiti per godere di quelle opportunità. Ma non gli andava di spostarsi da casa e dalla sua città, e poi si era stufato a sostenere altri esami davanti a professori forse spocchiosi che dovevano dimostrarti la loro superiorità, la tua inadeguatezza. No, aveva dovuto sostenere l’esame di ammissione alle medie e molti della sua generazione non ce l’avevano fatta, mandati all’avviamento professionale per quell’esame non superato, operai in futuro, con tutto il rispetto per carità, ma chi sa quanti poeti, letterati o scienziati abortirono lì i loro talenti. E poi l’esame di terza media, e poi l’esame della maturità. Allora si dovevano portare tutte le materie e riferimenti degli anni precedenti, in un giorno ci si giocava il lavoro di cinque anni.  No era sufficiente, gli bastavano tutti quegli esami per dover ricominciare a sostenerne altri.

Non aveva proseguito negli studi ma comprava libri, li leggeva, li studiava da solo e per lui non c’era una materia cui dedicarsi integralmente come avrebbe preteso la scelta universitaria. Gli interessava la scienza ma di più amava la storia, le materie umanistiche, la filosofia. Infine leggeva di letteratura e scriveva.                                       All’inizio versi melensi, illeggibili. Poi storie e non una, tante e contemporaneamente.  Gli piaceva così, non riusciva a stare dietro ad un solo progetto, cominciava, lo lasciava da parte, ne prendeva un altro, ritornava al precedente. In quel disordine riusciva a portare avanti quel divertimento letterario che sognava diventasse totalizzante. Poi si pentiva, lasciava perdere tutto e andava in giro e guardava per ritornare con più impegno a fotografare con le parole cose e persone, che avevano colpito la sua sensibilità, e scriveva di getto, sgrammaticato, stenografico, in una lingua e segni che solo lui avrebbe capito.  Poi in quel magma di parole e segni ci tornava sopra, le affinava, le elaborava, le punteggiava, le spaziava, come uno scultore su un blocco di marmo scalpella, e tira fuori la figura che sta dentro. Così faceva lui con le parole arruffate che metteva giù d’impulso e quello che veniva fuori era una figura letteraria che veniva messa da una parte, da non guardare più.

 

Arrivò in fondo a via Garibaldi, subito dopo si apriva la grande Piazza di S. Domenico, vi si affacciava la chiesa di S. Domenico appunto e quella di S. Maria Infra-portas.

 

Questa era la più antica delle due, stile romanico, alto medioevo con un pronao a quattro colonne che dava accesso alla chiesa, di lato un campanile quadrato, non svettante nel cielo, quasi contrito e schiacciato verso il basso, come a sottolineare la necessità del pentimento, e del perdono per i peccati commessi. E la città non era immune da tale religiosità, Angela la grande mistica del medioevo aveva vissuto in uno di quei vicoli, beata prima e poi proclamata santa, mostrava il suo corpo imbalsamato in una chiesa vicina, la chiesa di San Francesco nell’omonima piazza.  In S. Maria Infra-Portas subito dopo l’entrata, si apriva una cappella dedicata a Pietro e Paolo che si pretendeva ricordasse il passaggio dei due apostoli, certamente la parte più antica e conservata della chiesa. Sulle mura della cappella e di tutta la chiesa pitture ad affreschi di scuola umbra medioevale, ben rappresentate nonostante le distruzioni e i rifacimenti che la chiesa nei secoli aveva subito. Infra-Portas significava tra le porte, perché situata tra la primitiva cinta muraria e la successiva, resasi necessaria per l’espansione della città. La chiesa di San Domenico di lato alla precedente, aveva la facciata in gran parte grezza, ma molto più imponente dell’altra e appartenente ad epoca successiva in stile gotico. Un grande campanile svettava in alto e all’interno erano anche qui affreschi alcuni sopravvissuti agli insulti dei secoli e degli uomini: rimessa di cavalli, palestra scolastica, deposito di attrezzi, ultimamente ristrutturata ad auditorium della città

 

Alceste si inoltrò in un vicolo laterale, vi abitava in una delle prime case, Giuliano Quagliarini.

 

Giuliano aveva vissuto tutta la vita da artista, da bohemien si sarebbe detto un secolo prima, ma qualunque fosse il nome più adatto per definirlo, a quel modo Giuliano era vissuto. I suoi atelier dove dipingeva, diversi, cambiati spesso negli anni, ma sempre nei vicoli della città vecchia, in mansarde di case antiche, o per contro in cantine affacciate sulle sponde del Topinello. Dipingeva donne, formose, sguaiate, dolcissime nelle loro esuberanze carnali, colori forti, accesi. Artista di provincia, lontano dalle opportunità delle grandi città, dei circoli che fanno la grandezza di un pittore, per consorterie e pensiero aderente all’onda del momento. Apparentemente trasgressivo, ma una grande famiglia alle spalle con tanti figli, sempre la stessa donna accanto, forse delle fidanzate transeunti, rinnovate, con onestà, senza inganno, un po’ Liolà di Pirandello. Dava amore e lo riceveva nel suo atelier, forse garçonnière. Innumerevoli sigarette ogni giorno, un cappello in testa a coprire una canizie progressiva, fascinoso comunque e sempre, abbigliamento casual, andatura dinoccolata. Non solo donne, dipingeva anche macchine, da ultimo, macchine da corsa, macchine d’epoca, e scolpiva figure in legno. Artista totale, artigiano con l’amore del fare, da sempre, sino all’ultimo, quando cominciò a dimagrire e se ne andò dopo un’ultima pennellata e un’ultima sigaretta.

Alceste si commosse al pensiero dell’amico, del fratello, frequentazione saltuaria, ma legame profondo, anime che si aprivano e si raccontavano, parole e colori, promessa di un giorno tutto per loro, dimentichi di tutto, magari a caccia di straniere che transitavano alla stazione.

 

Andò avanti, passò davanti la facciata della chiesa di Santa Caterina.

 

Romanico puro, rimasta intatta nella facciata a nascondere un ambiente ormai vuoto, per gli anni, le depredazioni, gli insulti della guerra, ma la facciata intatta, stupefacente nella sua armoniosa bellezza. Accanto, la vecchia scuola elementare ormai dismessa, costruzione fascica, che si affiancava, quando la demografia non era ancora un problema a quella di Corso Cavour. Da lì la strada conduceva al parco dei Canapè.                                                                                                                            All’alba della sua giovinezza ci aveva visto una sera, furtivi Betty e Claudio.                  Ne rivedeva i fantasmi, ancora insieme, come Paolo e Francesca. In fuga senza un termine, da quel mondo che non li accettava, nobile lui, erede di un mondo scomparso di proprietari terrieri, e disinvolta lei, troppo, di non nobile famiglia, da non poter presentare all’arcigna madre, e non ancora tempi di convivenze e compagnerie. La loro casa era quella cinquecento blu, preparata da Giuliani, con cui correva improbabili tornei non più cavallereschi.  Li si vedeva passare di notte, rombanti nei vicoli della città. I capelli neri di lei che carezzavano il viso di lui nel rumore delle marce scalate, una doppia debraiata dietro l’altra. Non avrebbero immaginato allora la nera morte che incombeva su di lui, e la piatta vita di famiglia a cui gli anni e il chetarsi dello spirito avrebbero consegnato lei.

 

Ricordi, ed emozioni continuavano ad affollarsi nella mente di Alceste, lo colse un’indicibile stanchezza.

 

Quel girovagare per la città sentì che non aveva più senso. gli era diventato insopportabile.  Le Lise della sua vita erano tutte scomparse dalla vista, i compagni morti o lontani: che ci faceva più lì, non aveva più nessuno!                                           Eppure lo aveva amato quel posto, a cui lo avevano consegnato il destino e l’amore dei suoi genitori.  Era cresciuto lì, era vissuto lì e……

Ma d’un tratto il malessere che covava in lui da tempo, ora diventava intollerabile.                  Tra un po’ sarebbe tornato a casa, si sarebbe preparato qualcosa da mangiare, più tardi sarebbe andato a letto. Il giorno dopo sarebbe iniziata una nuova giornata uguale a quelle che l’avevano preceduta. Forse non avrebbe avuto nemmeno l’energia per girovagare per la città. Forse non avrebbe avuto voglia di mettersi a scrivere, né di andare in ufficio le ore del pomeriggio che gli sarebbero toccate dopo il giorno libero che stava allora consumando.                                                                                             Sentì più forte quel fastidio sotto l’arcata costale a destra che si portava dietro da tempo, da quando si era andato a visitare da Amos Minelli. Gli ricordava la malattia di fegato di cui era morto il padre e che sentiva incombere su di lui come un destino ineludibile.                                                                                                                            Ma aveva ancora energia dentro.                                                                                              Se solo fosse riuscito a dare una svolta agli anni che gli rimanevano da vivere.!  Fossero solo mesi o qualche anno: un beau geste, come a cercar la bella morte dei kamikaze giapponesi, qualunque cosa, pur di togliersi di dosso quella vita di ricordi, che sino ad allora erano stati per lui sicurezza, conforto, identità.                                         Improvvisamente li sentiva un fardello insopportabile, aveva bisogno di altre certezze, definitive, non legate a persone, cose, ricordi. Cercava l’assoluto.                    Ma dove rincorrerlo?

 

Senza che lo decidesse consapevolmente, i suoi passi presero per il viale dei Canapè. Si ritrovò a Porta Romana e da lì al Viale della Stazione, dove il mattino aveva iniziato il suo girovagare. Arrivò alla stazione.

 

Aveva amato da sempre i treni, facevano parte del suo quotidiano: i due passaggi a livello che ogni giorno doveva superare per andare in centro, il treno che prendeva con sua madre per tornare al paese d’origine dove era sepolto il padre, i rari viaggi che aveva fatto, sempre in treno perché non aveva la patente.                                           Una volta erano treni pieni di gente che viaggiava per il lavoro, rari i fancazzisti, cioè i turisti di oggi. Il treno fermava in tutti i paesi che attraversava e così lungo la via ferrata c’era vita, la vita dei casellanti che governavano i passaggi a livello, del personale delle stazioni dove la gente transitava, comprava i biglietti, aspettava i parenti. Era una vita che correva lungo le rotaie, lungo i fili della corrente elettrica che muoveva i treni.

Una umanità diffusa, non ancora imbrancata nelle città più grandi, popolava i borghi, i paesi, le campagne, e la ferrovia li univa tra loro.

 

Prima si sedette nella hall a vedere la gente che in fila davanti al botteghino si accingeva a fare i biglietti per andare chi sa dove….                                                               Poi camminò lungo la pensilina in prossimità delle rotaie, guardava l’alternarsi dei treni che arrivavano e partivano con la cadenza annunciata sul grande tabellone luminoso dell’ingresso.                                                                                                    Si spinse oltre, sino ad un binario morto.                                                                              C’era parcheggiato un treno con l’ultima carrozza che terminava con un’appendice, una garitta.

 

In passato, soprattutto per i treni merci, quell’appendice era frequente, se non proprio una regola. Un complemento utile per funzioni un po’ misteriose, note solo ai ferrovieri, ma piaceva pensare non a tutti i ferrovieri, come di cosa nascosta, custodita dagli iniziati o da pochi altri.

Perché la garitta non trasportava passeggeri né merci, era desolatamente deserta, o forse era così solo da un po’ di tempo, dimentica della trascorsa funzione.

Fatto sta che ormai i treni provvisti della garitta erano un numero esiguo, e uno di questi era parcheggiato su quel binario morto della stazione.                                            Il treno era di quelli con i sedili in legno e con i vagoni distinti nelle tre classi di appartenenza. E la garitta era anch’essa di legno.

 

Alceste si guardò intorno, non c’era nessuno.                                                                     Salì i due gradini che conducevano alla porticina, l’aprì ed entrò.                                       Si accomodò su un sedile con davanti un ripiano, due piccole finestrelle ai lati e una più grande avanti, si poteva guardare fuori per 180 gradi.                                               Mise sul ripiano le cose che aveva con sé, appoggiò la testa alla parete posteriore in modo da nascondersi un po’ ad occhi indiscreti, ove qualcuno passasse di là.                                                                                                                                        Si sentì bene.

L’angoscia di prima s’era chetata, provava quasi un senso di felicità.                      Era salito per curiosità, per vedere com’era dentro.

Poi la memoria andò alla settimana precedente, quando gironzolando per la stazione aveva colto una discussione tra ferrovieri, dentro un ufficio che si affacciava all’esterno, con la porta lasciata aperta.                                              Dicevano che bisognava decidere a chi affidare l’incarico di guidare il vecchio treno parcheggiato da tempo immemore sul binario morto.                                 Doveva partire il martedì della settimana successiva e……                                                                                                          Gli era sfuggito il nome della città, ma doveva trattarsi di un posto lontano perché erano in difficoltà a trovare chi avesse accettato di buon grado l’incarico, che forse prevedeva qualche giorno di viaggio.                                                                              Alceste pensò un attimo e realizzò che quel giorno vissuto in giro per la città era proprio martedì.

Che non fosse casuale quel suo trovarsi lì quel giorno?

Forse il treno, la garitta lo stavano aspettando, e finalmente potevano partire ora che lui era a bordo, dopo aver temuto che avesse voluto disertare il loro ineludibile appuntamento.  

Quel colloquio muto con il treno lo rafforzò nei suoi pensieri: che ci faceva più in quella città, voleva invecchiare e morire lì, senza un ultimo scatto, un ultimo tentativo di superare i limiti della natura, dell’educazione, dei geni?  Occorreva una rottura e quel treno che sarebbe partito di lì a poco era lì per lui, unico passeggero.

Tornò in sé, ebbe voglia di scendere, quella fantasia della partenza dentro una garitta di un treno merci era un gioco pericoloso.

Che avrebbe fatto senza niente con sé, oltre i pochi soldi in tasca e i vestiti indosso?

Ma forse così spoglio andava alla ricerca di una verginità perduta, forse si preparava all’incontro con Dio che da tempo agognava senza raccapezzarsi come, forse quella garitta gli stava offrendo l’occasione. Sarebbe stato solo con sé stesso, nuovo, purificato, in grado di rapportarsi con l’Assoluto senza più ostacoli, né mediazioni, e magari solo per un momento avrebbe visto la luce alla fine del tempo che gli rimaneva ancora da vivere. Non ebbe più tempo di decidere, un fischio e il treno si mosse dallo spioncino, vide allontanarsi la città e la vita trascorsa.